Industrial accelerator act, si discute sul criterio “Made in Eu”

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Le associazioni di categoria ascoltate in Senato si dividono tra il sostegno alla manifattura europea e i timori per regole troppo rigide su filiere, appalti e competitività.

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In Senato si discute dell’Industrial accelerator act (Iaa), il provvedimento varato agli inizi di marzo dalla Commissione europea che si propone di tutelare la manifattura comunitaria intervenendo su alcuni settori strategici come l’industria ad alta intensità energetica (acciaio, cemento, alluminio), l’automotive e le tecnologie pulite.

In particolare, nel corso della tornata di audizioni di ieri, 27 marzo, al centro del dibattito è finito il requisito “Made in Eu” previsto dall’Iaa. Prima di analizzare le varie posizioni, proponiamo un breve ripasso.

Il requisito “Made in Eu”

Bruxelles punta a introdurre negli ambiti citati, a partire da gennaio 2029, quote minime di prodotti a basso contenuto di carbonio e di origine europea. Le quote di materiali a emissioni ridotte sono fissate al 25% per l’alluminio e al 5% per il cemento. Per l’acciaio sarà invece previsto solo un requisito minimo del 25% di contenuto low-carbon.

Il nuovo regolamento introduce poi una preferenza per il “Made in Europe” nell’accesso ad appalti e altre forme di incentivi. Per le tecnologie pulite, le componenti a cui si applica questo criterio sono eolico, batterie, fotovoltaico, elettrolizzatori, pompe di calore e alcuni elementi del nucleare.

Per quanto riguarda il fotovoltaico, ad esempio, nei progetti sostenuti con fondi pubblici o tramite appalti, inverter e celle solari dovranno essere di origine europea entro tre anni dall’entrata in vigore del regolamento.

Per le batterie, invece, nella prima fase (1-3 anni dall’entrata in vigore) si dispone che vengano assemblate nell’Ue, mentre i progetti sopra 1 MWh dovranno includere il Battery Management System (Bms) di origine comunitaria.

Nella fase successiva, le installazioni di dispositivi sopra 1 MWh dovranno includere, oltre al Bms, anche le celle della batteria e un altro componente principale specifico di origine europea.

Quanto ai trasporti su strada, sarà applicata la preferenza per le auto elettriche interamente assemblate nell’Unione, con almeno 3 componenti della batteria e il 70% di componenti extra batteria fabbricate all’interno dei confini comunitari. Gli stessi criteri “Made in Eu” saranno estesi ai Paesi terzi che garantiscono l’accesso reciproco agli appalti pubblici anche alle imprese europee.

Il dibattito in Senato

Nel corso delle audizioni davanti alla Commissione Politiche dell’Ue di Palazzo Madama, il requisito di origine è stato accolto con favore come strumento di rafforzamento della manifattura europea, ma accompagnato da numerosi richiami alla necessità di evitare rigidità eccessive lungo le filiere industriali.

Un tema ricorrente ha riguardato la definizione stessa di “origine europea” dei prodotti. Michelangelo Lafronza, segretario di Anie Rinnovabili, ha invitato a evitare approcci troppo restrittivi che rischino di penalizzare produzioni localizzate in Europa ma controllate da gruppi extra-Ue

Secondo Lafronza, il criterio del “Made in Eu” dovrà essere calibrato sulle specificità dei singoli settori e sulle reali catene di approvvigionamento, per evitare effetti negativi sia sulla competitività industriale sia sullo sviluppo delle rinnovabili. Da qui la richiesta di accompagnare le misure previste dall’Iaa con “strumenti di sostegno economico, sia dal lato dell’offerta sia della domanda”.

Più rigorosa la posizione espressa da Marco Golinelli, vicepresidente di Anima Confindustria, che ha criticato un’eccessiva estensione del principio di “Equivalent Union Origin Content”, il meccanismo che consente di considerare equivalenti ai componenti europei anche quelli provenienti da Paesi terzi ritenuti affidabili.

