Per anni il fotovoltaico ha vissuto dentro una convinzione rassicurante: i moduli costano sempre meno.
Ogni business plan lo dava per acquisito, ogni asta lo incorporava, ogni modello finanziario lo trattava come una traiettoria irreversibile. Poi è successo quello che accade sempre nei mercati maturi: la curva ha smesso di scendere.
Fino a poco tempo fa per i grandi impianti i prezzi dei moduli si muovevano in una fascia che molti consideravano ormai strutturale: tra 9 e 13 centesimi per watt, a seconda di tecnologia, qualità e provenienza.
Dentro quel perimetro sono stati costruiti business plan, offerte in asta e strutture finanziarie. Oggi quel perimetro non regge più. I produttori stanno applicando o annunciando aumenti nell’ordine del 20-30% e oltre rispetto ai livelli di fine anno. In valore assoluto sono pochi centesimi per watt. In termini finanziari, sono una scossa.
La domanda chiave è: perché sta succedendo proprio adesso?
Non è un rimbalzo tecnico e non è solo “speculazione”. È un cambio di fase industriale che nasce da tre dinamiche convergenti.
La prima è legata ad una materia prima. L’argento, utilizzato nella metallizzazione delle celle, ha registrato un aumento di prezzo significativo. Nelle tecnologie più diffuse e ad alta efficienza, la quantità di argento per watt è diminuita negli anni, ma resta un elemento critico della struttura di costo (L’argento fa aumentare i costi dei moduli fotovoltaici).
Quando il prezzo dell’argento si muove rapidamente verso l’alto, l’impatto sulla cella è diretto e difficile da assorbire, soprattutto in un contesto in cui i margini industriali erano già ridotti al minimo.
La seconda dinamica è la fine della guerra dei prezzi. Negli ultimi due anni, la sovraccapacità produttiva globale, in particolare in Asia, aveva spinto molti produttori a vendere a margini bassissimi, talvolta prossimi al costo industriale. Quella fase ha generato prezzi record, ma non era più sostenibile.
Oggi molti produttori stanno semplicemente smettendo di vendere sottocosto. Non stanno “alzando i prezzi per fare margini straordinari”: stanno cercando di tornare a margini industriali minimi che rendano la produzione sostenibile nel tempo (Prezzi moduli FV: un 2026 di rincari per i prodotti cinesi).
La terza dinamica è più strutturale e riguarda il riassetto della filiera globale, con la Cina al centro.
Per anni la competizione internazionale si è giocata su sovraccapacità, espansione aggressiva e compressione dei margini: chi vendeva prezzi più bassi catturava quote, spesso a scapito della sostenibilità industriale.
Adesso quel paradigma sta cambiando. A partire dal 1° aprile 2026, alcune misure fiscali cinesi — in particolare l’eliminazione dei rimborsi Iva all’export sui moduli — hanno ridotto l’incentivo a vendere all’estero sotto costo e hanno ricreato spazio di manovra per i produttori. Questo intervento normativo, insieme a dazi, barriere commerciali e crescente controllo sulle catene di fornitura, sta spingendo la filiera verso una maggiore disciplina.
La combinazione di questi fattori sposta verso l’alto il “prezzo di equilibrio” del modulo FV. Non è un picco temporaneo: è il livello minimo sostenibile che si sta riallineando con la realtà industriale.
Per i progetti ancora in fase di sviluppo, questo è un rischio da mettere subito nei conti. Per quelli che hanno già ottenuto un incentivo, come molti impianti aggiudicatari delle recenti procedure FER-X, può diventare un nodo strutturale.
Qui i ricavi sono in larga parte stabilizzati dal meccanismo di supporto, mentre i costi restano aperti fino alla firma dei contratti di fornitura. Se il prezzo dei moduli sale dopo l’aggiudicazione e prima del procurement, la differenza non la paga il mercato: la paga l’equity.
Il risultato è silenzioso ma molto concreto. I rendimenti attesi si assottigliano, i margini di sicurezza si riducono e quello che sembrava un progetto lineare inizia a chiedere più capitale proprio e maggiore cautela in fase di finanziamento. Le banche, a parità di ricavi, diventano più prudenti. La leva si abbassa, l’equity aumenta, i rendimenti scendono ancora. È un effetto a catena che non fa rumore, ma cambia i conti.
E il tema non riguarda solo il “nuovo”. Sta diventando sempre più delicato anche il capitolo revamping del parco fotovoltaico esistente. Molti impianti entrati in esercizio negli anni dei primi Conti Energia sono arrivati a un’età in cui sostituire moduli o aggiornare componenti sarebbe tecnicamente sensato: più efficienza, più produzione, più vita utile.
Ma se i moduli costano sensibilmente di più rispetto ai minimi recenti, il revamping diventa più caro proprio quando i ricavi sono già noti e spesso in graduale riduzione.
Se a questo si sommano ipotesi di nuove rimodulazioni o “spalma-incentivi” sugli impianti esistenti, il quadro si complica ulteriormente. Investire per migliorare un impianto diventa una scelta finanziariamente più difficile: costi in aumento, orizzonti regolatori meno stabili, ritorni più diluiti nel tempo.
Il rischio è paradossale (e ahimé tipicamente italiano): rallentare gli interventi di ammodernamento proprio quando il sistema elettrico avrebbe bisogno di più produzione efficiente da asset già connessi.
Non stiamo andando verso moduli fuori controllo, ma tornando a moduli con un prezzo che riflette la realtà industriale. Ma quando questo avviene dopo che i ricavi sono già stati fissati e, come detto, anche pochi centesimi per watt possono spostare milioni su un progetto.
Il rischio oggi non è solo il prezzo dell’energia ma è anche, e di nuovo, il costo dell’hardware. Il sistema come al solito con un po’ di tempo si adeguerà, e quindi non mi fascerei la testa per questo, ma per chi ha biddato con parametri fissi e molto competitivi oramai da rispettare, ha scelte difficili (e rapide) da fare.


























