L’Industrial accelerator act sotto la lente: le criticità della strategia Ue

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Think tank e associazioni riconoscono l'importanza del provvedimento ma sottolineano alcuni punti deboli: rischio lobbying, definizioni vaghe e focus sulla competitività più che sulla decarbonizzazione.

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L’Industrial accelerator act (Iaa) varato dall’Unione europea agli inizi di marzo si propone di tutelare la manifattura comunitaria intervenendo su alcuni settori strategici come l’industria ad alta intensità energetica (acciaio, cemento, alluminio, ecc.), l’automotive, le tecnologie pulite. Ma ci riuscirà davvero? E a che “prezzo”?

Secondo una recente indagine intersettoriale di Wood Mackenzie, società internazionale di consulenza e ricerca specializzata in energia e materie prime, il provvedimento “probabilmente rallenterà il ritmo del declino industriale”, ma non possiede “la completezza e la forza vincolante necessarie per raggiungere l’obiettivo dichiarato di aumentare la produzione manifatturiera al 20% del Pil dell’Ue entro il 2035”.

Con il provvedimento Bruxelles punta a introdurre a partire dal 2029 quote minime di prodotti low-carbon e di origine europea nei settori strategici citati. Le quote di materiali a emissioni ridotte sono fissate al 25% per l’alluminio e al 5% per il cemento. Per l’acciaio sarà invece previsto solo un requisito minimo del 25% di contenuto a basse emissioni.

Per quanto riguarda il fotovoltaico, nei progetti sostenuti con fondi pubblici o tramite appalti, inverter e celle solari dovranno essere di origine europea entro tre anni dall’entrata in vigore del regolamento.

Ai trasporti su strada sarà invece applicata la preferenza per le auto elettriche interamente assemblate nell’Unione, con almeno tre componenti della batteria e il 70% di componenti extra-batteria fabbricati all’interno dei confini comunitari. Gli stessi criteri “Made in Europe” saranno estesi ai Paesi terzi che garantiscono l’accesso reciproco agli appalti pubblici anche alle imprese europee. Inoltre, viene limitata la proprietà straniera nei settori strategici al 49%.

L’analisi di Wood Mackenzie

La legislazione rappresenta “il tentativo più completo dell’Ue di invertire due decenni di declino del settore manifatturiero”, spiegano gli analisti di Wood Mackenzie, sottolineando però come la quota di questo ambito sul Pil globale sia scesa dal 17,4% al 14,3% tra il 2000 e il 2024, a causa della concorrenza delle importazioni a basso costo.

La principale criticità dell’Iaa evidenziata è che la dicitura “Made in Eu” si estende a qualsiasi Paese con cui l’Unione europea ha un accordo di libero scambio. L’Unione ha 40 di questi accordi che coinvolgono oltre 70 partner, molti dei quali sono importanti produttori di materie prime che la normativa avrebbe dovuto tutelare. “In questo modo – si legge nell’analisi – la normativa offre principalmente protezione dalla Cina, pur mantenendo un’ampia esposizione alle importazioni da altri Paesi”.

Questo fattore, in combinazione con le soglie di esenzione dai costi, altera “radicalmente” l’impatto della legge. Quando le alternative prodotte in Europa si rivelano più costose, infatti, i meccanismi di contenuto locale diventano volontari anziché vincolanti.

Anche il periodo di attuazione di tre anni rappresenta un ostacolo: in settori in rapida evoluzione come le celle solari e la tecnologia delle batterie, tempi dilatati rischiano di costringere l’Europa a costruire capacità produttive obsolete per competere nel mercato del domani.

Secondo Wood Mackenzie, per il fotovoltaico “un ritardo di tre anni rischia di lasciare l’Europa indietro di un ciclo tecnologico rispetto alla Cina”, mentre per l’eolico “le disposizioni in materia di sicurezza informatica creano ostacoli per i produttori cinesi”.

Per quanto riguarda la supply chain delle batterie, i requisiti delle flotte aziendali, che riguardano l’85% delle nuove immatricolazioni di veicoli elettrici, impongono l’assemblaggio e la produzione di celle nell’Ue, ma “il ritardo di tre anni per i requisiti relativi al materiale attivo del catodo e i limiti del 49% per la proprietà straniera rischiano di scoraggiare gli investimenti”.

Il provvedimento non è comunque privo di meriti. Se attuato efficacemente dagli Stati membri, potrebbe ridurre significativamente i tempi di realizzazione dei progetti. Inoltre, il quadro normativo in materia di cybersicurezza pone ostacoli legittimi ai fornitori ad alto rischio nel settore delle infrastrutture critiche, mentre gli obblighi di appalto creano segmenti di domanda garantiti.

Definizioni vaghe e rischi ambientali

L’Iaa non affronta però le cause principali della scarsa competitività dei costi in Europa: prezzi dell’energia, frammentazione del mercato dei capitali e disponibilità di materie prime.

Inoltre, stando a un’analisi del think tank italiano ECCO, non offre “un quadro chiaro sui criteri verdi, che saranno stabiliti da legislazione separata, e su come la percentuale di appalti pubblici dedicati a beni verdi e Made in Eu possa aumentare nel tempo”.

Nel testo finale è stato rimosso il sistema volontario di etichettatura dell’intensità di gas serra per l’acciaio laminato a caldo, presente nelle bozze precedenti. “Un sistema di etichettatura, preferibilmente obbligatorio e basato su una metodologia coerente con Ets e Cbam, sarebbe essenziale per misurare e valorizzare i prodotti a basse emissioni, soprattutto in un contesto di incertezza sulla definizione dei criteri low-carbon”, spiega Davide Panzeri, responsabile delle politiche Italia-Europa di ECCO.

Secondo una valutazione dell’European Environmental Bureau, l’Iaa va “nella direzione giusta” perché riconosce la necessità di sostenere la decarbonizzazione industriale e creare mercati per prodotti a basse emissioni, ma rischia di compromettere gli obiettivi climatici perché mancano criteri vincolanti per eliminare progressivamente i combustibili fossili.

In particolare, le definizioni di “decarbonizzazione” sono considerate vaghe e potrebbero permettere anche miglioramenti marginali in tecnologie fossili di qualificarsi come interventi verdi, minando la credibilità della misura.

Inoltre, l’accelerazione delle autorizzazioni attraverso “aree industriali prioritarie” potrebbe ridurre la qualità delle valutazioni ambientali e indebolire le tutele per natura e biodiversità, con il rischio paradossale di aumentare contenziosi e rallentamenti.

Sulla stessa linea il giudizio di InfluenceMap, organizzazione indipendente che analizza come aziende, lobby e investitori influenzano le politiche climatiche ed energetiche. Il rischio principale sottolineato è quello di un progressivo indebolimento dell’impianto climatico della misura sotto la pressione di interessi industriali.

In particolare, la richiesta diffusa di “neutralità tecnologica” potrebbe consentire l’inclusione di soluzioni legate ai combustibili fossili o a tecnologie transitorie, non pienamente allineate agli obiettivi climatici più ambiziosi. Inoltre, l’emergere di priorità politiche alternative, come l’enfasi su criteri “Made in Eu”, rischia di spostare l’attenzione dalla decarbonizzazione alla competitività industriale, diluendo l’efficacia climatica della proposta.

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