L’agrivoltaico italiano è ormai passato dalla sperimentazione a un banco di prova sistemico.
La domanda di progetti cresce, gli incentivi pubblici hanno acceso il mercato e la tecnologia può aiutare l’agricoltura a adattarsi meglio alla crisi climatica. Il rischio, però, è che la corsa agli impianti proceda più velocemente della capacità del sistema regolatorio di governarla.
Il dossier “L’agrivoltaico in Italia 2026” di Legambiente sottolinea la necessità di distinguere tra progetti capaci di integrare bene energia, produzione agricola e paesaggio, e operazioni che usano l’agricoltura solo come cornice formale (si veda anche “Agrivoltaico, la crisi energetica avvicina agricoltori e mondo FV“).
L’agrivoltaico non è dunque “soltanto una tecnologia, ma una scelta politica che chiama in causa visione, regole e responsabilità”, ammonisce Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente.
I numeri confermano come il settore stia approdando verso una scala industriale. Nel bando del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dedicato all’agrivoltaico, alla chiusura della prima finestra di settembre 2024 erano state presentate 643 richieste di finanziamento, per oltre 1,7 GW di potenza e più di 920 milioni di euro di contributi richiesti, a fronte di uno stanziamento di 1,1 miliardi.
Nel 2025 le procedure hanno selezionato oltre 700 progetti, per una potenza installabile prossima a 2 GW e l’obiettivo di realizzare 1,04 GW entro il 30 giugno 2026.
Un comparto spinto dagli obiettivi delle rinnovabili
L’agrivoltaico si inserisce in un sistema elettrico che deve ancora accelerare. Secondo il dossier, dopo i primi due mesi del 2026, le rinnovabili in Italia hanno raggiunto 82,5 GW di potenza.
Il fotovoltaico è la fonte più consistente, con 44,4 GW a febbraio 2026 e 44,2 TWh prodotti nel 2025, pari al fabbisogno di 16,3 milioni di famiglie. Dal 2024 al 2025 la potenza fotovoltaica è aumentata di 6,5 GW.
Gli obiettivi al 2030 restano però impegnativi. Il Decreto Aree Idonee assegna all’Italia 80 GW di nuova potenza rinnovabile tra il 2021 e il 2030. A febbraio 2026 erano stati realizzati 25.925 MW, pari al 32,4% dell’obiettivo. Mancavano quindi oltre 54 GW, cioè una media annua di 10,8 GW.
Per raggiungere l’obiettivo intermedio del 2026, all’Italia restano da installare 5.652 MW: il calcolo tiene conto dei 1.606 MW realizzati in più rispetto al target cumulato di fine 2025 e dei 1.033 MW già aggiunti nei primi due mesi del 2026.
In questo scenario, l’agrivoltaico, per svolgere un ruolo socialmente e territorialmente sostenibile, non può essere trattato come un normale impianto a terra con qualche coltura intorno.
Il dossier insiste sulla differenza sostanziale tra fotovoltaico agricolo e agrivoltaico vero: nel secondo caso la continuità dell’attività agricola deve essere progettata fin dall’inizio, con altezze, distanze tra le file, orientamento dei moduli, sistemi irrigui, macchinari e ordinamenti colturali pensati in modo integrato.
Progettare per le colture, non dopo
La parte tecnica del rapporto evidenzia che non esiste un modello unico.
Gli impianti sopraelevati, con moduli collocati in genere tra tre e cinque metri da terra, permettono il passaggio di operatori e macchinari. Le configurazioni a filari distanziati lasciano superfici coltivabili tra una fila e l’altra. I sistemi con inseguitori solari possono modulare l’ombreggiamento durante la giornata. I pannelli verticali, invece, possono adattarsi a colture che tollerano ombra parziale e protezione dal vento.
La ricerca citata nel dossier conferma però che l’ombreggiamento non è un beneficio automatico. Michele Croci, Giorgio Impollonia e Stefano Amaducci, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, spiegano che “non esiste una configurazione agrivoltaica universalmente ottimale”.
Le prestazioni dipendono dall’interazione tra struttura, distanza tra i moduli, coltura, clima e obiettivi del progetto. Nelle prove sulla soia condotte in Pianura Padana sotto un impianto commerciale biassiale, la produzione agricola media è diminuita dell’8% rispetto alla coltivazione di riferimento, mentre le piante più ombreggiate hanno mostrato adattamenti morfologici, aumentando altezza, indice di area fogliare e area fogliare specifica.
Il punto più delicato riguarda la meccanizzazione. L’analisi indica che, nei casi in cui la larghezza degli attrezzi agricoli non sia compatibile con lo spazio operativo tra le file dei moduli, l’efficienza delle lavorazioni può ridursi fino a raggiungere solo il 45% del livello ottimale. Inoltre, le fasce di rispetto intorno ai sostegni possono sottrarre alle coltivazioni fino al 30% della superficie altrimenti utilizzabile.
Questo significa che l’agrivoltaico funziona solo se l’impianto nasce intorno all’azienda agricola reale, non intorno a un disegno elettrico corretto solo sulla carta (Come pensare bene un progetto agrivoltaico).
Benefici potenziali, ma solo nei progetti solidi
I benefici indicati dal rapporto sono ambientali, agricoli ed economici. L’ombreggiamento parziale può ridurre evapotraspirazione e stress idrico, migliorare il microclima delle colture e, in alcune configurazioni, attenuare i danni da grandine, piogge intense o gelate tardive. Le strutture possono ospitare sensori, sistemi di monitoraggio e strumenti di previsione per usare meglio acqua, fertilizzanti e trattamenti.
