Hfc gas: illegalità e dipendenza. Perché accelerare sulle alternative

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In Italia la criminalità fa affari con i gas per la refrigerazione, secondo un'inchiesta dell'ong Eia. Un danno per clima e consumatori, ma anche un tema industriale e di geopolitica: va anticipato il passaggio ad alternative più sostenibili e autarchiche.

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Gas venduti fuori quota, fatture falsificate, etichette alterate per far passare refrigeranti ad alto impatto climatico come prodotti “rigenerati”, con la possibilità che questi Hfc finiscano anche nelle catene di approvvigionamento di grandi aziende come Ferrovie dello Stato, Iveco, Carrefour e Lidl Italia.

È il quadro che emerge dall’ultima indagine della Environmental Investigation Agency, Ong internazionale indipendente che conduce investigazioni su crimini ambientali globali e che ha documentato, sotto copertura, il funzionamento del mercato dei gas refrigeranti in Italia.

L’inchiesta (link in basso), condotta nel 2025 lungo tutta la filiera, descrive un sistema in cui operatori di diversi livelli – importatori, distributori e venditori – ammettono pratiche illegali come il superamento delle quote europee, l’evasione dell’Iva e la manipolazione della documentazione commerciale.

Evidenze che portano l’attenzione a un problema più ampio: la dipendenza critica dell’Europa da gas prodotti all’estero e la necessità di accelerare la transizione verso refrigeranti naturali, più sostenibili, più economici e potenzialmente producibili all’interno dell’Unione.

L’inchiesta

Il quadro che emerge dall’inchiesta sotto copertura della Eia è quello di pratiche illegali diffuse.

Tra le più rilevanti, la classificazione dei prodotti: gas vergini ad alto impatto climatico verrebbero venduti come “rigenerati”, categoria soggetta a vincoli meno stringenti.

A questo si aggiunge la diffusione di miscele contraffatte, vendute come refrigeranti a basso potere climaterante, ma in realtà più inquinanti.

Il report individua anche specifici operatori. Halpha Refrigerant, importatore con base in Albania, avrebbe dichiarato di fornire una quota significativa del mercato del Sud Italia pur senza disporre delle necessarie quote F-gas.

Nel Nord Italia, un rappresentante di Carma Metals avrebbe ammesso di superare i limiti e di approvvigionarsi tramite Romania e Bulgaria, paesi indicati come punti di ingresso privilegiati per il commercio illecito.

Tra i distributori locali compare anche Puglia Oxygen, che inizialmente avrebbe offerto gas altamente climalteranti con modalità di fatturazione alterate, salvo poi ridimensionare le proprie dichiarazioni in incontri successivi.

Tra i clienti figurerebbero soggetti come Ferrovie dello Stato, Iveco, Carrefour e Lidl Italia: sentita da Eia, Carrefour ha dichiarato di non avere rapporti diretti con i fornitori citati, pur ammettendo la possibilità di relazioni indirette lungo la filiera; Iveco ha richiamato il proprio codice di condotta senza confermare legami specifici, mentre Lidl Italia non ha risposto.

Normativa vs domanda

Il punto, sottolineato dall’indagine, è che in assenza di sistemi efficaci di tracciabilità diventa difficile per gli stessi operatori verificare l’origine legale dei prodotti acquistati.

Alla base del fenomeno c’è poi una dinamica economica precisa. La regolazione europea ha progressivamente ridotto le quantità di Hfc disponibili sul mercato attraverso un sistema di quote, mentre la domanda resta elevata, soprattutto per la manutenzione degli impianti esistenti.

Questo squilibrio ha fatto aumentare i prezzi in modo significativo, creando forti incentivi al commercio fraudolento. Il report evidenzia che, una volta immessi nel mercato europeo, i gas non sono sempre tracciabili lungo tutta la filiera, rendendo difficile distinguere tra prodotti legali e illegali.

Il contesto normativo è il regolamento (Ue) 2024/573 sui gas fluorurati, in vigore dal marzo 2024, che ha rafforzato il precedente impianto introducendo obiettivi più stringenti.

La logica è quella del phase-down, con una riduzione progressiva delle quote fino a un quasi azzeramento entro il 2050 e tappe intermedie rilevanti, come il taglio di circa il 50% previsto entro il 2027. A questo si affiancano divieti su apparecchiature e limiti sempre più severi sul potere climalterante dei gas utilizzati.

Le regole Ue sui gas refrigeranti sono una delle politiche più ambiziose a livello globale su queste sostanze, che come noto hanno un potenziale climalterante anche migliaia di volte superiore alla CO2 e sono già oggetto di una strategia globale di riduzione nell’ambito del Protocollo di Montreal.

La spinta europea punta a favorire l’adozione di refrigeranti naturali, come CO2, propano e isobutano, già disponibili e utilizzati in diversi settori.

Dipendenza critica

Ma il problema sembra essere che questa sostituzione sta avvenendo troppo lentamente e, come visto, nel frattempo la criminalità approfitta della domanda ancora alta per i “vecchi” gas Hfc.

L’emergere del mercato illegale rafforza poi una lettura che va oltre la dimensione ambientale. Come spiega a QualEnergia.it Davide Sabbadin, policy officer del network di associazioni ambientaliste European Environmental Bureau (Eeb), gli Hfc sono prodotti in larga parte fuori dall’Europa, da multinazionali statunitensi, giapponesi e cinesi.

Questo crea una dipendenza strategica per infrastrutture fondamentali, dalla catena del freddo alla climatizzazione di edifici e servizi essenziali. “Dipendiamo dall’estero per come raffreddiamo il cibo o riscaldiamo ospedali e scuole”, osserva.

In questo contesto, i picchi di prezzo legati alla riduzione delle quote e alle tensioni globali spingono operatori anche piccoli, come commercianti o artigiani, a rivolgersi al mercato parallelo, spesso senza piena consapevolezza dei rischi.

Le alternative

Secondo Sabbadin, la via d’uscita passa dall’accelerazione della transizione verso refrigeranti naturali. Questi gas, oltre a essere meno impattanti dal punto di vista climatico, presentano vantaggi economici e industriali.

Parliamo, come detto, di CO2, propano e isobutano, che pur derivando dagli idrocarburi, non pongono un problema di dipendenza perché ne richiedono quantità minime, non sono coperti da brevetti e possono essere prodotti facilmente anche in Europa.

“L’Italia, ad esempio, dispone di un importante impianto produttivo a Rovigo e potrebbe contribuire a una filiera europea più autonoma. Con i gas naturali possiamo essere autosufficienti”, sintetizza Sabbadin.

Cambiare incentivi e regole

Invece il passaggio ai refrigeranti naturali sta andando troppo lentamente perché spesso richiede la sostituzione degli impianti esistenti.

Servono, suggerisce il rappresentante di Eeb, misure di politica industriale e regolatoria per promuovere dispositivi compatibili con i gas più sostenibili: incentivi mirati e una revisione delle norme di sicurezza, che oggi ne limitano la diffusione in alcuni contesti, come nel caso del propano nei condomini.

“Basta poco per cambiare il mercato: in Germania, con un incentivo aggiuntivo del 5% per chi sceglie pompe di calore con refrigeranti naturali, oggi oltre l’80% delle installazioni va in quella direzione, mentre in Italia questa spinta non c’è”, osserva Davide Sabbadin, che fa presente come una proposta per inserire nel conto termico una norma in tal senso non sia stata accolta.

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