Cenerentola troverà il suo Principe Azzurro? Forse, peccato che non sia un tipo raccomandabile.
Lasciamo perdere le metafore fiabesche e veniamo alla dura realtà: la geotermia, la Cenerentola delle energie rinnovabili potrebbe essere sul punto di diventare una fonte fondamentale per la transizione energetica, ammesso però che in suo aiuto arrivi il più improbabile degli alleati, l’industria dell’Oil & Gas.
È più o meno questa la tesi di un lungo articolo di Gernot Wagner, economista climatico della Columbia University, apparso sulla Milken Institute Review, dal titolo “The Geothermal Opportunity“.
Wagner ricorda la storia della geotermia, le sue potenzialità, le criticità, i progetti più importanti in corso e le innovazioni tecnologiche che dovrebbero rivoluzionarne il ruolo.
Un ruolo potenzialmente enorme, essendo questa fonte sempre disponibile, modulabile, con un minimo impatto sul territorio e sostenibile ambientalmente, economicamente e da un punto di vista geopolitico. Insomma, la compagna perfetta per rinnovabili intermittenti come solare ed eolico.
Come sappiamo in Italia, dove la geotermia per l’elettricità fu inventata nel 1904, la produzione geotermoelettrica si basa sulla coltivazione di riserve di vapore o di fluidi molto caldi, presenti a qualche chilometro di profondità nelle aree vulcaniche del mondo che hanno anche la caratteristica di avere rocce-serbatoio fratturate e dove i fluidi possono circolare facilmente.
Queste aree però sono anche molto rare e localizzate; questo vuol dire che la “geotermia tradizionale” potrà contribuire solo marginalmente alla transizione energetica globale, come succede ora.
Ma non basta, cercare riserve di fluidi espone anche a un elevato rischio che si scavino pozzi da milioni di euro l’uno senza intercettarne abbastanza. Il rischio può essere mitigato da approfondite indagini geofisiche, ma anch’esse richiedono investimento a molti zeri.
Le innovazioni sulla geotermia
Ad alleviare questi rischi e limitazioni ecco arrivare le innovazioni citate nell’articolo, volte a trasformare le molto più comuni rocce calde ma secche in una “miniera di energia”, disponibile ovunque entro 6-8 km di profondità, “ingegnerizzando” il sottosuolo.
La prima di queste innovazioni è l’EGS, Enhanced Geothermal System, la fratturazione idraulica delle rocce calde a bassa permeabilità per permettere la circolazione di acqua al loro interno. Ci sta lavorando negli Usa la Fervo Energy, con impianti sperimentali in Nevada e nello Utah.
La seconda innovazione è l’AGS, Advanced Geothermal Systems: sistemi a circuito chiuso che sta sperimentando, per esempio, la Eavor, in Canada e in Germania. Qui si tratta di effettuare perforazioni orizzontali nelle rocce calde e secche, creando degli anelli che da una parte iniettano l’acqua fredda, e dall’altra estraggono acqua surriscaldata, che poi si trasforma in vapore.
A queste due innovazioni, che richiedono scavi molto estesi, contribuiranno anche le perforazioni senza trivella, affidate a sistemi che vaporizzano le rocce, tramite microonde, come quelli della Quaise Energy, plasma, come propone la GA Drilling, o i proiettili ipersonici sparati dalla HyperSciences.
Questi metodi vogliono mandare in pensione le vecchie, costose e “delicate” teste ruotanti diamantate per far crollare i costi di trivellazione che costituiscono circa il 50% dell’investimento in un impianto geotermico e arrivare a profondità mai raggiunte prima.
Per esempio, la Quaise punta ai 10 km di profondità, dove, ovunque nel mondo, le temperature sono così alte da permettere di produrre elettricità e calore. Riuscissero nell’intento aprirebbero scenari di diffusione universale della geotermia come fonte principale di energia.
L’industria estrattiva sarà protagonista?
Tutto molto promettente, se non fosse che, rileva Wagner, molte di queste innovazioni sono basate su tecniche inventate per l’oil&gas.
Sono i loro tecnici a padroneggiarle, così come sono quelle compagnie ad avere capitali, credito ed esperienza finanziaria necessari per creare impianti che, a fronte di grandi investimenti iniziali, richiedono molti anni per diventare profittevoli. Il comparto estrattivo ha anche, diciamolo chiaramente, le capacità di lobbying necessarie per convincere la politica a sostenere questi progetti e modificare le norme che possono ostacolarli.
L’economista americano invoca quindi un’alleanza tra l’industria più odiata dagli ambientalisti, e la geotermia, nonostante questa sia la fonte rinnovabile che, se rilanciata su grande scala, potrebbe piantare l’ultimo chiodo nella bara delle fonti fossili, risolvendo l’annoso problema di compensare l’intermittenza di sole e vento.
Nonostante tutto ciò, secondo Wagner, all’oil&gas converrebbe entrare in questo settore, un po’ per rifarsi la faccia e un po’ per prepararsi un paracadute per quando arriverà il momento in cui il mondo si deciderà a fare sul serio contro il cambiamento climatico.
Vorremmo poter condividere il suo ottimismo, ma al momento non sembra che all’orizzonte si intravedano queste nozze fra Cenerentola e il Principe Azzurro, anzi nero-petrolio.
Un’alleanza possibile anche in Italia?
