Garanzie d’Origine: quasi uno strumento finanziario che non premia chi produce energia rinnovabile

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Per chi investe e produce direttamente energia da rinnovabili in Italia, il sistema delle GO per la fornitura “100% rinnovabile” ha ormai dei limiti strutturali e troppe complessità: un meccanismo “virtuale” dove spazio e tempo non coincidono con i flussi reali.

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La scelta di energia “100% rinnovabile” è sempre più comune tra consumatori e imprese. Ma quali sono le reali implicazioni per chi quell’energia la produce?

Dopo aver analizzato il funzionamento delle Garanzie d’Origine dal lato del consumatore (Scegliere energia 100% rinnovabile. Ecco come funziona la Garanzia d’Origine), vale la pena cambiare prospettiva e osservare il sistema dal punto di vista degli operatori che investono direttamente in impianti rinnovabili sul territorio italiano.

Il risultato è un livellamento tra modelli profondamente diversi. Chi investe in nuovi impianti rinnovabili in Italia viene di fatto equiparato a chi acquista energia sul mercato all’ingrosso e poi compra Garanzie d’Origine, talvolta anche estere, per “rendere verde” la propria offerta.

Due approcci differenti finiscono così per essere trattati allo stesso modo, senza che il consumatore finale sia in grado di coglierne la differenza.

Da qui nasce la domanda: le Garanzie d’Origine stanno davvero premiando chi contribuisce allo sviluppo delle rinnovabili oppure si sono trasformate soprattutto in uno strumento burocratico-amministrativo e di marketing?

E, ancora, ha senso obbligare anche i produttori reali a passare da questo meccanismo, invece di valorizzare in modo diretto il legame tra impianti, territorio ed energia venduta?

È sotto questo punto di vista – quello di chi produce, e non solo di chi certifica – che vale la pena soffermarsi per capire se il sistema delle Garanzie d’Origine, così com’è strutturato oggi, sia davvero uno strumento efficace per accompagnare la transizione energetica.

Ne abbiamo parlato con Sara Capuzzo e Giacomo Prennushi, rispettivamente Direttrice e Responsabile Area Innovazione, Advocacy e Partecipazione e Direttore Generale e Marketing di énostra, cooperativa energetica che fornisce energia 100% rinnovabile a famiglie, imprese e comunità energetiche, utilizzando l’elettricità prodotta dagli impianti italiani di sua proprietà.

Condividete l’idea che il mercato delle Garanzie di Origine sia oggi poco trasparente e “finanziarizzato”?

Sì. Il meccanismo delle Garanzie di Origine non è più adeguato alla realtà attuale del sistema energetico. Oggi una quota significativa dell’energia rinnovabile è prodotta da impianti di piccola taglia, spesso sotto i 10 kW, che complessivamente rappresentano circa il 21% della produzione rinnovabile nazionale. Nonostante ciò, l’iter per il riconoscimento delle GO è estremamente complesso e oneroso, soprattutto per i piccoli produttori.

Potete spiegarci meglio?

Viene richiesta una documentazione ridondante, spesso già in possesso del Gse, con costi e procedure che risultano insostenibili per impianti di dimensioni ridotte. Il paradosso è che energia chiaramente rinnovabile, prodotta da impianti regolarmente autorizzati e monitorati da Terna, non viene automaticamente riconosciuta come tale ai fini delle GO. Questo sistema non tiene conto del fatto che la produzione rinnovabile è sempre più diffusa e decentralizzata e dovrebbe quindi evolvere di conseguenza. È un mercato totalmente virtuale.

In che senso definite il mercato delle GO “virtuale”?

Il mercato delle Garanzie di Origine è ormai completamente scollegato dalla realtà fisica dei flussi energetici. Le GO possono essere acquistate e annullate senza alcun legame diretto con la localizzazione geografica della produzione e del consumo, e persino in momenti temporali molto lontani rispetto alla produzione effettiva dell’energia. È possibile, ad esempio, vendere energia come “rinnovabile” semplicemente acquistando certificati idroelettrici prodotti altrove, senza alcuna relazione con il punto di prelievo. Questo scollamento rende il sistema di fatto puramente finanziario e favorisce operatori che non producono né vendono energia, ma si limitano a commerciare certificati.

Parlavate anche dell’aspetto temporale…

Infatti, la disconnessione non è solo spaziale, ma anche temporale: le Garanzie di Origine possono essere riconosciute fino a marzo dell’anno successivo, oppure acquistate oggi facendo riferimento a impianti che devono ancora produrre energia. In questo senso il meccanismo diventa sempre più fittizio: insomma è finanza e non ha più nulla a che vedere con i reali flussi energetici.

Quali sono le principali criticità operative che riscontrate come produttori e fornitori?

Anche quando produciamo direttamente energia rinnovabile, siamo comunque obbligati a seguire l’intero iter di qualificazione degli impianti: registrazione sul Gse, trasferimento delle GO al Gme e successivo annullamento. È un processo burocratico lungo, costoso e privo di reale utilità, soprattutto quando produzione e vendita coincidono. A questo si aggiunge la doppia piattaforma Gse-Gme che complica ulteriormente il sistema. La qualificazione degli impianti è una barriera d’ingresso ingiustificata, dal momento che si tratta di impianti già autorizzati e riconosciuti come rinnovabili.

Un impegno pesante e costoso…

E non è finita. Anche il meccanismo di annullamento delle GO è inutilmente complesso: non esiste una procedura massiva, occorre fare abbinamenti manuali tra POD, tipologie di utenza e quantità di energia, con un lavoro che viene spesso descritto come un “Tetris” burocratico. Tutti questi costi si riflettono inevitabilmente sul prezzo finale dell’energia per i consumatori.