L’effetto economico è altrettanto rilevante. Secondo la stima di Althesys, società di consulenza specializzata in energia, ambiente e infrastrutture, uno scenario al 2030 con circa 7,75 GW di agrivoltaico elevato e una vita utile di 30 anni potrebbe generare fino a 11,9 miliardi di euro di valore condiviso e coinvolgere circa 19.000 addetti stabili.
Le ricadute stimate includono 2,074 miliardi di euro per la filiera tecnologica, 1,711 miliardi per il settore agricolo, 2,817 miliardi per il settore elettrico, 2,349 miliardi di benefici ambientali e 2,921 miliardi di indotto economico.
Il dossier collega questi numeri alla possibilità di rafforzare le aziende agricole, soprattutto nelle aree marginali. L’energia può generare reddito aggiuntivo, ridurre i costi aziendali attraverso l’autoconsumo e sostenere nuovi investimenti in irrigazione efficiente, digitalizzazione, biodiversità e diversificazione colturale. Ma a una condizione, secondo Legambiente: “Senza la presenza attiva e consapevole dell’agricoltore non è possibile realizzare un vero sistema agrivoltaico”.
Autorizzazioni, aree idonee e rischio speculazione
Uno dei principali freni resta il quadro regolatorio, intrecciato con autorizzazioni lente, criteri regionali disomogenei e progettazioni non sempre mature.
Il dossier ricorda che la legge 4/2026 introduce una definizione più chiara di agrivoltaico, legandolo a moduli adeguatamente elevati da terra e alla continuità delle attività colturali e pastorali. Restano però altri nodi: mantenimento della Produzione Lorda Vendibile (PLV), asseverazioni tecniche, definizione dei terreni a elevato valore agricolo e soglie di suolo agricolo destinabile agli impianti, indicate tra lo 0,8% e il 3%.
Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys, segnala che tra il 2021 e il 2024 i progetti agrivoltaici cumulati sono stimati in 52,6 GW: l’89% rientra nella categoria interfilare e l’11% in quella elevata. Nello stesso periodo risultano autorizzati 2,3 GW.
Nel 2024, su 304 pareri di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), 153, cioè il 50,3%, hanno riguardato l’agrivoltaico. Al 28 febbraio 2026, risultavano 3.683 pratiche di connessione per 144,57 GW di fotovoltaico, di cui circa la metà stimata come agrivoltaico.
Questa distanza tra progetti, autorizzazioni e realizzazioni mostra quanto sia ancora difficile selezionare e portare rapidamente a terra gli impianti di qualità. Rolando Roberto, vicepresidente di Italia Solare, sottolinea che nella fase esecutiva emergono spesso criticità latenti: configurazioni da rivedere, accessi non adatti ai mezzi agricoli, sistemi irrigui non dimensionati correttamente, scarsa integrazione tra progettazione elettrica e agronomica.
Il rischio è che l’agrivoltaico resti bloccato tra notevoli aspettative, procedure lente e progetti non abbastanza maturi.
Il paesaggio come parte del progetto
Il rapporto affronta anche il tema probabilmente più sensibile per l’opinione pubblica: l’impatto sul paesaggio.
L’esperienza del fotovoltaico a terra sviluppato in modo disordinato durante il Conto Energia ha lasciato una percezione negativa, soprattutto in alcune regioni del Sud. Fabiano Spano, architetto paesaggista, sostiene che l’agrivoltaico può superare quella eredità solo se la solidità agronomica e territoriale dei progetti diventa un criterio di valutazione fin dall’inizio.
La progettazione paesaggistica non coincide con qualche siepe di mitigazione visiva aggiunta alla fine. Il dossier propone una lettura più ambiziosa: ricostruire habitat, fasce tampone, infrastrutture verdi, continuità ecologiche, bordi agricoli, fossi, canali e muri a secco. Con questa impostazione l’impianto non è un corpo estraneo da nascondere, ma una nuova infrastruttura rurale che deve rispettare le trame storiche del territorio.
Un impianto può contribuire a ridurre le emissioni, sostenere l’azienda agricola e aumentare la biodiversità. Oppure può irrigidire il paesaggio, ridurre la funzione agricola a un adempimento minimo e alimentare conflitti locali. La tecnologia è la stessa, ma cambia il modo in cui viene inserita nel territorio.
Il decollo si gioca sul controllo pubblico
L’agrivoltaico non può essere lasciato né alla sola spinta del mercato, né a un sistema autorizzativo frammentato. Serve invece una regia pubblica capace di indicare aree adatte, tempi certi, criteri agronomici verificabili, monitoraggi lungo tutta la vita dell’impianto e responsabilità chiare tra operatori energetici e agricoli.
Il rapporto riconosce all’agrivoltaico un ruolo potenzialmente strategico nella decarbonizzazione, nella resilienza climatica delle colture, nel contrasto all’abbandono agricolo e nel rafforzamento economico delle aziende rurali. Ma serve una selezione più rigorosa, perché può perdere consenso se viene percepito come una scorciatoia per occupare suolo agricolo.
L’agrivoltaico può essere “uno dei pilastri più solidi e promettenti” della transizione solo se è “ben governato e fatto bene”, secondo il dossier di Legambiente. Il suo futuro non dipenderà soltanto da quanti GW saranno autorizzati, ma da quanta agricoltura reale, quanta qualità progettuale e quanta fiducia territoriale riusciranno ad attecchire sotto quei moduli.
- Rapporto di Legambiente (pdf)




























