Le comunità energetiche rinnovabili si stanno muovendo su due traiettorie: da un lato le piccole realtà legate ai territori con basso numero di utenze e ridotta potenza installata, che oggi sono la maggioranza; dall’altro le Cer a elevata capacità tecnica, con un numero decisamente maggiore di impianti, utenze e capacità gestionale.
In tutti i casi, però, si fatica ad allargare il perimetro di queste esperienze dalla specifica dimensione energetica a quella più sociale e civica.
L’indicazione arriva dal report “Le Comunità energetiche in Italia: stato attuale e nuove prospettive”, pubblicato dalla Fondazione trentina Euricse – European research institute on cooperative and social enterprises.
Il documento, in particolare, è stato redatto dai ricercatori Jacopo Sforzi, Caterina De Benedictis e Silvia Scarafoni, che hanno approfondito la letteratura, le fonti tecniche e la normativa di settore, conducendo anche un’indagine diretta su 48 comunità.
Il rapporto (disponibile in basso) nasce da un accordo di programma sottoscritto dalla Fondazione con la Provincia autonoma di Trento e presenta al suo interno un apposito approfondimento sulle Cer di questo territorio.
Come nasce una Cer
Analizzando la genesi delle comunità il report individua tre casistiche principali in Italia:
- Cer promosse da enti pubblici e concentrate sulla costruzione di un “welfare energetico locale”;
- Cer promosse da imprese, dove si privilegia l’approccio tecnico-manageriale, la scalabilità del progetto e l’efficienza degli investimenti;
- Cer “community driven” promosse da associazioni, reti locali o di volontariato, capaci di attivare promozione civica e percorsi sociali, andando verso il modello delle Cer solidali (si veda anche Il Gse attiva la task force per le Cer del terzo settore).
Queste tre dimensioni differiscono per leadership interna, rapporti con il territorio, coinvolgimento dei membri, tipologie di soggetti ammessi, tecnologie energetiche e dimensione organizzativa.
“Queste traiettorie non sono alternative – si legge nel report – ma coesistenti e potenzialmente complementari. Tuttavia, il loro equilibrio solleva interrogativi rilevanti sul tipo di comunità che la transizione energetica tende a privilegiare e sul rischio che le dimensioni più trasformative vengano progressivamente marginalizzate da approcci prevalentemente strutturali”.
Quest’ultima considerazione si riferisce al fatto che le finalità non strettamente di mercato, come solidarietà ed equità, fanno più fatica ad affermarsi.
Si tratta di scopi etici che richiedono maggior investimento di tempo, risorse e capitali, a differenza delle Cer promosse da imprese o enti pubblici che risultano essere più agili, scalabili e per questo oggi più diffuse rispetto a quelle community driven.
Gli ostacoli per le comunità energetiche
A prescindere dalla tipologia di modello, il report evidenzia come l’avvio di queste esperienze sia segnato da problemi comuni legati a incertezze normative, ritardi burocratici e complessità della disciplina.
Si tratta di elementi messi in evidenza, tra gli altri, anche da Movimento nazionale Cers, Coordinamento Cers Roma-Lazio e Anci negli ultimi mesi.
Altro problema evidenziato nel report è la complessa ricerca di professionisti competenti in ambito legale e contabile, oltre alla mancanza di una cultura di riferimento da parte dei cittadini.
Molti dei soggetti intervistati dagli analisti del rapporto, ad esempio, riferiscono che il vincolo della cabina primaria crea confusione tra le persone che si approcciano a una Cer.
“Le difficoltà, tuttavia, non sono solo tecniche, ma anche organizzative e sociali”, scrivono i ricercatori, citando “la necessità di conciliare interessi diversi, costruire fiducia tra sconosciuti, superare diffidenze e aspettative eccessive”.
Dal punto di vista tecnologico il fotovoltaico è la scelta predominante, mentre l’associazione di un accumulo è ancora marginale.
Ciò è dovuto anche al fatto che molte comunità hanno un approccio graduale: dopo essere partite attendono di svilupparsi sufficientemente in termini di capacità e adesioni prima di fare nuovi investimenti, stando anche attenti allo sviluppo dei bandi.
“Un elemento trasversale è rappresentato dalla presenza, in alcuni casi determinante, di partner tecnologici, imprese fornitrici e soggetti intermedi come cooperative energetiche o società specializzate”, rileva Euricse.
“Questi attori supportano la progettazione degli impianti, la gestione della rete e gli adempimenti burocratici”.
C’è poi anche il tema dei finanziamenti. I bandi sono visti come strumenti decisivi, ma molte esperienze raccontano di difficoltà nell’agganciare i finanziamenti, soprattutto Pnrr, per la complessità delle procedure.
Inoltre, le comunità realizzate in aree marginali o in piccoli comuni faticano a intercettare le opportunità offerte da fondazioni e soggetti privati filantropici.
L’analisi quantitativa delle Cer italiane
Da un punto di vista quantitativo, Euricse richiama dati Gse del 2025 stimando 597 Cer attive per più di 1.000 configurazioni, a cui fanno capo 67,7 MW distribuiti su 883 impianti, per lo più solari di piccola taglia.
A tal proposito il documento cita la Comunità energetica Enpal a cui fanno capo 41 configurazioni su tutto il territorio nazionale, messa in evidenza dagli analisti per i processi digitali di adesione che offre.
La Comunità energetica Parenergy, con 32 configurazioni tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, si occupa invece di ricerca e sviluppo di prodotti e sistemi utili ai benefici economici e ambientali dei cittadini, promuovendo anche investimenti e crowdfunding tra i soci.
Infine la Fondazione Flander Ets, con le sue 18 configurazioni prevalentemente in Lombardia, che è molto orientata alla promozione della salvaguardia ambientale.
Dal punto di vista geografico, invece, la Lombardia con 98 Cer e il Piemonte con 78 sono le prime due Regioni d’Italia, grazie al maggior sostegno istituzionale tra bandi e iniziative locali.
Il report sottolinea anche l’importanza delle organizzazioni territoriali non istituzionali che operano per le comunità energetiche rinnovabili, citando espressamente la Fondazione Compagnia di San Paolo in Piemonte e la Fondazione Cariplo in Lombardia, che hanno promosso specifici bandi.
Nel focus del report sulla Provincia di Trento, invece, si ricorda il ruolo della Federazione trentina per la cooperazione che ha assunto una sorta di regia sul territorio per la diffusione di una cultura di riferimento sulle Cer, corredata da attività divulgative e tecnico-specialistiche, guardando anche alle aree periferiche e montane.
Considerando Mezzogiorno e Isole sono invece Sicilia e Sardegna a primeggiare, rispettivamente 58 e 35 Cer.
Anche in questo caso si cita il ruolo delle organizzazioni locali, come nel caso della Fondazione con il Sud, che ha lanciato un bando da 1,5 mln € per la “transizione energetica dal basso” attraverso queste configurazioni.





























