Quanto spendiamo davvero per l’energia elettrica? La domanda sembra semplice, ma la risposta spesso non lo è, e per questo ci vogliamo tornare ancora una volta per dare un orientamento di massima ai consumatori.
Le bollette sono documenti articolati e non sempre è chiaro quali costi dipendano dalle nostre scelte e quali, invece, siano fissati dalla regolazione nazionale.
Per questo è importante saper leggere la bolletta: ci permette di confrontare le offerte, capire se stiamo pagando più del necessario e individuare dove possiamo intervenire per risparmiare.
Il nuovo formato della bolletta: cosa è cambiato
Da luglio 2025 tutti i fornitori di energia elettrica e gas devono utilizzare un formato di bolletta più chiaro e leggibile, come stabilito da Arera, l’Autorità che regola il settore energetico.
L’obiettivo non è solo semplificare il documento e renderlo comprensibile anche a chi non ha dimestichezza con il linguaggio tecnico, ma anche uniformarlo così da facilitarne il confronto tra diversi fornitori.
Scontrino dell’energia: cosa sto pagando
In tutte le nuove bollette è presente lo “scontrino dell’energia”, una delle sezioni più importanti della fattura che, come un vero e proprio scontrino, ha lo scopo di riassumere le principali voci di spesa.
Qui troviamo indicato quanto paghiamo per l’energia effettivamente consumata, quali sono le quote fisse e quali costi dipendono invece dai servizi di rete o dalla regolazione nazionale. Osserviamo un esempio nell’immagine:
Quota consumi: la parte variabile
Ipotizziamo un consumo bimestrale di 445 kWh.
Da questo dato si calcola la quota variabile della bolletta, cioè la parte che cambia in base all’energia utilizzata.
Il calcolo avviene tramite il “prezzo medio” dell’energia, un valore in euro per kWh che racchiude tutti i costi espressi in kWh: il prezzo dell’energia previsto dall’offerta scelta, i costi della rete necessari a portare l’elettricità fino a casa, gli oneri di sistema stabiliti a livello nazionale e la parte variabile delle tasse.
Il fornitore somma questi elementi e ottiene un unico prezzo che rappresenta il costo di 1 kWh.
Nel nostro esempio il prezzo medio è 0,260539 €/kWh: moltiplicandolo per 445 kWh si arriva a 115,94 euro. Questa cifra comprende tutte le componenti legate ai consumi e si divide in due parti: 95,98 euro per la vendita dell’energia e 19,96 euro per la quota variabile di rete e oneri di sistema.
La prima voce indica quanto costa l’energia acquistata dal fornitore; la seconda copre trasporto, gestione della rete e costi generali del sistema elettrico, come il sostegno alle rinnovabili. Anche se rientra nella “quota consumi”, questa componente è variabile solo perché si calcola in base ai kWh utilizzati.
Quote fisse e quota potenza: cosa paghiamo anche senza consumi
Oltre ai costi legati all’energia consumata, la bolletta include anche le quote fisse, cioè importi che si pagano comunque, anche se non si utilizza elettricità. Sono una sorta di “abbonamento” per essere collegati alla rete. Nel nostro esempio la quota fissa è di 14 euro al mese.
Questa somma comprende una parte legata alla vendita dell’energia, che cambia da un fornitore all’altro: alcuni chiedono 6 euro al mese, altri 12 o 20. È una voce da valutare con attenzione quando si sceglie un’offerta, perché può influire molto sul costo finale. Nel nostro caso la quota vendita corrisponde a 24,20 euro per due mesi.
L’altra parte della quota fissa riguarda la rete ed è stabilita da Arera, quindi è identica per tutti i clienti (1,9 € nell’esempio). Copre i costi fissi di trasporto, distribuzione, misura e una parte degli oneri di sistema.
A questi importi si aggiunge la quota potenza, che dipende dalla potenza impegnata del contatore — nel nostro caso 3 kW — e dalle tariffe Arera espresse in euro per kW al mese. Anche questa voce è uguale per tutti e cambia solo quando l’Autorità aggiorna le tariffe, di solito ogni trimestre o semestre.
L’unico aspetto su cui il consumatore può intervenire è proprio la potenza impegnata: più è alta, più si paga. Nell’esempio, il costo per due mesi con 3 kW risulta pari a 12,64 euro.
Il bonus sociale: come funziona e a chi spetta
Uno dei punti che genera più confusione è il bonus sociale, lo sconto in bolletta destinato alle famiglie che rientrano in determinati requisiti economici.
Spesso si pensa che vada richiesto al fornitore, ma non è così: l’assegnazione è interamente automatica. È sufficiente aver presentato un ISEE valido per qualsiasi servizio pubblico (ad esempio assegno unico, mensa scolastica, bonus nido).
Il Sistema Informativo Integrato incrocia i dati ISEE con quelli della fornitura elettrica: tramite il codice fiscale abbina la persona al relativo POD e applica direttamente lo sconto in bolletta.
Nel caso analizzato, il bonus comporta una riduzione di 101,25 euro, incidendo in maniera significativa sul totale finale.
Accise, IVA e totale finale
Le imposte presenti in bolletta — accise e IVA al 10% — sono uguali per tutti i clienti e non dipendono dal contratto o dal fornitore. Nell’esempio rappresentano un totale di 9,05 euro.
Sommando tutte le componenti si arriva a un costo complessivo di 64,38 euro, a cui si aggiunge eventualmente il canone TV (9 euro al mese). Per una bolletta bimestrale, il totale finale diventa quindi 82,38 euro.
