La Cina accelera la costruzione del più grande sistema energetico rinnovabile del pianeta, ma senza forzare il ritmo della decarbonizzazione.
Il 15° piano quinquennale (pdf) approvato dal Congresso nazionale del popolo a inizio marzo conferma l’espansione massiccia delle energie pulite e delle infrastrutture elettriche, ma introduce obiettivi climatici leggermente meno ambiziosi rispetto al ciclo precedente e non stabilisce limiti espliciti all’uso del carbone.
Il documento, che orienterà lo sviluppo economico e tecnologico della seconda economia mondiale nel resto del decennio, mostra come la transizione energetica sia ormai parte integrante della strategia industriale e geopolitica di Pechino.
Rinnovabili, accumulo, reti elettriche e nuove tecnologie energetiche vengono promosse come infrastruttura di base della crescita economica e dell’innovazione tecnologica, mentre la riduzione delle emissioni procede in modo più graduale, per non compromettere sicurezza energetica e stabilità economica.
Un piano che orienta la transizione energetica
I piani quinquennali cinesi, che per vastità e interconnessione degli scopi e degli ambiti assomiglia un po’ agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU, sono anche uno degli strumenti fondamentali con cui il governo cinese definisce le priorità economiche, tecnologiche ed energetiche del paese.
Il nuovo piano, che copre il periodo 2026-2030, è una tappa cruciale nel percorso con cui la Cina intende completare la propria modernizzazione economica entro il 2035.
Fra gli indicatori ambientali principali compare la riduzione del 17% delle emissioni di CO2 per unità di PIL entro il 2030, il parametro climatico centrale del piano.
Da notare che il target è più prudente rispetto a quello del piano precedente, che prevedeva una riduzione del 18%. Diverse analisi sottolineano che questo obiettivo potrebbe non essere sufficiente per rispettare l’impegno internazionale della Cina di ridurre l’intensità carbonica entro il 2030 di oltre il 65% rispetto ai livelli del 2005.
Il piano definisce comunque una direzione chiara per il sistema energetico del paese: costruire “un nuovo sistema energetico pulito, a basse emissioni, sicuro ed efficiente”, basato sull’espansione delle rinnovabili, sull’elettrificazione e su infrastrutture energetiche più flessibili.
Più che promettere una svolta climatica drastica, il piano suggerisce dunque che Pechino continuerà a spingere con forza su rinnovabili, reti e nuove tecnologie energetiche, mantenendo però margini di flessibilità sugli obiettivi emissivi e sul ruolo del carbone.
Il piano non modifica comunque il calendario di lungo periodo della politica climatica cinese: resta l’obiettivo di raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060, annunciato dal presidente Xi Jinping nel 2020 e tuttora il riferimento della strategia climatica del paese.
Le energie rinnovabili nel 2025
Nel 2025, la Cina ha aggiunto oltre 430 GW di nuova potenza eolica e fotovoltaica, secondo dati dell’Amministrazione nazionale dell’energia: circa otto volte tutte le nuove aggiunte elettriche degli Stati Uniti e più di cinque volte le nuove installazioni eoliche e fotovoltaiche dell’Unione europea nello stesso anno.
La capacità cumulata eolico-fotovoltaico cinese ha così raggiunto 1,84 TW, una scala senza paragoni fra le grandi economie
Le fonti non fossili rappresentano ormai oltre il 60% della capacità elettrica installata, secondo S&P Global, mentre circa il 38% dell’elettricità prodotta proviene da fonti a basse emissioni di carbonio, secondo Ember. Questi numeri mostrano quanto rapidamente stia cambiando il sistema energetico cinese.
I numeri del 15° piano quinquennale
Il 15° piano quinquennale non fissa un obiettivo unico di capacità rinnovabile installata entro il 2030, ma definisce diversi target quantitativi che delineano la traiettoria della transizione energetica cinese. Oltre al già citato -17% di emissioni di CO2 per unità di PIL entro il 2030, fra i principali indicatori figurano:
- il 25% di quota di energia non fossile nei consumi energetici entro il 2030, rispetto al 21,7% del 2025;
- oltre 420 GW di capacità di trasmissione elettrica dai grandi poli di energia pulita dell’ovest verso le regioni più energivore dell’est del paese;
- circa 100 GW di eolico offshore, 100 GW di pompaggi idroelettrici e 110 GW di capacità nucleare entro la fine del decennio.
