Alla ricerca del baseload? Altro che nucleare: l’occasione italiana è la geotermia

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Dalla Baviera alla Cornovaglia fino agli Usa, la geotermia innovativa corre. In un paese ricco di calore nel sottosuolo come l’Italia, ignorarla significa rinunciare a una fonte programmabile, nazionale e industrialmente alla nostra portata.

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Ho confessione: sono uno di quelli che ingenuamente scrive ai ministeri, sperando di dare un contributo alla transizione energetica di questo paese.

Tempo fa, quando ministro dell’Ambiente era il fisico Cingolani, segnalai che forse sarebbe stato il caso di accelerare l’installazione di solare in Italia, per far fronte alla crisi del gas post-attacco all’Ucraina. Ne ebbi una cortese e distaccata risposta, che non sembra però aver indotto grandi cambiamenti nell’atteggiamento diffidente di quel governo verso le rinnovabili.

Adesso, di fronte al crescere di nuove minacce di approvvigionamento energetico, a cui l’attuale governo sembra voler rimediare puntando un improbabile rinascimento nucleare, ho segnalato alla segreteria dell’attuale ministro Pichetto-Fratin, che se pensano che il sistema energetico italiano necessiti assolutamente di una sorta di “baseload” non alimentata dal gas, avrebbero potuto imitare quanto realizzato in Baviera, dove la società canadese Eavor, ha fatto partire la prima centrale geotermica europea che non ricava energia da vapore o acqua calda sotterranei, ma la estrae da rocce calde e secche.

Applicando quella tecnologia, o inventandocene una simile domestica, nel sottosuolo d’Italia, molto più “hot” di quello tedesco, mi sono permesso di far notare al Ministero (che oltre dell’Ambiente ora è anche della Sicurezza energetica), che potremmo facilmente ottenere più degli 8 GW di baseload da impianti nucleari da rendere operativi al 2050, come previsto dal PNIEC, restando energeticamente indipendenti, spendendo meno e dando lavoro alle nostre industrie.

Facile indovinare quale risposta abbia ottenuto: nessuna. Evidentemente il nucleare è un dogma per questo governo e nessuna considerazione razionale può interferire con i destini nuclearisti della Patria.

È un peccato per il nostro paese, fermo dal 2014 a 0,9 GW di geotermico (appena 5,2 TWh/anno di produzione, l’1,7% della richiesta elettrica), visto che in molte altre nazioni questa fonte sta conoscendo un revival, che prevede anche interessanti innovazioni in una tecnologia inventata da noi e poi rimasta immutata per 100 anni.

Anche la Gran Bretagna ci prova

Ultimo arrivato nel club geotermico, è una nazione tutt’altro che vocata all’estrazione di calore dal sottosuolo: la Gran Bretagna, dove esiste una sola stazione termale, Bath, con acque calde naturali.

Eppure, anche lì la rete elettrica ha appena iniziato a ricevere energia geotermica, grazie all’impianto di United Downs, in Cornovaglia, la penisola a sud ovest dell’Inghilterra, che produrrà 3 megawatt di elettricità e allo stesso tempo estrarrà litio destinato alla produzione di batterie.

Poca roba, almeno per ora, ma dimostra quanto interesse ci sia nel mondo, Italia esclusa, per fonti energetiche rinnovabili in grado di fornire elettricità 24 ore al giorno in modo controllabile.

Infatti, il progetto United Downs non è certo stato facilitato dalle condizioni locali. Anche se i minatori di stagno e rame della Cornovaglia già sapevano che dalle rocce profonde uscivano vene di acqua bollente, non si erano mai trovati investitori che affrontassero il rischio di produrre energia da quella fonte.

Ironicamente a sbloccare la situazione è stata nel 2009 l’Unione Europea, poi abbandonata dalla Gran Bretagna nel 2016, fornendo 20 milioni di sterline per scavare due pozzi profondi 5000 metri, per raggiungere acque scaldate a 190 °C da rocce ricche di isotopi di uranio e torio, che decadono rilasciando energia. Insomma, quasi una centrale nucleare naturale.

Le acque raccolte così in profondità sono convogliate in superficie, dove fanno bollire un fluido organico a basso punto di ebollizione, il cui vapore viene inviato in turbina, producendo elettricità.

Per arrotondare gli incassi prima di reiniettarle sotto terra, dalle acque raffreddate viene estratto il litio di cui sono ricche: 340 parti per milione, la più alta concentrazione al mondo.

