Pragmatismo, sì. Ma con una rotta chiara e regole che non blocchino le Fer. È il messaggio che arriva dalla tavola rotonda sulle aree idonee che ha aperto la mattinata del 3 dicembre al Forum QualEnergia, in corso a Roma e dedicato quest’anno al tema “Cara energia” (in basso il video per vedere l’evento in diretta o in differita).
Nel videomessaggio di apertura, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha rivendicato il lavoro del governo “nel solco del pragmatismo“, ricordando che “non possiamo ancora fare a meno del gas, che resta una componente necessaria per la stabilità del sistema”.
Riferendosi al nuovo decreto 175/2025 sulle aree idonee, il ministro ha parlato di un “tentativo di semplificazione”, dimenticando poi di citare, oltre all’idrogeno, il percorso avviato per il “nuovo nucleare sostenibile”.
Dal palco, però, il mondo delle rinnovabili ha restituito un quadro molto diverso (“volendo parlare solo di cose concrete, non parlerò di nucleare, che non si farà mai anche solo per motivi economici”, ha ribattuto al ministro il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani).
Il problema, è emerso dal panel, oggi non è tecnologico, ma politico e regolatorio. Norme scritte male, iter lunghi, conflitti tra i ministeri e con le Regioni e continui cambi di rotta stanno rallentando investimenti e nuova potenza Fer proprio mentre solare, eolico e altre fonti pulite sarebbero lo strumento più rapido per affrontare insieme caro-bollette, clima e sicurezza energetica.
Aree idonee, criticità e proposte
Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente, ha presentato il rapporto dell’associazione sulle aree idonee (documento in basso) ricordando che gli 80 GW di nuova potenza elettrica al 2030 indicati dal Pniec “sono solo il primo step: dobbiamo ragionare già oggi pensando al 2050″.
Il nuovo decreto su Transizione 5.0 e aree idonee, ha avvertito, rischia invece di farci perdere molto tempo: tra le criticità indicate (che avevamo già riportato qui), tetto “tout court” del 3% della Sau, nessuna distinzione tra terreni agricoli produttivi e non, confusione tra fotovoltaico a terra e agrivoltaico, limiti rigidi di distanza dai beni paesaggistici e, soprattutto, nessuna disciplina transitoria per i procedimenti in corso.
Da qui le proposte di Legambiente, tra cui: rafforzare Commissione Pnrr–Pniec e uffici regionali e comunali, includere cave dismesse, aree industriali e siti in bonifica tra le zone idonee, modificare l’articolo 5 del decreto Agricoltura che vieta il fotovoltaico a terra perfino su terreni inquinati, accelerare su prezzo zonale, Ppa e sviluppo della rete e accompagnare il tutto con informazione e processi partecipativi nei territori.
“Serve un patto di Paese, non una telenovela normativa”
Sui numeri è intervenuto il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani: per centrare il target Pniec l’Italia deve installare 11,5 GW di nuova potenza rinnovabile all’anno da qui al 2030. Dopo l’accelerazione del 2023, ha ricordato, “quest’anno chiuderemo più bassi e non c’è nessun segnale che stiamo organizzando il Paese per questa corsa”.
Il Pniec, pur poco ambizioso, “è comunque una decisione nazionale: gli 80 GW non sono l’obiettivo del solo Mase, ma di tutto il governo”.
Eppure sul dl 175 “il primo testo dell’articolo sulle aree idonee era stato scritto in un modo, poi Mic e Masaf sono intervenuti peggiorandolo”. Ciafani ha parlato di “ennesima puntata della telenovela normativa sulle aree idonee” e di “paradosso” sul consumo di suolo: mentre il decreto restringe il fotovoltaico, che il suolo lo occupa ma non lo consuma, ogni giorno il territorio viene cementificato da data center, poli logistici e nuove autostrade.
Per uscire dall’impasse, secondo Legambiente, serve un vero “patto di Paese” che impegni tutti i ministeri sugli obiettivi 2030, non solo il Mase.
Norme stratificate, iter lunghi, strutture deboli
Gli altri relatori – Attilio Piattelli (Coordinamento Free), Agostino Re Rebaudengo (Finco), Simone Togni (Anev), Riccardo Toto (Renexia), Paolo Rocco Viscontini (Italia Solare), Giuseppe Argirò (Cva) – hanno descritto in modo piuttosto omogeneo gli effetti concreti di questa mancanza di regia.
Piattelli ha parlato di “stratificazione normativa ingestibile”: Testo unico rinnovabili, correttivo e dm aree idonee si sovrappongono riproponendo lo stesso buco sul transitorio e lasciando uffici regionali e soprintendenze senza indicazioni chiare.
Re Rebaudengo ha ricordato che la Commissione Via nazionale è sottodimensionata, da mesi senza presidente, e – dopo le esternazioni del Dg Mase Noce – ha chiesto una clausola di salvaguardia esplicita per evitare effetti retroattivi del nuovo decreto, “dato che gli iter autorizzativi oggi durano 5-7 anni”, ha sottolineato.
