Il Nobel Philippe Aghion: “per la transizione ecologica serve cambiare la crescita, non fermarla”

A NetZero Milan l'economista spiega perché mercato e carbon tax non bastano a contrastare il cambiamento climatico. Servono politiche industriali verdi, concorrenza e investimenti nell'innovazione. E una crescita più orientata alla qualità che alla quantità.

ADV
image_pdfimage_print

La crescita economica può essere compatibile con la lotta al cambiamento climatico, ma per riuscirci occorre cambiare la direzione dell’innovazione tecnologica, orientandola verso produzioni e consumi a minore impatto ambientale.

Il mercato, lasciato a sé stesso, non può garantire questa trasformazione: servono politiche pubbliche che accompagnino e accelerino lo sviluppo delle tecnologie pulite.

È il messaggio centrale della lectio magistralis di Philippe Aghion, che ha caratterizzato la giornata conclusiva di NetZero Milan, il 22 ottobre.

L’economista francese, professore al Collège de France, all’INSEAD e alla London School of Economics, ha ricevuto nel 2025 il Premio Nobel per l’Economia, insieme a Peter Howitt e Joel Mokyr, per i suoi studi sul ruolo dell’innovazione nella crescita economica.

Nel suo intervento a Milano, Aghion ha ripercorso le implicazioni della teoria della distruzione creatrice, sviluppata con Peter Howitt a partire dalle intuizioni di Joseph Schumpeter, per spiegare come innovazione, concorrenza e politiche industriali possano contribuire alla transizione ecologica.

Innovazione e crescita economica: la distruzione creatrice

Secondo la teoria schumpeteriana, la crescita economica è alimentata da un processo continuo di innovazioni che sostituiscono tecnologie e sistemi produttivi precedenti, rendendoli progressivamente obsoleti.

Le imprese investono in ricerca e sviluppo per ottenere profitti dalle proprie innovazioni. Tuttavia, quando acquisiscono una posizione dominante, possono utilizzare le risorse accumulate per ostacolare l’ingresso di nuovi concorrenti e proteggere le tecnologie esistenti.

È una contraddizione che, secondo Aghion, rende essenziale la politica della concorrenza: bisogna incentivare le imprese a innovare, impedendo che quelle già affermate blocchino le innovazioni successive.

Questo meccanismo ha una particolare importanza nella transizione energetica, dove tecnologie consolidate legate ai combustibili fossili possono rallentare l’affermazione di alternative a basse emissioni.

Il progresso tecnologico, infatti, non procede automaticamente nella direzione più favorevole all’ambiente, visto che le imprese tendono a continuare a investire nei settori in cui hanno accumulato conoscenze, competenze e capitali.

È il fenomeno della path dependence, la dipendenza dal percorso tecnologico precedente: se un sistema economico ha innovato soprattutto nelle tecnologie fossili, tenderà a continuare a farlo, a meno che incentivi e interventi pubblici non modifichino la convenienza degli investimenti.

La transizione ecologica richiede quindi di intervenire sulla direzione del progresso tecnologico, non soltanto sui suoi effetti ambientali.

Perché la carbon tax da sola non basta

Uno dei passaggi più significativi della lectio ha riguardato la necessità di affiancare al prezzo del carbonio una politica industriale verde.

La ragione, secondo Aghion, è economica: nella transizione ecologica bisogna correggere due differenti esternalità. La prima è quella ambientale, associata ai danni provocati dalle emissioni inquinanti. La seconda riguarda la conoscenza: le innovazioni tecnologiche producono benefici che si diffondono anche ad altre imprese e settori. Servono quindi strumenti differenti.

Il prezzo della CO₂ penalizza le attività più emissive, mentre gli incentivi alla ricerca e le politiche industriali rendono più conveniente lo sviluppo delle tecnologie pulite.

Richiamando un suo studio con altri economisti, Aghion ha mostrato che combinare tassazione delle emissioni e sussidi all’innovazione verde può consentire di raggiungere gli obiettivi ambientali con costi inferiori rispetto all’impiego della sola carbon tax.

Affidarsi esclusivamente alla tassazione richiederebbe prezzi del carbonio molto più elevati, con conseguenze economiche e sociali rilevanti. Ha fatto riferimento alla protesta dei gilet gialli in Francia nel 2018, innescata anche dall’aumento programmato delle imposte sui carburanti. L’incremento dei costi del diesel colpiva soprattutto cittadini delle aree periferiche, privi di alternative adeguate all’automobile privata.

Per Aghion, dunque, la politica climatica non può limitarsi a rendere più costose le tecnologie inquinanti, ma deve anche rendere disponibili e accessibili le alternative.

La politica industriale deve però andare oltre gli incentivi alle singole tecnologie, assumendo una funzione di coordinamento degli investimenti lungo intere filiere produttive. Qui ha fatto l’esempio della mobilità elettrica, il cui sviluppo richiede una crescita coordinata della produzione di batterie, componenti, infrastrutture e domanda finale.

Senza coordinamento, il mercato può rimanere bloccato in un equilibrio caratterizzato da bassa domanda e investimenti insufficienti. La politica industriale deve favorire il passaggio a un nuovo equilibrio, nel quale domanda e capacità produttiva si sostengano reciprocamente.

Decrescita o crescita di qualità?

Aghion ha poi affrontato uno degli argomenti più controversi del dibattito sulla sostenibilità: è necessario ridurre la crescita economica per contrastare il cambiamento climatico?

L’economista riconosce alcune ragioni dei sostenitori della decrescita alla luce del fatto che la storia mostra una forte relazione tra l’espansione economica, iniziata con la rivoluzione industriale, e l’aumento delle emissioni, come confermano anche i più recenti processi di industrializzazione di Cina e India.