La società che ha costruito United Downs prevede di produrre 100 tonnellate di carbonato di litio per batterie nel 2026, espandendo gradualmente l’estrazione di questo elemento (e in parallelo di energia), fino a raggiungere le 18.000 tonnellate annue dal 2035 in poi.

A noi italiani tutto ciò dovrebbe farci arrabbiare: gli inglesi, pur di cominciare a sfruttare una fonte rinnovabile dispacciabile, hanno scavato 5000 metri di roccia per arrivare ad acqua ameno di 200 °C, mentre in varie zone d’Italia basta scendere a 2-3000 metri per incontrare fluidi a 300 °C o più, che consentono di produrre elettricità con costi molto minori, oltre che calore utile per riscaldamento e attività industriali.

Volendo potremmo anche noi estrarre litio, per esempio dalle acque calde sotterranee di Latera, nel nord del Lazio. E questo limitandoci alle tecnologie convenzionali.

L’esperienza bavarese

Se allarghiamo l’orizzonte le cose diventano ancora più interessanti: il citato impianto della Eavor in Baviera, non ha neanche bisogno di trovare fluidi ad alta temperatura nel sottosuolo per funzionare, estraendo il calore necessario da lunghe perforazioni orizzontali “a loop” nelle rocce calde.

Un tempo questo genere di impianti sarebbe costato una fortuna, ma le tecnologie di perforazione non verticale si sono diffuse e perfezionate per l’estrazione di petrolio e gas dagli strati di scisto negli Usa, e ora sono arrivate ad essere convenienti anche per la geotermia.

Usandole in Italia potremmo moltiplicare per molte volte le risorse geotermiche disponibili, andando a estrarre calore dalle varie zone vulcaniche, senza dover incontrare le rare condizioni geologiche che hanno permesso la “geotermia storica” nei siti toscani di Larderello e Monte Amiata.

Energia geotermica negli States

Ancora più efficiente sarebbe un altro tipo di “geotermia potenziata”, quella che, sempre imitando quanto si fa per il gas e petrolio di scisto, prevede la fratturazione delle rocce calde e secche, immettendo in esse acqua in pressione, che viene poi estratta come vapore.

La Fervo Energy, per esempio, dopo un progetto pilota in Nevada, sta costruendo nello Utah una centrale geotermica di questo tipo da 500 MW, con i primi 100 MW che saranno aperti entro il 2026.

La fratturazione consente uno scambio termico più agevole fra rocce ed acqua, ma si accompagna anche a problemi sismici e di inquinamento, che rendono questa tecnologia poco adatta all’alta densità di popolazione europea.

Se queste innovazioni per l’uso delle tecniche di perforazione orizzontale e fratturazione delle rocce “secche”, consentono di evitare il “rischio minerario”, cioè il non riuscire a trovare fluidi utilizzabili, c’è anche chi sta lavorando alla riduzione del secondo grande ostacolo economico della geotermia: l’alto costo delle perforazioni stesse.

È l’idea portata avanti dall’americana Quaise Energy, che con una tecnologia da “Guerre Stellari”, cioè con un fascio di microonde che vaporizza la roccia, progetta di creare giacimenti geotermici ovunque sul pianeta perforando fino a 12 km sotto la superficie, a costi che saranno una frazione degli attuali, consentendo di accedere a decine di TW di calore sotterraneo.

Inizialmente la loro tecnologia sembrava un po’ folle, ma nel 2025 ricercatori del MIT l’hanno usata per fare in poche ore un foro di 10 centimetri di diametro e 118 metri di lunghezza nel granito compatto di una cava, senza usare una trivella. Quaise Energy afferma ora che nel 2026 pianificano di moltiplicare per 10 quel record di lunghezza, arrivando a profondità commercialmente utili.

Opportunità strategica per l’Italia

Insomma, intorno a noi il panorama della geotermia ribolle di idee e progetti.

In Italia tutto tace: mentre il governo “sovranista” sogna di infilarci in un’altra costosissima dipendenza energetica, grazie al fantomatico nucleare, gli investitori privati e le aziende elettriche nazionali, sembrano ignorare del tutto la fonte geotermica.

Tutt’al più presentano piccoli progetti non particolarmente originali, e poi restando a girare i pollici in attesa che il pubblico ci metta i soldi per portarli avanti.

Nessuno che tenti anche solo di imitare in uno dei paesi al mondo, il nostro, più ricchi di risorsa geotermica, quanto di innovativo si sta facendo all’estero.

Sarebbe alla nostra portata sia industriale che tecnologica e contribuirebbe in modo decisivo a darci l’agognata indipendenza energetica.

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