Il rinnovo delle concessioni idroelettriche potrebbe arricchirsi di un ulteriore parametro da tenere in considerazione.
Si tratta delle “clausole climatiche” che le Regioni vorrebbero inserire in questa partita per guardare a bacini e impianti come infrastrutture multifunzionali capaci di rispondere a esigenze energetiche, ambientali, ecosistemiche, sociali e agricole.
È quanto si è discusso ieri, 26 ottobre, in una riunione della commissione Energia della Conferenza delle Regioni, alla quale hanno preso parte anche il ministro Gilberto Pichetto Fratin e alcuni rappresentanti di Enel, Magis Energia ed Elettricità Futura.
L’occasione per un tavolo di confronto è stata data dal Festival delle Regioni che si chiude oggi a Firenze.
Alla luce dei gravi problemi dovuti a siccità e fenomeni meteorologici estremi, le Regioni hanno chiesto:
- un coordinamento tecnico-istituzionale stabile sulla risorsa idrica;
- procedure più rapide per l’ammodernamento degli impianti;
- una quota dei canoni destinata alla sicurezza idrica.
“Dobbiamo soprattutto superare la logica dell’emergenza e costruire una gestione capace di adattarsi nel tempo alle condizioni climatiche e alla disponibilità della risorsa”, spiega l’assessora all’Ambiente della Sardegna, Rosanna Laconi, che ieri ha presieduto la commissione Energia delle Regioni.
“Il punto centrale è passare da una gestione dell’acqua che risponde alle singole esigenze a una capacità di programmazione che sappia anticiparle e conciliarle. Questo richiede una governance integrata, un maggiore coordinamento tra istituzioni, gestori e territori, decisioni fondate su dati condivisi e investimenti che valorizzino le infrastrutture esistenti come sistemi multifunzionali”.
Sulla stessa linea il commento del ministro Pichetto Fratin, che conferma la necessità di un idroelettrico evoluto verso una logica non solo energetica, ma più integrata rispetto ai diversi usi finali dell’acqua.
In conclusione, come si legge in una nota della Regione Sardegna, l’obiettivo non è scegliere tra acqua ed energia, ma rendere l’idroelettrico sempre più efficiente, innovativo e compatibile con la disponibilità della risorsa.
Tutto ciò passando anche per “un regime di concessioni che tenga conto dei vincoli ambientali”.
Trento studia la via francese all’idroelettrico
Passando dalle Regioni alle Province autonome, quella di Trento è particolarmente interessata all’idroelettrico, visto che a marzo 2029 scadranno sedici grandi concessioni nel suo territorio, su un totale di ventuno.
Il 19 ottobre, in particolare, l’ente autonomo ha ospitato la deputata francese Marie-Noëlle Battistel per approfondire il nuovo modello con cui Parigi ha superato lo scoglio dei rinnovi e del contenzioso con la Commissione europea su questi impianti (si veda Idroelettrico, il modello francese supera l’esame di Bruxelles).
Battistel ha dunque ripercorso le ragioni che hanno portato la Francia a opporsi, a partire dal 2010, alla richiesta europea di mettere a gara le grandi centrali idroelettriche, nell’intento di mantenere un controllo nazionale sul settore.
Per i transalpini, ricorda una nota della Provincia, questa fonte rappresenta circa il 13% della produzione elettrica nazionale e gli impianti di potenza superiore a 4,5 MW sono stati storicamente sottoposti al regime delle concessioni.
Il confronto con Bruxelles, segnato da due procedure avviate nel 2015 e nel 2019, ha portato dopo diversi tentativi a una soluzione alternativa alla messa a gara degli impianti.
Il nuovo modello, approvato definitivamente dal Parlamento francese a giugno, prevede il passaggio a un regime autorizzativo che consente agli attuali operatori di proseguire la gestione delle centrali, mantenendo allo Stato la proprietà delle infrastrutture.
Per rispondere alle esigenze di concorrenza è stato introdotto un meccanismo di accesso al mercato di una quota della produzione idroelettrica del player principale Edf, senza mettere in discussione la gestione degli impianti.