Alcuni di questi obiettivi numerici non compaiono nel testo narrativo della versione inglese del piano, ma solo nei box tecnici del documento originale (nella foto uno di essi), dedicati alla costruzione del nuovo sistema energetico.
Il piano non indica invece un target aggregato di capacità installata per eolico e fotovoltaico nel loro insieme, preferendo fissare indicatori di sistema come la quota di energia non fossile, l’intensità carbonica dell’economia e lo sviluppo delle infrastrutture di rete.
Bisogna però interpretare questi numeri tenendo conto di un aspetto metodologico importante. La quota del 25% di energia non fossile è infatti calcolata sul consumo energetico primario, cioè sull’energia contenuta nelle fonti prima della loro conversione in elettricità o lavoro.
Nel caso dei combustibili fossili, una parte consistente di questa energia – spesso tra il 40% e il 65% – viene dispersa sotto forma di calore nei processi di combustione e trasformazione e non diventa quindi energia utile.
Le fonti rinnovabili non termiche, come eolico e fotovoltaico, non subiscono questo tipo di perdite di conversione. Di conseguenza, se si guarda all’energia finale o al lavoro energetico effettivamente svolto nel sistema economico, il contributo reale delle rinnovabili risulta più elevato rispetto alla loro quota apparente nei bilanci di energia primaria.
Questo significa che una quota del 25% di energia non fossile nei consumi primari può tradursi in una presenza molto più ampia delle rinnovabili nel sistema energetico effettivamente utilizzato da imprese e famiglie.
Allo stesso tempo, gli indicatori del piano mostrano come la transizione energetica cinese sia progettata non solo in funzione degli obiettivi climatici, ma anche della sicurezza e della stabilità del sistema energetico, un equilibrio che emerge con particolare chiarezza nel ruolo attribuito al carbone nel mix energetico dei prossimi anni.
Carbone, “assicurazione” sulla flessibilità, non come tecnologia di base
Nonostante l’espansione delle rinnovabili, il piano non prevede una riduzione rapida dell’uso del carbone. Il documento afferma infatti che il paese intende “promuovere il picco del consumo di carbone e petrolio”, ma senza fissare una data precisa per la loro diminuzione.
Allo stesso tempo, il piano ribadisce la necessità di migliorare l’utilizzo “pulito ed efficiente” dei combustibili fossili. Questa impostazione riflette il peso ancora rilevante del carbone nel sistema energetico cinese e la volontà di evitare rischi per la sicurezza energetica.
In altre parole, la sicurezza energetica continua ad avere la priorità sulla velocità della transizione verde. Un mantra che assume un peso specifico ancora maggiore alla luce della guerra in atto in Medio Oriente, che vede il settore energetico al centro delle tensioni geopolitiche (In Iran uno scontro tra Usa e Cina sull’energia).
La transizione energetica viene insomma concepita come un processo graduale, guidato soprattutto dall’espansione delle energie pulite piuttosto che da una riduzione rapida delle fonti fossili.
Da notare comunque che, seppur implicitamente, il piano indica come in Cina il carbone tenda sempre più a essere mantenuto come capacità di sicurezza e flessibilità, utile a coprire i picchi di domanda e le oscillazioni dell’eolico e del fotovoltaico, più che come fonte destinata a sostenere stabilmente il carico di base.
In altre parole, la Cina continua a costruire nuove centrali a carbone come polizza assicurativa da attivare il meno possibile o per niente, in attesa di un dispiegamento più a tappeto di batterie e sistemi di accumulo di lunga durata, e non perché punta al carbone come soluzione di base.
Promesse prudenti, risultati spesso più rapidi
La prudenza degli obiettivi ufficiali non significa necessariamente risultati climatici limitati. Negli ultimi anni la Cina ha spesso fissato obiettivi relativamente cauti per poi superarli di gran lunga e con largo anticipo.