Per Aghion, tuttavia, la soluzione non consiste nel fermare la crescita, ma nel trasformarne la natura, passando da un modello centrato sull’aumento delle quantità prodotte a uno più orientato alla qualità dei beni e dei servizi.

Il suo modello parte dall’osservazione che, con l’aumento del reddito, i consumatori tendono a destinare una quota crescente della spesa a beni e servizi nei quali la qualità assume maggiore importanza. Si tratta spesso di attività con una componente più elevata di servizi e una minore intensità di emissioni per unità di valore economico.

Anche l’innovazione tende ad adattarsi a questa domanda, concentrandosi sul miglioramento qualitativo dei prodotti anziché sul semplice aumento delle quantità.

Ne può derivare una crescita con una componente materiale relativamente minore e una più bassa intensità emissiva, anche se ciò non garantisce automaticamente una riduzione delle emissioni complessive.

Il ragionamento riguarda anche i limiti degli indicatori economici tradizionali: una crescita basata sul miglioramento della qualità può aumentare il benessere senza essere interamente rilevata dal PIL.

Ed è qui che Aghion si distingue dai sostenitori della decrescita. Condivide la necessità di ridurre il consumo di risorse e l’impatto ambientale, ma considera indispensabile continuare a innovare per raggiungere questi obiettivi senza rinunciare al miglioramento delle condizioni di vita.

Concorrenza, consumatori e politiche industriali

Nella visione di Aghion, la transizione ecologica richiede un’azione congiunta di imprese, Stato e società civile.

Le imprese devono sviluppare nuove tecnologie, lo Stato creare condizioni favorevoli all’innovazione pulita, mentre i consumatori possono orientare le scelte produttive attraverso la domanda.

La sensibilità ambientale dei cittadini può diventare un incentivo all’innovazione verde, soprattutto nei mercati concorrenziali. Aghion ha richiamato uno studio sulle imprese automobilistiche, secondo cui una maggiore attenzione dei consumatori all’ambiente favorisce lo sviluppo di tecnologie pulite, con un effetto rafforzato dalla concorrenza.

Quando i consumatori attribuiscono valore alla sostenibilità, le imprese sono infatti incentivate a investire in prodotti meno inquinanti per difendere o migliorare la propria posizione sul mercato. Per questo, secondo Aghion, politica industriale e concorrenza devono essere complementari, anziché strumenti alternativi.

Il ritardo europeo nelle politiche industriali

Aghion ha espresso una valutazione molto critica delle strategie europee degli ultimi decenni. L’Ue avrebbe privilegiato l’approccio regolatorio e strumenti come l’ETS, ritardando lo sviluppo di una politica industriale capace di sostenere innovazione e investimenti nelle nuove tecnologie. Ha definito l’Europa un “gigante regolatorio e un nano di bilancio”.

A differenza degli Stati Uniti, che hanno utilizzato programmi pubblici di ricerca e incentivi come quelli previsti dall’Inflation Reduction Act, e della Cina, che ha sostenuto lo sviluppo industriale del fotovoltaico e della mobilità elettrica, l’Europa avrebbe sottovalutato il ruolo degli investimenti pubblici e del coordinamento industriale.

Aghion propone di rafforzare gli strumenti europei di sostegno alla ricerca e alle tecnologie energetiche, anche attraverso un’agenzia sul modello della statunitense DARPA, capace di finanziare progetti innovativi ad alto rischio tecnologico.

La questione riguarda anche la competitività europea. Per l’economista, il protezionismo non può essere una strategia di lungo periodo, invece occorre aumentare la capacità di innovazione delle imprese, mobilitare capitali privati e utilizzare anche gli appalti pubblici per sostenere nuove tecnologie.

L’intelligenza artificiale può anche ridurre i consumi energetici

Nella parte conclusiva dell’intervento Aghion ha presentato un esempio concreto del contributo dell’intelligenza artificiale all’efficienza energetica dei processi industriali.

Il riferimento è a una ricerca del 2026 sugli impianti di depurazione delle acque gestiti in Francia da Veolia, che ha confrontato le prestazioni degli impianti dotati di sistemi di controllo basati sull’AI con quelle di impianti che utilizzavano sistemi tradizionali.

L’intelligenza artificiale consente di ottimizzare il funzionamento dei sistemi di aerazione, adattandone l’attivazione alle condizioni operative e ai carichi da trattare. Secondo i risultati illustrati, l’adozione dell’AI ha consentito una riduzione del 5,4% dei consumi elettrici, del 6% delle emissioni di CO₂ e dell’8,2% dei costi energetici. Il consumo aggiuntivo di elettricità attribuito all’intelligenza artificiale è risultato inferiore all’1% dell’energia risparmiata grazie al suo utilizzo.

L’esempio, pur non generalizzabile ad altre applicazioni, mostra come l’AI possa contribuire a ridurre i consumi energetici attraverso una gestione più efficiente dei processi produttivi.

In conclusione, per Aghion la lotta al cambiamento climatico richiede di accelerare l’innovazione per ridurre le emissioni, adattarsi agli impatti climatici e migliorare la qualità della produzione e dei consumi.

Non bisognerebbe necessariamente rinunciare alla crescita economica, ma orientarla verso tecnologie, prodotti e servizi meno dipendenti dalle risorse materiali e dalle emissioni. Un cambiamento che però richiede politiche industriali, investimenti nell’innovazione, concorrenza e una domanda sempre più attenta alla sostenibilità.

ADV
×
Privacy Policy Cookie Policy