Il box dell’offerta: una sezione che molti ignorano
Accanto allo “scontrino dell’energia” c’è un’altra sezione fondamentale della bolletta: il box dell’offerta.
Qui sono riportate le informazioni principali del contratto, come la tipologia di prezzo (monorario, biorario o triorario), la data di attivazione, l’eventuale scadenza e l’esistenza di costi di recesso anticipato.
Si tratta di un riquadro essenziale per capire non solo quanto stiamo pagando oggi, ma anche come e quando il prezzo potrebbe cambiare, ad esempio alla scadenza delle condizioni economiche attuali.
Fasce orarie: quale conviene?
Un altro elemento da considerare nella scelta dell’offerta è la struttura del prezzo dell’energia. Le fasce orarie dell’energia elettrica si dividono in tre intervalli principali.
La F1 è la fascia più costosa perché comprende le ore in cui la domanda di energia è più alta: tutti i giorni dal lunedì al venerdì, dalle ore 8:00 alle 19:00.
La F2 è invece una fascia con prezzo medio perché compre un periodo nel quale la richiesta di energia inizia a diminuire rispetto al centro della giornata ma resta comunque significativa nelle prime ore della sera. Va dal lunedì al venerdì nelle due finestre 7:00-8:00 e 19:00-23:00, mentre il sabato copre l’intervallo più ampio che va dalle 7:00 alle 23:00.
Infine c’è la F3, la fascia più economica perché in questi momenti la domanda di energia è particolarmente bassa. Include tutte le notti dal lunedì al sabato, dalle 23:00 alle 7:00, e copre l’intera giornata della domenica e dei giorni festivi.
Nei contratti, si può scegliere tra tariffa monoraria e multioraria. La prima ha un prezzo unico in tutte le ore del giorno e conviene a chi consuma la maggior parte di energia in F1:
- è a casa soprattutto di giorno (es. smart working, pensionati, famiglie con bimbi)
- utilizza molto gli elettrodomestici in F1
- preferisce semplicità e prevedibilità dei costi
- ha un ufficio o negozio attivo nelle ore diurne.
Nelle tariffe multiorarie (biorarie e triorarie) il prezzo cambia a seconda della fascia scelta nel contratto (F1, F2, F3). Convengono a chi ha la maggior parte dei consumi nelle fasce F2–F3:
- è fuori casa tutto il giorno per lavoro o studio
- può spostare lavatrice, lavastoviglie e asciugatrice dopo le 19, la notte o nel weekend
- ricarica l’auto elettrica di notte
- usa elettrodomestici programmabili.
Cosa succede alla scadenza dell’offerta?
Abbiamo chiesto a Pierpaola Pietrantozzi, Segretario Nazionale di Adiconsum, cosa accade quando la nostra offerta luce è in scadenza e quali comportamenti dovrebbe adottare l’utente per evitare rinnovi indesiderati.
Se l’offerta è in scadenza, quali passi deve fare l’utente?
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I contratti di fornitura sono sempre a tempo indeterminato, mentre le offerte hanno in genere una durata di 12 o 24 mesi, a seconda dell’operatore. In teoria il cliente deve attendere la comunicazione che il venditore è obbligato a inviare, perché così prevede Arera. L’avviso di scadenza delle condizioni economiche deve arrivare almeno 60 giorni prima e deve essere trasmesso con modalità tracciabile. Il problema è che spesso queste comunicazioni vengono ignorate perché scambiate per semplice pubblicità.
Cosa succede se il cliente non risponde?
In questi casi l’operatore interpreta il silenzio del cliente come un assenso implicito, e l’offerta viene rinnovata alle condizioni proposte dal fornitore. Per questo dico sempre che la prima voce della bolletta a cui prestare attenzione è proprio la scadenza dell’offerta. Due o tre mesi prima di quella data bisogna verificare che l’azienda ci contatti, tramite email o lettera, e ci comunichi quali nuove condizioni intende applicare.
Cosa può proporre il fornitore?
Il fornitore può confermare le condizioni economiche attuali oppure, come accade spesso, proporre un aumento. A quel punto il consumatore ha il tempo per informarsi e valutare se la proposta sia in linea con le proprie esigenze.
Come consiglia di fare questo confronto?
Adiconsum suggerisce sempre di utilizzare il Portale Offerte di ARERA, uno strumento completo che consente di impostare diversi filtri: prezzo fisso o variabile, fascia unica o multioraria, e anche la selezione di determinati fornitori. Il portale mostra solo le offerte realmente disponibili in quel momento, ordinate in modo crescente per prezzo: le più economiche compaiono per prime. Bisogna comunque fare attenzione a selezionare i fornitori di interesse, perché ci sono tante offerte molto piccole che possono avere caratteristiche differenti dalle altre.
Sul portale è quindi possibile ottenere offerte personalizzate?
Sì. Se si accede con SPID o CIE, il sistema riconosce l’utente e filtra automaticamente le offerte compatibili con lo storico dei suoi consumi. È una funzione che abbiamo contribuito a sviluppare insieme ad Arera proprio per offrire un servizio più utile e preciso al consumatore.
Se la comunicazione sfugge al cliente?
Se il cliente scopre che il contratto è stato rinnovato con una tariffa più alta, può contattare il fornitore e chiedere di verificare come è stata inviata la comunicazione di modifica: email, posta cartacea, PEC. È vero, non è un’arma potentissima, ma permette di accertare se l’operatore abbia rispettato gli obblighi di trasparenza e tracciabilità.





























