I benefici sociali delle CER dipendono da chi le promuove

Uno studio su dieci comunità energetiche italiane mostra come Comuni, cooperative e associazioni influenzino la partecipazione e la distribuzione degli incentivi.

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Le comunità energetiche rinnovabili (CER) non producono automaticamente benefici sociali per il territorio: il risultato dipende in larga misura da chi le promuove, da come coinvolge i cittadini e da quali regole sceglie per distribuire le risorse.

È quanto emerge da una ricerca su dieci CER italiane della prima generazione, selezionate per rappresentare esperienze diverse, non per costituire un campione statisticamente rappresentativo. I Comuni hanno favorito una partecipazione più ampia, mentre associazioni e cooperative hanno sperimentato forme più mirate di sostegno ai nuclei vulnerabili e alla collettività.

La ricerca esamina in particolare gli intermediari, una componente poliedrica che comprende promotori, partner tecnici, finanziatori e soggetti che offrono superfici per gli impianti, le cui scelte condizionano partecipazione, decisioni e benefici.

Per fare ciò, lo studio, pubblicato a settembre 2026 su Energy Research & Social Science, dal titolo “Shaping the social purpose of renewable energy communities: Intermediary roles and energy justice in Italy’s early experience” (link in basso), adotta un approccio multidisciplinare che integra antropologia, economia e ingegneria ambientale.

È firmato infatti dall’antropologo Lorenzo Sapochetti, del Regulatory Assistance Project e dell’Università di St. Andrews, dall’economista Chiara Candelise, ricercatrice dell’Università Bocconi e dell’Imperial College London, e dal docente di fisica tecnica Ambientale Gianluca Ruggieri, dell’Università dell’Insubria, nonché presidente della cooperativa ènostra, partner tecnico di alcune delle CER analizzate (Ruggieri non ha però partecipato direttamente allo sviluppo di quei progetti né alla raccolta dei dati della ricerca).

Il campione comprende 10 delle 48 CER registrate nel regime transitorio introdotto nel 2020, distribuite in otto regioni, mostrate nell’illustrazione, tratta dallo studio.

Distribuzione geografica dei dieci casi di studio di Comunità per le Energie Rinnovabili (CER) di prima generazione analizzati in Italia.

Tutte utilizzano impianti fotovoltaici sui tetti. Da notare che le interviste fatte per lo studio risalgono a maggio-settembre 2022, fotografando quindi le prime fasi di sviluppo di queste comunità, senza valutarne i benefici sociali maturati negli anni successivi. Individua tuttavia meccanismi che possono essere rilevanti anche per le CER nate con il quadro normativo definitivo del 2024.

Due obiettivi, regole di precisione diversa

La normativa europea attribuisce alle CER una doppia finalità: favorire la produzione e condivisione di energia rinnovabile, ma anche generare benefici ambientali, economici e sociali per i membri e per le comunità locali, dando priorità a questi ultimi rispetto al profitto.

La tariffa incentivante, però, remunera con criteri precisi solo l’elettricità condivisa virtualmente, mentre è molto meno definito come destinare i ricavi a persone in difficoltà o servizi collettivi.

Gli incentivi possono essere ripartiti fra produttori e consumatori, coprire le spese oppure finanziare opere pubbliche. La ricerca valuta queste decisioni secondo tre dimensioni:

  • la possibilità di partecipare e contare nelle decisioni;
  • l’equità nella distribuzione di vantaggi e costi;
  • la capacità di intervenire su disuguaglianze territoriali o svantaggi legati al precedente sistema energetico.

Il numero di iscritti, da solo, non basta a misurare quanto una CER abbia effettivamente ampliato l’inclusione sociale. Lo studio mostra infatti che la partecipazione è spesso favorita da risorse e rapporti di fiducia già presenti sul territorio. Un Comune può offrire tetti, fondi e contatti con i residenti; una cooperativa mobilita soci e competenze; un’associazione radicata nel quartiere riesce a coinvolgere famiglie altrimenti escluse.

Le reti preesistenti possono quindi favorire nuove forme di inclusione, ma lo studio non permette di misurare quanta partecipazione aggiuntiva sia stata effettivamente generata dalle CER.

Il peso dei Comuni, fra accesso e redistribuzione

In sei dei dieci casi esaminati, i Comuni sono stati i principali promotori; in otto hanno organizzato incontri pubblici e attività di informazione.

Le amministrazioni hanno inoltre svolto un ruolo determinante nel reperire fondi e superfici: in otto casi, secondo lo studio, hanno finanziato e posseduto gli impianti, mentre in nove casi i tetti sono stati messi a disposizione o individuati grazie all’intervento di soggetti locali, prevalentemente pubblici, aprendo l’accesso anche a chi non può installare pannelli a casa.

Una partecipazione più ampia, tuttavia, non significa necessariamente che i benefici economici siano distribuiti con particolare attenzione alle famiglie più vulnerabili. Nelle CER promosse dai Comuni, secondo lo studio, si tendeva infatti ad adottare criteri di ripartizione piuttosto prudenti, privilegiando i membri della comunità e il loro contributo alla produzione o alla condivisione dell’energia.

