Nucleare, il Consiglio dei ministri approva il Ddl di delega

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Decreti legislativi entro 12 mesi per definire il programma di ritorno dell'Italia all'atomo. Ma le incognite restano molte.

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Il Consiglio dei ministri, oggi, 28 febbraio, ha approvato il disegno di legge delega al Governo sul nuovo nucleare “sostenibile” proposta dal titolare del Mase, Gilberto Pichetto Fratin.

Obiettivo, spiega una nota del ministero, “disciplinare la produzione di energia attraverso i nuovi moduli, lo smantellamento delle vecchie centrali, la gestione di rifiuti e combustibile esaurito, ricerca e sviluppo su energia da fusione, riorganizzazione competenze e funzioni”.

In concreto, la delega prevede che il Governo adotti una serie di decreti legislativi, entro 12 mesi dall’entrata in vigore, per disciplinare in maniera organica l’intero ciclo di vita del nuovo nucleare.

Si dovrà dunque stendere un programma nazionale che definisca “dalla sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio dei nuovi moduli al tema della fabbricazione e riprocessamento del combustibile che sarà affrontato in una visione di economia circolare”.

Si interverrà anche sulla disattivazione e smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti e del combustibile esaurito, la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione, la riorganizzazione di competenze e funzioni, anche con l’istituzione di una Autorità indipendente per sicurezza, vigilanza e controllo.

La delega servirà anche a prevedere strumenti formativi e informativi, formare nuovi tecnici e figure professionali del settore, individuare benefici per i territori interessati.

Il Mase aveva già diffuso una bozza del ddl a fine gennaio, corredata di una relazione illustrativa, questa, accanto a compensazioni per i territori prevedeva “campagne di informazione generali alla popolazione sull’energia nucleare e specifiche rispetto ai territori interessati dagli impianti, con particolare riferimento alla relativa sicurezza e sostenibilità”.

Secondo quel testo, “potranno essere definite e disciplinate eventuali modalità di sostegno”, che affianchino la “fondamentale” iniziativa economica privata, sia per la ricerca che per la produzione.

Il programma oggetto della delega, sempre secondo la bozza di fine gennaio, dovrà definire anche i titoli abilitativi integrati di competenza del Mase e – cosa che sembra aprire la possibilità di fare le centrali all’estero – il riconoscimento di quelli rilasciati dalle autorità di uno Stato estero sulla base di accordi.

Per Pichetto, con la nuova legge delega, “l’Italia è pronta ad affrontare le sfide del futuro”. Il provvedimento, si spiega, permetterà di “raggiungere, con il contributo di questa innovativa fonte di energia, caratterizzata per essere green, programmabile e continua, i target di decarbonizzazione e sicurezza energetica, così come delineati dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima”.

Il Pniec prevede che l’atomo in Italia dia dall’11 al 22% del fabbisogno elettrico entro il 2050, mentre va precisato che se il nucleare è programmabile è una fonte molto poco flessibile.

Come abbiamo più volte scritto, questo scenario presenta non poche incognite, tanto per usare un eufemismo.

Oltre allo spinoso tema della localizzazione degli impianti, c’è quello dei costi: lo stesso Pichetto ha ammesso che al momento non si conoscono e che comunque il ritorno all’atomo potrà essere incentivato.

“Solo nel momento in cui vi sarà lo strumento di valutazione del costo della produzione di energia da nucleare, a valle del quadro normativo che si sta delineando, lo Stato valuterà se ed eventualmente di quanto integrare la tariffa, allo stesso modo di quanto sta facendo con il fotovoltaico o l’eolico, per creare il maggior vantaggio possibile al Paese”, ha risposto il ministro a un’interrogazione alla Camera lo scorso 5 febbraio.

Tra i primi commenti arrivati in redazione, quello della coalizione 100% Rinnovabili Network, formata da esponenti di decine di università e centri di ricerca, da rappresentanti del mondo delle imprese, del sindacato e del terzo settore e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente e Wwf.

“Mentre il 13 dicembre scorso il Consiglio regionale del Veneto, con voto unanime, ha respinto l’ipotesi di localizzare un reattore nucleare SMR a Marghera, mentre dopo 13 anni di procedure non è ancora stato localizzato un deposito per rifiuti radioattivi, mentre cittadini e imprese sono preoccupati per le bollette, il Governo Meloni propone un Ddl che, in modo antistorico e ideologico, avvia la normativa per tornare a costruire in Italia centrali nucleari a fissione. L’operazione di greenwashing con la quale si cerca di far passare come innovativa e sostenibile, solo per la dimensione degli impianti e qualche aggiustamento costruttivo, una tecnologia nucleare obsoleta che resta basata sulla fissione dell’uranio, non reggerà se sarà consentito, come non sta accadendo, un confronto tecnico competente e informato”.

Le centrali nucleari a fissione, bocciate da ben due referendum, generano elettricità che, secondo l’Agenzia Internazionale per l’energia, costa più del triplo di quella prodotta con il solare e l’eolico, producono rilevanti quantità di rifiuti altamente radioattivi e pericolosi come il plutonio, la cui radioattività si dimezza dopo 24 mila anni ed hanno causato incidenti devastanti a Chernobyl e a Fukushima, sottolinea la nota della coalizione.

La crescita delle rinnovabili richiede investimenti significativi nelle reti e negli stoccaggi, ma, queste, dato il basso costo di generazione, sono comunque più convenienti dal nucleare, si conclude.

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