Quali proposte concrete avete per migliorare il sistema?

Una prima soluzione sarebbe la registrazione automatica delle Garanzie di Origine per gli impianti già autorizzati e monitorati, senza necessità di una qualifica aggiuntiva. I dati di produzione esistono già e potrebbero essere utilizzati per generare automaticamente le GO, riducendo drasticamente costi e complessità. Inoltre, per i soggetti che sono contemporaneamente produttori e fornitori, dovrebbe essere possibile abbinare direttamente l’energia prodotta e venduta senza passare dal mercato delle GO. Questo eliminerebbe una parte rilevante della speculazione e renderebbe il sistema più coerente con l’evoluzione verso modelli di autoconsumo, comunità energetiche, peer-to-peer ed energy sharing.

Gli impianti da cui proviene l’energia che vendete sono sul territorio nazionale e di vostra proprietà?

Attualmente circa il 14% dell’energia che vendiamo è coperta da Garanzie di Origine provenienti da nostri impianti o da impianti dei soci. La restante parte viene acquistata sul mercato, prevalentemente da impianti italiani, in particolare idroelettrici, fotovoltaici ed eolici. In alcuni casi è capitato che l’energia venisse acquistata anche in ambito europeo, ma con un vincolo preciso: si è trattato esclusivamente di impianti “grid connected”, cioè fisicamente connessi alla rete elettrica continentale. Questo esclude, ad esempio, impianti situati su isole, per mantenere una maggiore coerenza e razionalità nei flussi energetici, pur all’interno di un sistema che, come detto, rimane in larga parte virtuale. Il nostro obiettivo è aumentare la quota di energia tracciata e autoprodotta, anche attraverso l’acquisto dell’energia generata dai piccoli produttori soci, così da ridurre sempre più il ricorso al mercato delle Garanzie di Origine.

Come rendete verificabile la provenienza dell’energia per i clienti finali?

Il nostro mix energetico è esclusivamente 100% rinnovabile. In bolletta e nella documentazione contrattuale indichiamo chiaramente questa caratteristica. Per alcune imprese, in particolare quelle con obblighi ESG o di rendicontazione ambientale, forniamo anche un annullamento mirato delle GO, con informazioni dettagliate sulla provenienza dell’energia. Per i soci che investono direttamente nei nostri impianti, esiste un legame ancora più stretto tra produzione e consumo, con tariffe che riflettono il costo reale di produzione dell’energia.

Contribuite anche allo sviluppo di nuovi impianti rinnovabili in Italia?

Sì, è parte integrante della nostra missione. Il nostro modello si basa sullo sviluppo di nuova capacità di produzione da fonti rinnovabili, messa al servizio dei soci-consumatori. Con l’introduzione delle comunità energetiche abbiamo iniziato a mettere a disposizione strumenti per la condivisione dell’energia e ad abilitare i nostri soci a diventare anche autoproduttori, supportandoli nella realizzazione dei propri impianti, sia a livello familiare sia per le imprese. Offriamo inoltre ai soci che dispongono di un impianto di proprietà la possibilità di cederci l’energia in eccedenza, così che possa essere scambiata all’interno del meccanismo di bilanciamento tra produzione e consumo.

Quali sono, concretamente, i modelli attraverso cui sostenete questa nuova capacità produttiva?

Operiamo attraverso due canali principali. Il primo è il crowdfunding per la realizzazione di nuovi impianti: i soci partecipano tramite un conferimento temporaneo di capitale, generalmente su un orizzonte di 10-12 anni, che ci consente di creare nuova capacità produttiva. In cambio, agli investitori viene data la possibilità di utilizzare l’energia a un prezzo che riflette il costo di produzione. Si tratta di un meccanismo virtuale, perché gli impianti possono essere localizzati in regioni diverse rispetto al punto di prelievo dell’energia, ma è, di fatto, una forma di autofinanziamento diretto dei soci che permette di generare nuova energia rinnovabile.

E oltre al crowdfunding, come finanziate gli impianti Fer?

Il secondo canale è proprio l’attività di sviluppo. Gli eventuali utili di fine anno vengono destinati, su decisione del consiglio di amministrazione, al reinvestimento coerente con le finalità della cooperativa, in particolare alla copertura dei costi di sviluppo. Lo sviluppo comporta infatti molte iniziative, ma solo una parte di queste arriva effettivamente a realizzazione; per questo motivo i costi di sviluppo vengono coperti principalmente dagli utili, mentre gli investimenti veri e propri sono finanziati attraverso il crowdfunding.

La posizione del Gestore dei Mercati Energetici

Alla luce delle criticità emerse dall’intervista all’operatore, abbiamo chiesto un punto di vista anche al Gestore dei Mercati Energetici (Gme).

Il Gme ha chiarito di non essere nelle condizioni di esprimere valutazioni di merito sul funzionamento complessivo del sistema delle Garanzie di Origine, né sugli effetti che questo può avere sulla vendita di energia dichiarata come 100% rinnovabile o sullo sviluppo di nuovi impianti da fonti rinnovabili.

Il suo ruolo, spiegano, è limitato alla gestione operativa del mercato e alla messa a disposizione dei dati necessari al suo corretto funzionamento, senza entrare in valutazioni qualitative o di opportunità normativa. Il Gme ha inoltre precisato di non disporre delle informazioni necessarie per stabilire se un cliente finale sia effettivamente in grado di comprendere la reale provenienza delle Garanzie di Origine, né per valutare l’impatto di questo strumento sugli investimenti in nuova capacità rinnovabile.

Per eventuali approfondimenti sulle criticità sollevate, il Gme ha indicato come interlocutore competente il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase), che è il responsabile della definizione del quadro normativo di riferimento.

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