Toto ha riportato il ragionamento al fabbisogno energetico: secondo le elaborazioni Terna, nel 2040 l’Italia avrà bisogno di circa 600 TWh, che diventano 700 TWh al 2050. “Da dove verrà questa energia? Se l’idea è continuare a comprarla sotto forma di gas russo o Gnl americano, allora manca completamente una programmazione”, ha osservato.
Intanto, ha aggiunto, se oggi si avvia un progetto “prima di cinque anni non si inizia a costruire e circa il 40% delle iniziative muore strada facendo per problemi tecnici e burocratici”. La Commissione Via–Vas è a sua volta senza presidente e nel pieno di un rimpasto che rischia di far ripartire da zero molti fascicoli.
Eolico e fotovoltaico
Togni ha definito “molto negativa” l’ultima asta Fer-X per l’eolico dove per questa fonte è stato assegnato meno di un quarto del contingente, a causa della base d’asta che per Anev era troppo alta per i costi attuali degli impianti.
Aver escluso così tanti progetti, ha denunciato, ha fatto perdere una grossa parte del risparmio potenziale in bolletta portato dall’asta. Ammettendo tutti gli eolici che offrissero ad almeno 80 euro/MWh e tutti FV sotto i 70 si sarebbe potuto portare un risparmio di altri 500 milioni oltre ai 500 ottenuti con la procedura, ha stimato.
Il nuovo decreto sulle aree idonee, ha aggiunto Togni, ripropone diversi punti già contestati da operatori e Regioni, mentre il provvedimento sulla rete che il governo sta preparando preoccupa per il rischio di norme retroattive su progetti già autorizzati.
Sul fotovoltaico, Paolo Rocco Viscontini ha descritto un mercato “vivace ma comunque in ritardo rispetto ai fabbisogni”. Il residenziale, chiusa la parentesi superbonus, è tornato su livelli più normali; mancano invece all’appello i grandi impianti, frenati da autorizzazioni regionali lente, mentre le nuove regole antincendio in molti casi rischiano di bloccare per anni gli impianti sui capannoni.
Il tutto dentro quella che ha definito una “millefoglie normativa” che complica invece di semplificare. Anche per il presidente di Italia Solare “manca una regia unitaria: Mase, Mic e Masaf vanno ciascuno per conto proprio, servirebbe un coordinamento forte di Palazzo Chigi”, mentre l’Italia continua a comprare grandi volumi di Gnl, ha osservato.
Sicurezza energetica e mancanza di visione
Giuseppe Argirò ha insistito sul legame tra Fer e sicurezza energetica: in un quadro geopolitico frammentato, con un margine di riserva che si assottiglia, le rinnovabili sono “l’unico modo rapido per aumentare autonomia e sovranità energetica”, riducendo al tempo stesso il rischio di nuovi shock sui prezzi.
Piattelli da parte sua ha ricordato che nel biennio 2022-2023 l’Italia ha speso intorno ai 100 miliardi in importazioni di gas; risorse che, investite in nuova potenza rinnovabile, avrebbero già portato il Paese vicino a una copertura elettrica molto più alta e con prezzi sensibilmente inferiori. Le aste Fer, ha sottolineato, mostrano che l’energia da nuovi impianti costa oggi circa la metà dell’elettricità che famiglie e imprese stanno pagando.
A chiudere il cerchio è stato Gianni Silvestrini, direttore scientifico di QualEnergia e Kyoto Club, che ha provato a rispondere alla domanda di fondo: perché, nonostante costi competitivi e tecnologie mature, le rinnovabili continuano a incontrare tanta resistenza?
“Perché ci sono interessi potenti che remano contro – ha detto – chi vende gas non ha alcun interesse che il fotovoltaico e l’eolico crescano”.
Accanto agli interessi economici, per Silvestrini c’è “una mancata volontà politica” e una gestione sbagliata dell’opinione pubblica, con casi estremi come la Sardegna.
Soprattutto, manca una strategia industriale: “La Cina dieci anni fa ha deciso che il futuro dell’economia sarebbe stato verde e ha fatto un piano. Noi abbiamo davanti un’autostrada tecnologica, ma ci stiamo mettendo blocchi di cemento”.
Il richiamo al pragmatismo lanciato da Pichetto Fratin nel videomessaggio, insomma, è stato raccolto e rovesciato dal mondo delle Fer. Essere pragmatici oggi – è la tesi emersa al Forum – significa mettere ordine nella normativa, dare finalmente una regia alla transizione, liberare gli investimenti che possono abbassare il costo dell’energia, ridurre le emissioni e rendere il Paese meno dipendente dal gas importato.


























