Il gas continua ad avere un peso rilevante negli scenari energetici, nonostante gli obiettivi di decarbonizzazione. Su quali previsioni si stanno allora programmando gli investimenti nelle reti?
È il dubbio sollevato da Livio de Santoli, componente del Collegio Arera, che – intervenendo da Net Zero Milan ieri, 20 ottobre – arriva a ipotizzare un ruolo diretto dell’Autorità nell’elaborazione degli scenari, con università e centri di ricerca.
De Santoli non è il solo a criticare il futuro del gas delineato per l’Italia. Anche Francesco Starace, ex amministratore delegato di Enel, sentito oggi a NZM da QualEnergia.it, contesta esplicitamente le stime Terna-Snam sui consumi di gas dei prossimi anni e “boccia” il Paese per non avere imparato la lezione della crisi energetica.
Intanto dalla Banca europea per gli investimenti arriva il richiamo a una scelta già fatta: non sostenere più nuovi progetti di infrastrutture gas e generazione termoelettrica fossile.
Scenari sotto accusa
Per De Santoli “c’è una contraddizione” tra il ruolo del gas ipotizzato dal documento di scenario Terna-Snam pubblicato di recente e le traiettorie di decarbonizzazione che l’Italia deve rispettare. “La transizione è già in atto”, osserva, mentre una parte della pianificazione continua a guardare a un sistema fondato sui combustibili fossili.
Da qui la sua riflessione su un possibile compito aggiuntivo per Arera: costruire le proiezioni con il contributo di università, centri di ricerca e operatori, invece di ritrovarsi a discutere analisi sviluppate separatamente.
La riflessione tocca anche il modo in cui vengono valutati i piani di sviluppo delle reti: “Potremmo anche non approvarli se non coerenti”, ha sottolineato De Santoli.
Nel 2025, secondo Snam, l’Italia ha consumato 63,4 miliardi di metri cubi di gas. Il nuovo DDS Terna-Snam prevede ancora consumi per 60,2 miliardi di metri cubi di gas naturale fossile nel 2030, appena il 5% circa in meno, mentre al 2040 la domanda fossile scenderebbe a 54,7 miliardi nello scenario Energy Integration e a 38 miliardi nel Power Development, dove però cresce molto il contributo di biometano e idrogeno rinnovabile.
Più marcata la riduzione prevista per il termoelettrico: dagli attuali 127 TWh circa prodotti da gas si passerebbe a 82 TWh nel 2030, fino a 109 TWh in caso di bassa produzione rinnovabile. Il documento considera anche nuova capacità di importazione dal Sud e un ruolo importante di reti e stoccaggi per la flessibilità.
Chi paga gli investimenti sbagliati?
Interpellato da QualEnergia.it sul DDS Terna-Snam, anche Starace si è mostrato molto critico: “Non capisco da dove dovrebbe arrivare tutta quella domanda di gas”.
L’ex ad Enel, oggi partner della società di investimenti Eqt Infrastructure, ha poi indicato un problema di incentivi: finché ai gestori viene consentito di investire in reti gas con rendimenti regolati interessanti, le aziende continueranno a farlo. Se quegli investimenti diventano incompatibili con la transizione, la responsabilità è anche di chi ha definito la politica energetica e le regole. Il costo degli errori, ha insistito, non dovrebbe finire sulla collettività.
Starace ha semplificato il concetto con una similitudine: se un’unica società gestisse entrambe le reti, elettrica e del gas, e si chiedesse al suo amministratore delegato dove investire nei prossimi dieci anni, la risposta sarebbe probabilmente scontata. Da qui la domanda se abbia senso continuare a garantire rendimenti regolati analoghi agli investimenti nei due settori, nonostante le prospettive opposte legate alla decarbonizzazione.
Jan Rosenow, dell’Università di Oxford, ha illustrato un’altra conseguenza del rischio di stranded asset: se la clientela del gas diminuisce, i costi fissi della rete ricadono su un numero minore di utenti, con possibili rincari tariffari e nuovi distacchi, in un effetto a catena. Per questo, secondo il ricercatore, bisogna programmare anche la contrazione delle reti, non soltanto gli ampliamenti. Nel confronto è stato sollevato inoltre il tema delle partecipazioni pubbliche nelle società del settore.
Paola Bresesti, consulente per le reti elettriche della Bei, ha ricordato che la Banca europea per gli investimenti ha già smesso di finanziare e garantire nuovi progetti nelle tradizionali infrastrutture gas e nella generazione termoelettrica fossile. Una linea che mette al centro il rischio di finanziare impianti e reti destinati a essere utilizzati sempre meno.
L’Italia “non ha fatto i compiti”
Tornando a Starace, dura anche la sua pagella sulle politiche energetiche nazionali: dopo la crisi energetica del 2022, l’Italia “non ha fatto i compiti” e all’interrogazione “prende quattro”, ha risposto parlando con QualEnergia.it a margine del panel.
L’Italia, per l’ex ad Enel, avrebbe dovuto accelerare molto di più sulle rinnovabili, anche facendo pressione sulle Regioni per sbloccare i progetti: Starace ritiene possibile arrivare a circa 10 GW di nuova capacità Fer all’anno per quattro-cinque anni, prendendo a riferimento l’accelerazione spagnola.
Per quanto riguarda invece la dipendenza dal gas, questa “non si risolve con interventi fiscali di emergenza”, ha fatto presente. Interpellato sull’articolo 6 del dl Bollette, Starace ha paragonato il provvedimento a “un’aspirina” contro il mal di testa: può far stare meglio nell’immediato, ma “non risolviamo il problema”. Per lui la risposta è ridurre il consumo dei combustibili fossili, più che cercare di controllarne le oscillazioni di prezzo.
Sul tema, De Santoli ha richiamato anche lo squilibrio di fiscalità e oneri fra elettricità e gas: alleggerire il carico sul primo vettore, a parità di risorse disponibili, aiuterebbe l’elettrificazione. Una scelta che, ha precisato, non compete all’Autorità. C’è infine da lavorare sulla flessibilità della domanda, oggi molto meno sviluppata di quella dell’offerta.
Lo scetticismo sul nucleare
Lo scetticismo di Starace riguarda anche il ritorno del nucleare in Italia. Alla nostra domanda sulla prospettiva della Piattaforma governativa per il nucleare di avere le prime centrali nel 2034-2035, con un costo di circa 5mila €/kW, è stato lapidario: “Sono numeri che al momento non esistono”, ha risposto, rifiutandosi di commentare sul coinvolgimento di Enel nella rinascita atomica voluta da Pichetto.
Critico sul nucleare anche De Santoli, che ha posto una questione diversa, relativa al funzionamento e ai costi del sistema: in una rete con quote elevate di rinnovabili, inserire centrali nucleari potrebbe costringere queste ultime a produrre meno rispetto al loro potenziale, abbassandone il fattore di capacità.
Nella sua lettura, le difficoltà di integrazione delle Fer possono essere affrontate attraverso accumuli e flessibilità; aggiungere nucleare, invece, rischia di introdurre altri vincoli, la cui convenienza dovrebbe essere dimostrata sul piano dell’intero sistema elettrico.





























