L’Italia è il terzo Paese europeo per installazioni di biometano, con 272 impianti che hanno una dimensione media di 667 mc/h.
È quanto si segnala nella Mappa europea del biometano (pdf) pubblicata da Associazione Ue del biogas (Eba) e Gas infrastructure Europe (Gie), insieme al Biomethane investment outlook (pdf).
Quadro del mercato Ue del biometano
Sul piano degli investimenti, invece, i principali paesi con programmazioni all’attivo sono Danimarca (8,7 mld €), Italia (4 mld €), Spagna (3 mld €), Regno Unito (2,6 mld €), Francia (2,4 mld €), Svezia (1,5 mld €), Polonia (1,3 mld €) e Finlandia (1,2 mld €).
Complessivamente l’87% degli investimenti preventivati nel biometano europeo, pari a 31,5 miliardi di euro, è destinato a impianti “greenfield”, cioè completamente nuovi, mentre 4,4 mld € sono riservati al “brownfield” per l’ammodernamento di siti esistenti e la conversione dal biogas.
Gli investimenti greenfield, in particolare, sono aumentati del 30% rispetto alle rilevazioni del 2025.
Ciò, sottolineano gli analisti, è dovuto anche all’introduzione di sovvenzioni in conto capitale da parte di Italia e Norvegia, con il nostro Paese che ha registrato “un’impressionante impennata degli investimenti”, scrive l’Eba, superando i 3 miliardi di euro registrati l’anno scorso. Se pienamente realizzati, si prevede che tutti gli investimenti programmati a livello Ue genereranno 9 miliardi di metri cubi all’anno di capacità produttiva aggiuntiva entro il 2030.
Allargando lo sguardo emerge come il settore europeo del biometano abbia incrementato la propria capacità produttiva annua di oltre 1 miliardo di metri cubi, tagliando il traguardo degli 8 mld/mc nel 2026.
Parallelamente il numero di impianti in Europa è aumentato da 1.678 a 1.975 tra 2025 e il 2026. La dimensione media è di 472 mc/h, con la Francia che è prima per numero di installazioni (829), ma caratterizzata per lo più da piccoli siti (212 mc/h di media).
Al contrario, l’Italia (667 mc/h) e la Germania (282 siti per 607 mc/h di media) gestiscono impianti più grandi, contribuendo maggiormente alla capacità totale. Anche la Danimarca (1.528 mc/h) ha un numero inferiore di impianti, ma di dimensioni significativamente maggiori.
Nel complesso, commenta l’Eba, “la crescita impiantistica rimane disomogenea all’interno del blocco. Sebbene si preveda un aumento significativo della produzione nazionale entro il 2030, in linea con gli obiettivi degli Stati membri, attualmente solo cinque paesi rappresentano il 95% della produzione europea di biometano”, Italia inclusa.
Secondo uno studio di Guidehouse del 2026, il potenziale dell’Ue27 si attesta tra i 31 e i 32 miliardi di metri cubi entro il 2030 e si prevede che raggiunga i 163-184 miliardi di metri cubi entro il 2050.
Da qui le richieste dell’associazione alla parte politica: “I risultati sottolineano la necessità di quadri normativi chiari e coerenti per accelerare la diffusione del biometano in tutti gli Stati membri. Mentre l’Europa continua ad affrontare le sfide della sicurezza energetica, l’incertezza geopolitica e la dipendenza dai combustibili fossili importati, il biometano viene sempre più riconosciuto come una fonte strategica di energia rinnovabile; prodotto a livello nazionale e integrato nei sistemi energetici esistenti, può contribuire alla sicurezza energetica e agli obiettivi climatici”.
Una delle misure più semplici che si può adottare, secondo Harmen Dekker, presidente Eba, “è consentire agli impianti esistenti di produrre a una capacità maggiore, oggi in media al 70%. Questo, insieme alla riduzione della complessità nell’accesso alle materie prime, alla facilitazione dei collegamenti alla rete e all’accelerazione delle procedure di autorizzazione, consentirebbe al settore di crescere molto più rapidamente”.
Le tendenze di sviluppo secondo McKinsey
La richiesta di maggior spazio e stabilità per il biometano era stata preannunciata già a maggio anche in un’analisi della multinazionale di consulenza McKinsey & Company.
Secondo gli analisti, in particolare, l’Ebitda di un progetto medio di biometano può aumentare dal 40 al 90% grazie a una serie di fattori evolutivi che si stanno già affermando nel mercato globale:
- sviluppo verso un modello più industrializzato e standardizzato sulle best practice;
- benchmarking e valutazioni preliminari affidabili dei costi di approvvigionamento delle forniture necessarie;
- implementazione di sensoristica integrata per il controllo dei processi in tempo reale,
- minor esternalizzazione di alcune funzioni, come manutenzioni, logistica e gestione operativa;
- diversificazione della produzione anche verso i fertilizzanti.
Il biometano italiano avanza con Cuneo
Vogliamo segnalare, poi, l’ultima operazione in ordine di tempo chiusa in ambito biometano per l’Italia.
Si tratta di una connessione alla rete Italgas completata a Saluzzo (Cuneo) per un impianto da 2,4 mln di mc annui della società cooperativa agricola “Il Tiglio”. Il collegamento realizzato è stato di 2,2 km, mentre la produzione di biometano deriva da scarti agroalimentari, biomasse agricole e reflui zootecnici.
L’infrastruttura Italgas sale così a 15 impianti di biometano collegati, nell’intento di arrivare a una capacità di immissione da 1,2 mld/mc l’anno entro il 2030.
Nel Quadro strategico Arera da poco messo in consultazione è previsto lo sviluppo della regolazione delle connessioni per il biometano, dando attuazione alle previsioni in materia introdotte dalla legge di Bilancio 2026, nonché quanto serve per la corretta ed efficiente gestione delle immissioni di biometano nelle reti gas (Arera disegna il settore energetico fino al 2029).

























