L’impianto agrivoltaico richiede di integrare la produzione agricola e quella di energia solare, tenendo conto delle esigenze di entrambe fin dalla progettazione.
Per farlo al meglio servono competenze trasversali, capaci di mettere in relazione il lavoro agricolo con gli aspetti tecnici ed energetici. Da questa esigenza nasce la figura definita “agrivoltore“, un professionista chiamato a fare da “ponte” tra i due settori che hanno sempre avuto esigenze e logiche differenti.
Sulla figura nascente dell’agrivoltore, QualEnergia.it organizzerà a Fieragricola Tech (Veronafiere, 27-28 gennaio 2027) un workshop ad hoc, coinvolgendo anche AIAS (Associazione Italiana Agrivoltaico Sostenibile), dove verranno illustrate le competenze necessarie e le difficoltà di una nuova professionalità certamente complessa ma sempre più indispensabile.
Ne parliamo intanto con Antonio Lancellotta, socio fondatore di AIAS, che ha ideato e registrato il termine “agrivoltore” come marchio di parola, concesso in uso gratuito all’associazione.
Antonio Lancellotta, come nasce l’idea dell’agrivoltore?
Il termine agrivoltore nasce da uno scambio di idee all’interno di AIAS, con l’intento di definire meglio la figura responsabile della gestione del sistema agrivoltaico. Il punto di partenza è stato il modello della serra agrivoltaica, sulla base dell’esperienza di Le Greenhouse, uno dei soci fondatori di AIAS, in particolare nelle serre di Scalea, Ossomasso, Cassano e Villapiana, in provincia di Cosenza.
Di cosa si dovrebbe occupare questa figura professionale?
In prima battuta, l’agrivoltore è colui che si occupa della gestione del ‘sistema agrivoltaico’. In AIAS parliamo di sistema perché non si tratta semplicemente di affiancare un impianto fotovoltaico a un’attività agricola, ma di coordinare una pluralità di elementi e attività che comprendono la produzione agricola e quella di energia elettrica da fonte solare.
Concretamente, cosa significa gestire un sistema agrivoltaico?
Gestendo il sistema agrivoltaico, l’agrivoltore può individuare diverse opportunità di miglioramento delle pratiche agricole e della progettazione dell’impianto. Ad esempio, può suggerire modifiche ai sesti d’impianto o alle distanze tra le file di un impianto arboreo, affinché le esigenze della coltivazione siano compatibili con quelle dell’impianto fotovoltaico sovrastante. L’attenzione si concentra soprattutto sul miglioramento fondiario e sulle colture pluriennali, che consentono di mantenere nel tempo una maggiore sincronia tra la componente elettrica e quella agricola.
Quindi l’agrivoltore interviene già nella fase iniziale, per la ricerca dei terreni e la definizione delle colture?
Sì, il suo contributo può iniziare già durante lo scouting dei terreni. È importante valutare, per esempio, la disponibilità di acqua per l’irrigazione, le caratteristiche dell’areale e le cultivar più adatte, oltre alle condizioni pedoclimatiche, tutti elementi che concorrono alla scelta di un terreno rispetto a un altro e alla successiva elaborazione del piano agronomico. Da qui si può arrivare anche a una prima stima della redditività futura del terreno, in funzione della coltura scelta. Queste valutazioni rientrano nelle competenze dello studio agronomico, ma l’agrivoltore, partendo da una preparazione in ambito agronomico, riesce a integrarle in una visione più trasversale.
Può farci un esempio?
Pensiamo alla gestione degli agrumi e alle modalità con cui devono essere eseguite le potature verdi. L’agrivoltore conosce le esigenze operative di una coltivazione inserita in un sistema agrivoltaico, mentre un agronomo abituato a gestire un campo tradizionale potrebbe non avere ancora esperienza diretta di queste specificità. La differenza sta proprio nella capacità di adattare le conoscenze agronomiche alle condizioni determinate dalla presenza dell’impianto fotovoltaico.
Torniamo al piano agronomico, qual è il contributo che potrebbe apportare un agrivoltore?
