In Australia il nucleare perde il confronto con rinnovabili e accumuli

Un rapporto parlamentare bipartisan boccia l’ipotesi atomica: costi fuori mercato, tempi incompatibili con gli obiettivi climatici e pochi benefici per un paese che vuole essere un “elettro-Stato”. In Australia fanno i conti, in Italia gli slogan.

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C’è una nazione democratica, tecnologicamente avanzata, con una forte base industriale, manodopera istruita e ottime università e centri di ricerca, che sta valutando se introdurre o meno il nucleare nel suo mix energetico.

La sua produzione da fonti rinnovabili copre già circa la metà dell’elettricità, ma, avendo firmato gli accordi di Parigi, ha un pressante bisogno di ridurre l’altra metà affidata ancora ai fossili, così da azzerare le sue emissioni entro il 2050.

Le ipotesi in ballo per riuscirci sono due: continuare a installare rinnovabili e accumuli, oppure affiancare a queste anche una consistente quota di nucleare, fonte al momento assente nel mix energetico del paese e fortemente avversata dall’opinione pubblica.

Per decidere il da farsi, i politici di questo paese hanno istituito una commissione parlamentare che soppesi i pro e contro della costruzione di una decina di GW di centrali nucleari, basandosi su quelle di grande scala o su tanti piccoli reattori modulari, quelli che non vanno oltre i 300 MW.

La commissione ha ascoltato per un anno decine di ricercatori, economisti, sociologi e membri di associazioni pro e contro il nucleare, riportando alla fine in un rapporto di 150 pagine (Interim report for the inquiry into nuclear power generation in Australia), una sintesi delle diverse opinioni espresse e le conclusioni che se ne possono trarre.

Il fatto che questa commissione fosse bipartisan (cinque membri di area governativa e cinque di opposizione), dimostra che non stiamo parlando dell’Italia, dove il ritorno al nucleare è stato calato dall’alto, su ordini politici, industriali e anche per ragioni ideologiche, senza un vero confronto su vantaggi e svantaggi della scelta.

Parliamo invece dell’Australia, dove fra 2024 e 2025, c’è stato un ampio dibattito sul tema che è stato affrontato con la dovuta serietà.

Le conclusioni sul nucleare della commissione australiana

Forse anche per capire allora se convenga davvero tornare all’atomo da noi, è utile leggere per punti le conclusioni a cui è arrivato il comitato australiano (Select Committee on Nuclear Energy).

1. I tempi di costruzione del nucleare sono eccessivamente lunghi per essere di una qualsiasi utilità a ridurre le emissioni entro il 2050.

Fra progettazione e costruzione, servono almeno 15 anni, ma l’esperienza di paesi occidentali, persino di quelli che hanno già nucleare, come Usa, Francia, UK e Finlandia, dimostra che i tempi si possono allungare di molto.

Peraltro, in Australia vanno anche costruite da zero infrastrutture, competenze professionali e normative per il funzionamento degli impianti. Infine (come prevedono le regole di quel civile paese), ancora prima di ragionare sui progetti, andrebbero individuati i siti per installare i vari impianti, convincendo le popolazioni locali, in genere ostili a questa tecnologia. Tutto questo, stima il comitato, raddoppierebbe o più i soli tempi di costruzione.

2. I piccoli reattori non sembrano in grado di abbreviare questo processo, non essendoci ancora prototipi funzionanti, a parte uno in Cina e uno in Russia che però non hanno portato a modelli commerciali, e tantomeno indicazioni su quale tipo, fra i tanti tipi proposti, sia veramente in grado di essere prodotto in serie, installato in tempi brevi e funzionare in modo affidabile.

3. Il nucleare ha costi di produzione dell’elettricità fuori mercato, se comparati a quelli delle fonti rinnovabili, anche dotate di accumuli.

Un MWh prodotto dai nuovi grandi reattori costa intorno a 150 $ Usa, quello da piccoli reattori, ancora impossibile da conoscere con precisione, si stima inizialmente essere ancora più alto, intorno a 350 $/MWh.

Le rinnovabili in Australia producono un MWh a circa 55 $, e i loro costi sono in discesa, al contrario di quelli del nucleare. Inoltre, nei costi del nucleare non vengono quasi mai inclusi quelli per il decommissioning degli impianti e la costruzione dei depositi geologici per le scorie. Tutto sommato l’atomo, secondo il comitato, rischia di aggiungere circa 1000 $ all’anno alla bolletta elettrica di ogni famiglia, anziché ridurla.

4. Il nucleare è la fonte meno adatta per essere accoppiata alle rinnovabili intermittenti: non solo far salire e scendere velocemente di potenza i reattori nucleari è cosa complessa e rischiosa, ma visti gli altissimi costi di costruzione i reattori devono poter funzionare continuamente alla massima potenza, per rientrare nell’investimento.

