Per contrastare nel modo più efficace possibile il cambiamento climatico, bisogna smettere di estrarre nuovo carbone, gas e petrolio e quindi lasciare sottoterra una fetta molto ampia delle riserve conosciute di combustibili fossili.

Lo sostengono gli autori di uno studio della University College London pubblicato su Nature, Unextractable fossil fuels in a 1.5 °C world (link in basso).

Dalla ricerca emerge che entro il 2050 il 60% circa delle riserve note di gas e petrolio su scala globale non dovrà essere estratto, così come il 90% del carbone esistente nei giacimenti di tutto il mondo.

Mentre la produzione mondiale di petrolio e gas, secondo i ricercatori, dovrà diminuire in media del 3% ogni anno da qui a metà secolo.

Ciò significa che il picco produttivo delle fonti fossili è già stato raggiunto, o sta per essere raggiunto, nella maggior parte dei paesi, e che molti progetti già operativi o pianificati nel settore oil & gas sono destinati a non essere più remunerativi.

Si parla di stranded asset: infrastrutture, come pozzi petroliferi e centrali a carbone, le cui attività sono incompatibili con la transizione energetica verso le fonti rinnovabili.

I numeri dello studio, spiegano poi gli autori, probabilmente sono sottostimati, perché i calcoli si basano su un modello che presenta il 50% di probabilità di limitare a +1,5 °C il surriscaldamento globale entro fine secolo, rispetto ai livelli preindustriali.

Inoltre, precisano i ricercatori, restano molte incertezze sulla possibilità di sviluppare su vasta scala le tecnologie CCS (Carbon Capture and Storage) che consentirebbero di catturare le emissioni di CO2 degli impianti industriali, oltre alle tecnologie che permetterebbero di rimuovere la CO2 già rilasciata in precedenza in atmosfera, come la Direct Air Capture.

Molte incertezze ci sono anche sulla quantità effettiva del carbon budget, cioè la quantità di anidride carbonica che potremo emettere prima di sforare il limite del grado e mezzo di riscaldamento terrestre.

Pertanto, se i governi vorranno avere maggiori probabilità di raggiungere il traguardo fissato dagli accordi di Parigi nel 2015, dovranno abbandonare ancora più velocemente i combustibili fossili rispetto a quanto indicato nello studio.

Ricordiamo che la stessa Iea (International Energy Agency), nel presentare il suo primo rapporto su come azzerare le emissioni nette di CO2 al 2050, ha affermato che la strada verso uno scenario net-zero non avrebbe concesso altro spazio a nuovi investimenti in risorse fossili.

Tuttavia, la ripresa economica globale post-Covid sta dimostrando quanto sia faticoso rinunciare a carbone, petrolio e gas nei vari settori, compresa la produzione di elettricità nonostante il boom delle rinnovabili, tanto che per il 2021 si prevede un nuovo aumento delle emissioni di anidride carbonica dovuto a una maggiore domanda di combustibili fossili.

Intanto un altro studio della Oxford University, in tema di stranded asset, sostiene che molte delle maggiori aziende energetiche europee rischiano di essere colpite da una “debt trap”, una trappola del debito, da almeno 114 miliardi di euro.

La cifra fa riferimento alla potenziale perdita complessiva di valore degli investimenti fossili: in pratica, le aziende potrebbero non essere più in grado di ripagare i debiti contratti per finanziare progetti nel carbone, gas e petrolio, perché quei progetti non daranno più i profitti previsti.

Ecco perché le compagnie del settore, secondo questo studio, devono accelerare gli investimenti nelle fonti rinnovabili e così garantirsi nuovi flussi di cassa con cui compensare e mitigare le perdite degli asset fossili.

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