Un ultimo approfondimento fatto da Marie-Noëlle Battistel ha riguardato il rapporto tra produzione idroelettrica e comunità locali.
La deputata francese ha illustrato l’esperienza delle commissioni locali dell’acqua: organismi territoriali che riuniscono associazioni ambientaliste, pescatori, agricoltori e rappresentanti delle attività economiche per concordare le modalità di utilizzo della risorsa idrica.
Presenti in alcuni bacini francesi, queste commissioni costituiscono uno strumento di confronto costante con Edf e intervengono anche nelle decisioni relative a lavori e operazioni straordinarie sugli impianti, con l’obiettivo di conciliare la produzione energetica con le esigenze dei territori e gli altri utilizzi dell’acqua.
La soluzione alternativa dell’Abruzzo
Su questa partita la Regione Abruzzo prova invece ad andare minimamente controcorrente trovando una soluzione alternativa, anche se solo per due impianti.
È stato infatti pubblicato sul Bollettino Ufficiale 21 ottobre 2026, serie speciale n. 196, un avviso finalizzato a valutare la sussistenza di un prevalente interesse pubblico per destinare le acque di due concessioni scadute a un uso diverso dalla produzione di energia idroelettrica, almeno parzialmente.
Gli impianti interessati sono la centrale S. Angelo che è stata gestita da Acea produzione e quella di Pratofranco-Canistro di Burgo Group.
Le osservazioni possono essere inviate fino al 5 novembre 2026.
Il Governo tratta con l’Europa e viene criticato dagli Europeisti
Gli ultimi aggiornamenti sul piano nazionale risalgono infine alla scorsa settimana, quando il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di una “idro release” da aggiungere al modello della “quarta via” immaginato dal Governo per sbloccare la partita delle concessioni idroelettriche (si veda Anche l’idroelettrico nella flessibilità della Manovra).
L’Italia ha in corso una lunga trattativa con la Commissione europea per evitare di dar seguito a un vincolo Pnrr che impone di svolgere le gare e nell’ultimo periodo le possibilità di trovare un accordo sono aumentate proprio grazie a quanto successo per il caso francese.
Questa discussione si allarga ora all’idea di utilizzare la flessibilità di bilancio concessa dalla clausola di salvaguardia nazionale su energia e difesa, richiesta all’Ue dal nostro Paese, anche per sostenere investimenti infrastrutturali nei bacini idroelettrici, ad esempio per la pulizia dei sedimenti.
Un tema su cui il ministro è brevemente tornato oggi a Roma, a margine dell’evento L’Italia dei territori: “Per quanto riguarda gli invasi i fronti sono tanti. Da un lato il portarli al pieno riempimento liberandoli dai sedimenti accumulati, dall’altro completare il sistema di produzione e distribuzione energetica”.
In attesa di conoscere quale sarà l’esito del confronto tra Roma e Bruxelles, la visione italiana è stata criticata dal nuovo movimento politico Europeisti.eu, nato a giugno 2026.
Secondo uno dei fondatori, Piercamillo Falasca, “il governo Meloni vuol tutelare gli attuali concessionari usando soldi del contribuente per realizzare gli investimenti dovuti dai concessionari per evitare le gare”.
Per Falasca “lo schema doveva essere semplice: chi vuole il rinnovo senza gara paga il ‘biglietto d’ingresso’, cioè investimenti sugli impianti ed energia a prezzo agevolato per le imprese. Ora, tra relazione al Parlamento, Documento programmatico di bilancio e dichiarazioni di governo e maggioranza, quel biglietto rischia di finire sul bilancio pubblico”.
Il riferimento è alla possibile copertura degli investimenti tramite la flessibilità della clausola di salvaguardia nazionale.
“Risultato: tra i due litiganti (i concessionari uscenti e l’industria energivora) il conto lo paga il terzo (il contribuente). L’acqua è un bene pubblico, ci hanno detto, e dunque chi la gestisce deve investire di tasca propria; le gare previste dalla legge sulla Concorrenza e dagli impegni del Pnrr non sono un dettaglio da aggirare”.






