Avere un 15% di baseload nucleare in una rete con l’85% di rinnovabili intermittenti, in una nazione molto soleggiata e insulare come l’Australia, che non può quindi esportare la sua elettricità altrove, vorrebbe dire dover staccare spesso dalla rete gli impianti alimentati a energia rinnovabile, con danni economici anche a quel terzo di australiani (attualmente) che li hanno installati sui tetti delle case, contando sull’assorbimento del loro surplus da parte della rete.

5. Il nucleare è una fonte che produce pochissima occupazione, una frazione di quella che richiedono le rinnovabili. Quindi servirà poco anche in vista del riassorbimento della manodopera delle centrali a carbone, destinate a chiudere nei prossimi anni.

La conclusione del Comitato è stata quindi che, nonostante l’Australia abbia anche grandi riserve di uranio per alimentare le centrali ed enormi spazi desertici per costruire un deposito geologico per le scorie prodotte (due lussi che l’Italia non ha), non ci sono ragioni logiche per introdurlo. Molto meglio continuare con una transizione basata su rinnovabili e accumuli.

Rinnovabili e accumuli per costruire un elettro-stato

Tuttavia, arrivare al 50-70% della produzione elettrica con le rinnovabili non è poi così difficile, la restante parte verso il 100% a essere ostica. Riuscirà l’Australia a percorrerla senza l’aiutino del nucleare?

La questione non sembra preoccupare Nadim Chaudhry, ingegnere e consulente energetico, formatosi al Politecnico di Torino, che fa notare sul suo blog ElectroState come il percorso che ha portato in venti anni l’Australia dal 90% di generazione elettrica con fonti fossili (di cui rimane grande esportatrice) all’attuale 50% di rinnovabili è del tutto peculiare, essendo avvenuto essenzialmente “dal basso”, senza una pianificazione governativa, per pura convenienza economica e sensibilità ambientale dei cittadini.

Oggi una casa australiana su tre ha il solare sul tetto (4,3 milioni di impianti), per un totale di 28,3 GW di potenza distribuita e 45,1 GW totali, il tutto per una popolazione di sole 27 milioni di persone, la più alta potenza solare per abitante del pianeta, secondo il recente Solar Market Outlook 2026-2030.

“Percorso simile seguono ora le batterie: ai 20 GWh esistenti, nel 2026 si aggiungeranno 12 GWh di capacità distribuita e 4,9 GWh per la rete. In coda attendono altri 67 GWh di progetti di grande scala, il 10% dei consumi elettrici giornalieri del paese. Questa enorme massa di elettricità modulabile sta letteralmente facendo chiudere le centrali a carbone”.

Stesso arrivo in massa stanno ora conoscendo le auto elettriche: grazie agli aiuti statali per l’acquisto e per le colonnine, oltre ai modelli di veicoli competitivi cinesi, l’idea di fare a meno anche della benzina ha convinto il 20% degli australiani che hanno acquistato auto nel corso del 2026.

Infine, sempre più amministrazioni locali, a partire da quella di Sydney, prevedono il divieto nelle nuove costruzioni di cucine e climatizzazione a gas, in modo da passare tutto sull’elettrico.

“Con sempre meno utenti, la manutenzione della rete-gas diventerà sempre più costosa, spingendo altri ad abbandonarla, in una “spirale di morte” che accelererà la trasformazione dell’Australia in un Electro-State”, dice Chaudhry.

Ciò rivoluzionerà anche la sua economia: oggi buona parte di essa si basa sull’export di materie prime fossili, ma presto il settore diventerà molto più raffinato, “non più carbone e gas, ma elettricità, idrogeno e ammoniaca verdi inviati in Asia, grazie ai progetti giganti in impianti solari, elettrolizzatori, porti ed elettrodotti sottomarini previsti nel nord del paese”, prevede Chaudhry.

Secondo l’esperto, inoltre, l’Australia è ricca di materie prime utili alla transizione, come litio, cobalto, nickel, terre rare, rame e alluminio. Ma invece di esportare i minerali grezzi, guadagnandoci poco, come fa per lo più oggi, comincerà a raffinarli per trasformarli in molto più redditizi prodotti per l’industria del comparto delle rinnovabili. Sarà questo settore ad assorbire la manodopera che oggi lavora nel carbone.

Una lezione per l’Italia

Ai nostri antipodi è iniziato un percorso rivoluzionario ed entusiasmante di transizione energetica dove il nucleare non troverebbe spazio, ma sarebbe, anzi, solo un intralcio.

Il Select Committee on Nuclear Energy lo ha messo provvidenzialmente da parte, arrivando alla stessa conclusione che tanti in Italia hanno inutilmente cercato di far capire ai nostri decisori politici: l’annunciata virata verso l’atomo è per il nostro paese una scelta sciagurata, antieconomica e tecnologicamente arretrata.

L’ennesima perdita di tempo e spreco di denaro pubblico, che farebbe deviare dall’inevitabile e risolutiva transizione energetica basata sulle rinnovabili.

Da noi osserviamo lo strano paradosso dei cosiddetti ex “sognatori ambientalisti”, oggi più razionali dei “nuclearisti”, spinti sembrerebbe più da convinzioni ideologiche che di buon senso.

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