Un esempio significativo riguarda proprio l’energia rinnovabile. Nel 2020, il presidente Xi Jinping aveva annunciato l’obiettivo di 1.200 GW di capacità eolica e fotovoltaica entro il 2030, ma questo traguardo è stato raggiunto già nel 2024, con circa sei anni di anticipo.
Un altro esempio riguarda il settore automobilistico: nel 2025, i veicoli elettrici e ibridi plug-in hanno superato il 50% delle vendite di auto nuove nel paese, molto più rapidamente di quanto previsto nelle prime strategie di diffusione dell’elettrico.
Questi precedenti invitano a non fermarsi ai soli numeri ufficiali del piano. La combinazione di pianificazione statale, investimenti infrastrutturali e competizione industriale ha spesso portato la Cina a risultati molto più rapidi di quelli inizialmente annunciati.
La transizione energetica come strategia industriale
Un altro elemento centrale del piano è il legame sempre più stretto tra energia e politica industriale.
Le tecnologie della transizione, come fotovoltaico, batterie, veicoli elettrici, sistemi di accumulo e infrastrutture energetiche avanzate sono considerate settori strategici per la crescita economica e la competitività complessive del paese.
Il piano afferma esplicitamente che lo sviluppo delle nuove industrie energetiche deve contribuire alla costruzione di un “sistema industriale moderno”, capace di sostenere l’innovazione tecnologica e la crescita economica nel lungo periodo. Questo approccio spiega la straordinaria espansione della capacità produttiva cinese nelle tecnologie pulite, che oggi dominano numerose filiere globali.
In questo contesto, il piano riconosce anche, seppur indirettamente, uno dei principali effetti collaterali di questa strategia: la diffusione di forme di iper-competizione industriale in diversi settori delle tecnologie pulite. Il documento richiama infatti la necessità di limitare dinamiche di “concorrenza involutiva”, cioè competizione basata su sovrainvestimenti, capacità produttiva eccessiva e compressione dei margini attraverso guerre di prezzo.
Si tratta di un fenomeno evidente nel settore del fotovoltaico, dove la capacità produttiva cinese ha superato di molto la domanda interna e globale, contribuendo a una forte riduzione dei prezzi ma anche a un deterioramento della redditività delle imprese. Dinamiche simili si osservano anche in altri comparti, come batterie e veicoli elettrici.
Il piano propone strumenti generali per affrontare questi squilibri, come il monitoraggio della capacità produttiva, meccanismi di allerta precoce e l’uscita ordinata della capacità inefficiente, ma non prevede interventi mirati sui singoli settori. Nel complesso, la strategia resta orientata a sostenere l’espansione industriale e il rafforzamento della competitività globale, anche a costo di tollerare fasi prolungate di sovraccapacità.
Implicazioni per la transizione energetica globale
Nel complesso, il 15° piano quinquennale conferma che la Cina continuerà a svolgere un ruolo centrale nella transizione energetica mondiale.
Il paese rimane contemporaneamente il più grande emettitore di CO2, il più grande produttore di tecnologie pulite e il più grande mercato elettrico del pianeta.
Le scelte contenute nel piano indicano che Pechino intende continuare a guidare l’espansione delle tecnologie della transizione energetica, anche se con un approccio pragmatico rispetto alle aspettative di una rapida decarbonizzazione.
In altre parole, la strategia cinese non punta tanto a ridurre rapidamente le emissioni, quanto a costruire un sistema energetico capace di sostenere crescita economica, innovazione tecnologica e competitività industriale nel lungo periodo.
Visto il ruolo della Cina, sarà probabilmente l’equilibrismo tra clima, sicurezza energetica e politica industriale che continuerà a guidare la traiettoria della transizione energetica globale nei prossimi anni.
Senza dimenticare che, pur con le sue contraddizioni, la Cina installa ogni anno più capacità rinnovabile di qualunque altra economia e domina gran parte delle filiere industriali della transizione energetica. E che anche il suo ultimo piano quinquennale conferma le scadenze del 2030 e 2060.




