“In effetti questa idea è fortemente sostenuta anche in Italia dalla Society of Petroleum Engineers”, ci dice Bruno Della Vedova, geofisico, professore emerito dell’Università di Trieste e presidente dell’Unione Geotermica Italiana.
“Con noi – ci ricorda – nel 2025 ha pubblicato il volume ‘The new wave of Geothermal Energy’ e ad aprile 2026 ha organizzato il convegno ‘Bridging the gap between geothermal and Oil&Gas’ che si è tenuto nella sede dell’Eni. L’interesse a livello europeo di alcune compagnie petrolifere e operatori sta crescendo, ma la strada è ancora lunga”.
Il problema italiano è che anche l’altro nostro colosso energetico, l’Enel. Dopo aver sviluppato la geotermia per oltre 50 anni, e aver accumulato un’enorme quantità di esperienza e dati geologici, dal 2014 non ha installato più nessuna nuova centrale geotermica.
“L’Italia è stata leader mondiale per la produzione geotermoelettrica fino agli anni ’80, poi Usa e diversi altri Paesi ci hanno abbondantemente sorpassato. Nel 2015 Enel Green Power ha coordinato il progetto DESCRAMBLE, cofinanziato con fondi Horizon 2020 per valutare le caratteristiche e le sfide tecniche per utilizzare fluidi supercritici a oltre 500 °C e 300 bar di pressione a circa 3 km di profondità in Toscana. I risultati sono stati di grande interesse scientifico, ma poi non si è più andati avanti”.
Quindi, chiediamo a Della Vedova, le nuove tecnologie in Italia le porterà avanti qualcun altro?
“La stimolazione idraulica mediante fracking per impianti EGS non è autorizzata in Italia, principalmente a causa del rischio sismico e idrogeologico. L’AGS potrebbe essere promettente, non ci mancano certo le zone con rocce calde e secche non lontane dalla superficie, ma la tecnologia va ancora perfezionata e adattata”.
La geotermia nazionale, i problemi e le speranze
Il professore aggiunge: “i veri problemi per la geotermia in Italia sono però altri. Il quadro normativo italiano non è favorevole alla geotermia di nuova generazione, essendo stato mutuato dal settore minerario per l’estrazione di risorse nel sottosuolo, non per ingegnerizzarlo per ricavarne calore. Inoltre, gli aiuti pubblici, come il FER 2, stanno per arrivare solo ora dopo molti anni di ritardo e questo ha fatto fuggire quasi tutti i potenziali investitori”.
Dopo la liberalizzazione del settore nel 2010, sono state presentate oltre un centinaio di progetti di nuovi impianti geotermici, “ma non ne è stato realizzato nessuno, e gli investitori sono andati altrove, per l’impossibilità di lavorare in Italia, come fa, del resto, l’industria italiana della geotermia che oggi lavora quasi solo all’estero per mancanza di mercato interno”.
C’è poi anche il problema dei dati geologici di dettaglio, accumulati negli anni da Enel ed Eni, aziende controllate dal pubblico, che però non li condividono, e che i piccoli investitori non hanno certo le risorse per ricostruirli.
“La politica italiana purtroppo sembra poco consapevole dell’enorme potenziale della geotermia, altrimenti lancerebbe un piano energetico a medio-lungo termine, dotato di una stringente tabella di marcia coinvolgendo i player energetici nazionali”, lamenta Della Vedova.
Ma quale sarebbe veramente il nostro potenziale geotermico?
“L’Italia – ci risponde – è uno dei paesi con le maggiori potenzialità della geotermia: disponibile ovunque a diverse profondità con applicazioni per riscaldamento, raffrescamento, produzione elettrica e anche per estrazione di minerali critici dai fluidi profondi. Secondo un rapporto della The European House Ambrosetti del 2025, usando solo il 2% del potenziale geotermico disponibile fino a 5 km di profondità in Italia si potrebbe quintuplicare la produzione attuale, portando la geotermia a coprire il 10% dei nostri consumi elettrici al 2050. A questo aggiungerei anche le grandi potenzialità presenti nelle aree costiere e sulle isole del lato tirrenico della Penisola, dove la geotermia potrebbe anche contribuire alla produzione di acqua dolce mediante dissalatori”.
Speriamo smuova le acque l’European Geothermal Action Plan, che dovrebbe essere presentato il prossimo 19 maggio e che intende fare della geotermia un pilastro della transizione energetica con l’obiettivo di costruire un’alleanza industriale europea, sostenere il rischio degli imprenditori e rendere accessibili i dati sul sottosuolo.
Gli obiettivi al 2050 puntano a raggiungere il 10% della produzione elettrica continentale europea e il 25 % della domanda di calore. “La geotermia ha ora la prospettiva concreta per contribuire sostanzialmente alla transizione. Basterà volerlo”, conclude Della Vedova.
Ci sono intanto piccoli segnali positivi: la società Pantelleria Geotermia Verde srl ha appena ottenuto i permessi della Regione Sicilia (pdf) per compiere prospezioni geofisiche nell’isola siciliana, al fine di realizzare un AGS con la canadese Eavor; obiettivo è sfruttare le rocce caldissime a 490 °C, che l’Università di Catania ha dimostrato nel 2025 esistere a solo 2 km di profondità nell’isola.
Aspettiamo però a brindare: la domanda era stata presentata nel 2021 e solo ora ha avuto risposta. C’è da sperare che chi era interessato non sia già scappato verso lidi più accoglienti…




