A Ferla, in Sicilia, per esempio, la CER Common Light aveva stabilito di assegnare il 20% dei benefici economici a tutti i membri, il 30% in funzione dell’energia condivisa e il restante 50% ai produttori. Un meccanismo pensato per incoraggiare la partecipazione, comportamenti energetici più efficienti e nuovi investimenti, senza però prevedere una quota specificamente destinata a contrastare la povertà energetica.

Non mancavano comunque esperienze più attente alle condizioni sociali dei partecipanti, come quella di Biccari, in Puglia, dove il Comune ha scelto un edificio di edilizia sociale per collocare l’impianto, puntando a coinvolgere famiglie economicamente fragili e utilizzando anche parte delle royalty derivanti dall’estrazione di gas nel territorio comunale per finanziare la CER.

Associazioni e cooperative: benefici oltre i soci dell CER

Nel quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio, la CER Napoli Est è stata promossa da Legambiente Campania, che aveva già rapporti con famiglie svantaggiate attraverso attività educative. Fondazione con il Sud ha finanziato il progetto e Fondazione Famiglia di Maria ha offerto il tetto. La rete preesistente ha agevolato il coinvolgimento di famiglie vulnerabili, pur nei limiti imposti dalle regole tecniche.

A Riccomassimo, nel Comune trentino di Storo, la cooperativa elettrica CEDIS ha finanziato gli impianti della CER La Buona Fonte senza entrare nell’associazione, lasciando ai membri autonomia sulle scelte. L’indirizzo previsto non era distribuire gli incentivi secondo la quantità di energia condivisa, ma reinvestire le entrate in opere per l’intera località, fra cui un parco con area giochi, il recupero di sentieri e, in prospettiva, della vecchia scuola come spazio sociale. CEDIS gestisce anche la rete locale e può estendere, attraverso accordi commerciali, benefici oltre la CER.

Le esperienze promosse da università, come quelle a Magliano Alpi e Ventotene, hanno invece valorizzato soprattutto competenze tecniche e modelli di partecipazione. A Ventotene è stato previsto un comitato tecnico-scientifico accanto agli organi rappresentativi dei residenti.

Nessun promotore eccelle sotto ogni aspetto insomma: Comuni, associazioni, cooperative e atenei apportano risorse e capacità differenti. Di seguito, una nostra tabella riassuntiva, basata su uno specchietto degli autori.

Configurazioni intermediari ed esiti in materia di giustizia nelle dieci Comunità per le energie rinnovabili

Il territorio condiziona accesso e benefici CER

Le prime CER potevano aggregare soltanto utenze servite dalla stessa cabina secondaria della rete di distribuzione. Il vincolo decideva quali famiglie potessero aderire. A Napoli Est, fra le famiglie inizialmente individuate dall’associazione, appena tre risultavano collegate alla cabina pertinente.

Dal 2024 il riferimento è passato alla cabina primaria, che copre un territorio più esteso, e la potenza massima incentivabile degli impianti è salita da 200 kW a 1 MW. Si possono coinvolgere più utenze, ma restano decisive la selezione dei beneficiari e la destinazione delle entrate.

Il legame tra le CER e il territorio emerge anche dall’origine dei finanziamenti: in alcuni casi, infatti, risorse economiche derivanti dallo sfruttamento locale dei combustibili fossili sono state reinvestite in progetti rinnovabili, con l’obiettivo di restituire almeno parte dei benefici alle comunità che ospitano quelle attività.

Riconvertire risorse fossili non significa necessariamente aver compensato proporzionalmente gli impatti preesistenti. A Turano Lodigiano sono stati utilizzati fondi legati a compensazioni ambientali relativi a una centrale a gas, dove però lo studio indica una produzione della centrale a gas di circa 1,5-2 milioni di MWh annui, contro circa 50 MWh dell’impianto fotovoltaico della CER.

Misurare i risultati, non soltanto le intenzioni

La lezione per le CER di seconda generazione riguarda la verificabilità dei benefici sociali. La disciplina stabilisce che vadano perseguiti, ma non impone criteri altrettanto dettagliati per dimostrare chi ne usufruisce, in quale misura e con quali effetti. Le interviste descrivono soprattutto intenzioni, assetti decisionali e criteri di ripartizione, non effetti verificati sul lungo periodo.

Per rendere questi obiettivi meno dipendenti dalla buona volontà dei promotori, gli autori suggeriscono la necessità di indicazioni più chiare sulla distribuzione degli incentivi, regole trasparenti e strumenti per rafforzare le competenze e la collaborazione locale. La questione è tanto più rilevante ora che i confini tecnici delle comunità si sono allargati. Una CER può far crescere il fotovoltaico e remunerare l’energia condivisa senza per questo riuscire a ridurre la povertà energetica o rafforzare la partecipazione dei cittadini.

Non un modello unico, dunque, ma flessibilità accompagnata da una maggiore responsabilità nel rendere conto delle scelte e dei loro effetti sociali, anche al di là dei benefici economici. Un’esigenza destinata a diventare ancora più importante dal 2028, quando, salvo proroghe o nuovi meccanismi di sostegno, gli impianti delle CER che entreranno in esercizio non potranno più accedere all’attuale tariffa incentivante sull’energia condivisa (Le CER dopo la fine degli incentivi: quali modelli e quali conseguenze).

Per capire se una CER realizza anche la sua missione sociale occorrerà guardare oltre i kilowattora: a chi entra, a chi resta fuori, a chi decide e alla destinazione concreta delle risorse.

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