Per Golinelli, l’equivalenza dovrebbe essere circoscritta ai Paesi Ue, allo Spazio economico europeo e a partner fortemente integrati come il Regno Unito. Un’applicazione troppo ampia, “basata unicamente sull’esistenza di accordi commerciali”, rischierebbe infatti di svuotare l’obiettivo stesso del regolamento.

Un’osservazione simile a quella fatta da Wood Mackenzie in una valutazione dell’Iaa fatta lo scorso marzo (si veda L’Industrial accelerator act sotto la lente: le criticità della strategia Ue). In quella sede gli analisti sottolineavano come l’Unione abbia all’attivo 40 di questi accordi che coinvolgono oltre 70 partner, molti dei quali sono importanti produttori di materie prime che la normativa avrebbe dovuto tutelare. “In questo modo – si legge nell’analisi – la normativa offre principalmente protezione dalla Cina, pur mantenendo un’ampia esposizione alle importazioni da altri Paesi”.

Golinelli ha inoltre richiamato il tema della certezza normativa, sottolineando come la possibilità di demandare alla Commissione europea la definizione dei Paesi equivalenti tramite atti delegati possa creare incertezza e rallentare gli investimenti industriali.

Anche il settore delle costruzioni ha chiesto un approccio pragmatico. Federico Ghella, vicepresidente di Ance, ha sostenuto la necessità di rafforzare le catene del valore europee mantenendo però coerenza con gli impegni internazionali e garantendo “reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici”.

Ghella ha inoltre evidenziato il rischio che il nuovo impianto normativo si traduca in un aggravio burocratico sia per le amministrazioni sia per le imprese, chiedendo che nei costi dei lavori pubblici vengano considerati anche gli eventuali maggiori oneri derivanti dall’applicazione dei requisiti “Made in Eu”.

Indicazioni simili emergono anche dalle memorie scritte trasmesse alla Commissione Industria. Nel documento inviato da Anfia (link in basso), l’associazione della filiera automotive propone di ampliare il campo di applicazione del regolamento includendo, oltre ai veicoli elettrici, plug-in e a idrogeno, anche quelli alimentati esclusivamente con carburanti rinnovabili.

Sul fronte dell’origine dei componenti, Anfia avverte che un’estensione troppo ampia dell’ambito geografico potrebbe compromettere l’obiettivo di valorizzare le produzioni europee. Per questo propone che i criteri vengano applicati soltanto ai Paesi Ue e al Regno Unito, prevedendo eventualmente un meccanismo “opt-in” per altri Stati subordinato a una verifica di equivalenza.

Cna e Confartigianato sottolineano nella propria memoria (link in basso) il possibile aumento degli oneri amministrativi. “Requisiti legati al Made in Eu, al low-carbon e ai controlli sugli investimenti esteri potrebbero aumentare la complessità procedurale – si legge – incidendo in modo sproporzionato sulle Pmi”.

Strumenti come la preferenza europea “rischiano di generare distorsioni o interruzioni delle catene del valore laddove il mercato europeo non è ancora pronto a coprire il fabbisogno, con conseguenti aumenti dei costi per le imprese, le amministrazioni pubbliche e i consumatori”. Cna e Confartigianato citano l’esempio dei pannelli FV “Made in Eu”, che “sono risultati, almeno nella prima fase di incentivazione, difficili da reperire per gli operatori”.

Più prudente, infine, la valutazione contenuta nella memoria presentata da Lorenzo Galanti, direttore generale dell’Ice (link in basso). Secondo l’agenzia per l’internazionalizzazione delle imprese, i criteri “Made in Eu” possono rappresentare uno strumento utile per proteggere il mercato europeo dal “dumping asiatico”, ma allo stesso tempo rischiano di irrigidire le catene di fornitura.

Pur condividendo l’impianto generale della proposta come misura di tutela della competitività continentale, l’Ice invita quindi a evitare che la transizione si traduca in un costo eccessivo per le filiere manifatturiere europee.

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