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Eolico offshore a Civitavecchia, un caso nazionale

In alternativa ad un turbogas, dove ora sorge la centrale a carbone, si sta pensando di realizzare una centrale eolica offshore a 30 km dalla costa. Perché questo progetto avrebbe una valenza politica nazionale. Il video dell'evento streaming del 20 ottobre.

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L’articolo è stato pubblicato anche su Il Manifesto

La fretta nel varare le “riforme” per l’accesso ai fondi del Next Generation EU sfuoca il permanere di principi che non innovano l’economia sociale e che, invece, corroborano meccanismi di comando e una distribuzione di poteri tesa a reiterare opere, infrastrutture e una delega al sistema delle imprese, che contraddice le aspettative di una pertinente autocritica del sistema e di un cambiamento strutturale dei suoi indirizzi.

Non ci sono segni evidenti che il modello di produzione e consumi che caratterizzerà un futuro prossimo drammatico per la specie umana sia caratterizzato da mutamenti profondi e condivisi per rimediare ad una rottura che appare irreversibile con la natura e il resto del vivente, oltre al ristabilimento di maggiore giustizia sociale.

I pochi titoli sui Pnrr che circolano, silenziati dal clamore delle manifestazioni per il green pass e per nulla ripresi nemmeno nelle campagne delle amministrative, sono sussurrati con pudore e rimbalzano tra capitoli del tutto incompatibili con gli allarmi del mondo scientifico sul clima.

Non c’è traccia della qualità dell’occupazione che deriverebbe da uno spostamento dal profitto alla cura, dell’orario di vita studio e lavoro rivisitato per le nuove generazioni da risarcire dopo la terribile prova del virus.

Si direbbe, invece, che la strategia del governo punti a non turbare quegli stessi rapporti di forza che hanno mostrato il loro fallimento anche con l’avvento della pandemia e che, di conseguenza, non siano resi agibili né un protagonismo di massa né una dialettica coraggiosamente democratica applicata alle scelte del più ampio piano di intervento pubblico messo a disposizione del Paese

Le previsioni di politica energetica che da tempo cerco di seguire da vicino e che rimbalzano da un giorno all’altro dal nucleare al maggior sfruttamento dei giacimenti di gas nazionale (!), etichettando con lacrime e sangue l’introduzione sostitutiva di impianti rinnovabili da progettare nell’immediato e da realizzare non oltre il 2025, fa parte di una coazione al rimando, ormai stucchevole e irresponsabilmente colpevole.

Non a caso, Carlo Stagnaro e Chicco Testa, frequentatori assidui dei ministeri, paventano, sul Foglio del 15 ottobre 2021, come “l’errore di sacrificare la crescita senza benefici ambientali” vada pragmaticamente corretto tra l’“essere” e il “dover essere” dei mercati energetici, che, evidentemente, rispondono al massimo profitto.  Per loro il World Energy Outlook 2021 è solo un “difficile esercizio di equilibrio tra l’esigenza (politica) di indicare l’obiettivo della neutralità carbonica, e le spinte della realtà”.

Perciò, si deve rinunciare alla soglia di 1,5 °C, “ricorrere al nucleare dove accettabile, produrre l’idrogeno a bassa impronta di carbonio (verde o blu) e la cattura e stoccaggio della CO2. In fondo è quanto ripetono Cingolani, Bonomi, e i molti guru di Nomisma, i dirigenti dell’ENI, i più renitenti conservatori di ENEL.

Il caso di Civitavecchia

Ma se così ampio e pericoloso sta diventando questo imprudente e inaspettato schieramento, perché non si parte dal consenso che le popolazioni hanno già dato a progetti di uscita dal fossile come nel caso, che ben conosco, di Civitavecchia, per farne un caso nazionale?

Sono molti e ragionevoli i motivi per un “salto di specie”, qui ed ora, lontano dalla combustione e dai gas climalteranti, in un Paese che ha sovrapproduzione di energia elettrica e non usa i pompaggi e nemmeno investe da subito in stoccaggi chimici e a idrogeno laddove già è possibile.

Il progetto che dovrebbe approdare sulle coste tirreniche è largamente condiviso sia a livello istituzionale, sia sindacale che tra le rappresentanze sociali del territorio.

Più parti istituzionali hanno sollecitato un tavolo governativo. Al posto di un turbogas da oltre 1.800 MW, verrebbe rivisto il sostegno alla rete dei pompaggi e, soprattutto, verrebbe realizzato un sistema eolico offshore galleggiante, a 30 km dalla costa con le giuste caratteristiche del fondale marino e della intensità dei venti, per una produzione iniziale di 210 MW, che andrebbe sostenuto – questo sì – anche coi fondi del PNRR e una parziale partecipazione pubblica.

Nascerebbe nella città laziale un vero e proprio hub del Mediterraneo per l’eolico offshore. dove assemblare i componenti e successivamente organizzare le attività di progettazione e costruzione per altri siti, creando vere opportunità di nuova occupazione e di lavoro di qualità.

Le stesse attività portuali sarebbero appoggiate da un sistema fotovoltaico con accumulo di idrogeno, da eventualmente impiegare come vettore nei servizi.

I benefici dell’eolico offshore a Civitavecchia

Al posto di nuove emissioni e di un calo occupazionale, avremmo indiscutibili vantaggi:

  1. Il kWh da nuovi impianti a fonti rinnovabili costerebbe un terzo di quello prodotto dalle centrali a gas esistenti.
  2. La crisi del gas rischia di diventare una crisi sistemica. Vi sono cause che potremmo definire transitorie e congiunturali, altre che invece appaiono più strutturali. Non ultima l’opposizione netta degli ambientalisti alla sua etichettatura come verde nella tassonomia che sta esaminando l’UE e, quindi, un trattamento ostile da parte della comunità degli investitori che, con l’avvicinarsi della CoP 26, temono che l’imposizione di emissioni zero comprometta l’allocazione di capitali in investimenti fossili.
  3. Sta diventando strutturale la progressiva finanziarizzazione del mercato del gas, con la comparsa anche qui di futures, strumenti finanziari derivati il cui utilizzo non comporta lo scambio fisico, bensì prevede il pagamento in contanti della variazione di valore della materia prima alla scadenza del contratto. La strategia dei potenti gruppi finanziari che speculano su questi contratti è quella di far lievitare i prezzi delle materie prime (compresa l’acqua che viene quotata in borsa) per rivendere i futures a un prezzo più alto. Quindi, il prezzo del gas diventerà sempre più aleatorio e la battaglia sul contenimento delle bollette energetiche avrà ancora meno frecce al suo arco.

Tutte queste considerazioni fanno di un caso particolare, quello di Civitavecchia, l’aggancio ad un indirizzo di politica energetica nazionale che ha come protagonista il governo, che non può lasciare alle sue partecipate – Eni ed Enel (che, tra l’altro, sostengono pratiche finanziarie assai diverse) – uno spazio di autonomia tale da compromettere il futuro industriale oltre che ambientale e climatico del Paese.

Mario Agostinelli, dell’associazione Laudato Sì, con collaborazione di Città Futura di Civitavecchia, è tra gli organizzatori di un evento andato in streaming lo scorso 20 ottobre dal titolo “Dopo il carbone, sole e vento a Civitavecchia”, con la partecipazione di numerosi esperti e associazioni ambientaliste (qui sotto la video registrazione).

 

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