Il piano agronomico è come il punto di partenza. L’agrivoltore contribuisce alla sua realizzazione grazie all’esperienza nella gestione delle coltivazioni e dell’impianto FV. In molti casi, almeno nella nostra esperienza, si ricorre alla lavorazione minima o alla non lavorazione del terreno, per ridurre gli interventi sul suolo e limitare polvere e fango che potrebbero depositarsi sui moduli e ridurre la produzione di energia. Un altro esempio è la nebulizzazione dell’acqua, che abbassa la temperatura e può essere utile in alcune fasi del ciclo vegetativo, come l’allegagione degli agrumi. Si potrebbe valutare anche per migliorare le prestazioni dei moduli solari, che funzionano meglio a temperature più basse. Queste soluzioni nascono dall’esperienza sul campo e vengono condivise all’interno dell’associazione, per migliorare la gestione degli impianti agrivoltaici.
Arriviamo alla progettazione dell’impianto. Quali competenze sono richieste a questa figura professionale?
Un aspetto fondamentale è saper progettare i lotti produttivi e i settori dell’impianto. Spesso questi ultimi corrispondono ai sottocampi elettrici che compongono un impianto fotovoltaico di dimensioni maggiori. La lunghezza delle stringhe e la disposizione delle strutture fotovoltaiche, per esempio, devono rispondere a esigenze elettriche, come il corretto dimensionamento per garantire il funzionamento efficiente degli inverter, ma anche alle necessità operative dell’attività agricola. Si deve permettere al trattorista di muoversi agevolmente e svolgere le lavorazioni con il minor numero possibile di manovre, come in un campo aperto. Per questo motivo, l’agrivoltore deve partecipare alla progettazione insieme al progettista elettrico, al progettista civile, al naturalista e all’agronomo.
Si tratta quindi di una progettazione condivisa…
Certo, la progettazione deve essere condivisa perché il fine è realizzare un impianto attraverso una gestione efficiente del cantiere, rispettando gli standard di costruzione di un impianto elettrico tradizionale e predisponendo, allo stesso tempo, le condizioni necessarie per realizzare successivamente la componente agricola. Una volta completati l’impianto elettrico e quello agricolo, deve essere possibile gestirli in modo coordinato. La progettazione deve considerare sia le modalità di realizzazione del cantiere che la gestione futura dell’impianto, lasciando margini dimensionali sufficienti per consentire i cambiamenti di coltivazioni, senza compromettere la compatibilità tra attività agricola e impianto energetico.
Quest’ultimo aspetto è abbastanza delicato…
Ad esempio, potremmo avere bisogno di modificare le coltivazioni durante la vita utile dell’impianto, che in genere è di almeno vent’anni. In questo periodo, il produttore agricolo potrebbe avere la necessità di convertire il fondo o sostituire le piante con altre specie o varietà caratterizzate da esigenze differenti. Se, per esempio, si passa da una coltura allevata a un’altezza di 2,10-2,20 metri a una che richiede un’altezza di 2,50 metri, potrebbe essere necessario modificare le distanze sulla fila o la disposizione delle piante.
Quali errori si potrebbero evitare coinvolgendo fin dall’inizio del progetto una figura con queste competenze?
Direi, numerosi. Una figura che ha una visione complessiva del sistema agrivoltaico aiuterebbe a progettare un impianto che tenga conto sia delle esigenze elettriche sia di quelle agricole, anche nella scelta degli interventi sul terreno e nell’organizzazione della futura attività agricola. Se si considera solo una delle due componenti possono invece emergere criticità durante l’iter autorizzativo. Le carenze progettuali possono essere difficili da correggere in seguito e, nei casi più gravi, compromettere anche l’approvazione del progetto.
Oltre alla fase autorizzativa, cosa deve considerare un agrivoltore?
Le criticità possono riguardare anche la gestione futura dell’impianto. Se si conoscono le lavorazioni necessarie per il terreno, per esempio, si può stabilire fin da subito dove collocare i cavi elettrici, evitando che attraversino i lotti produttivi o prevedendo una profondità di posa compatibile con le lavorazioni agricole e con la sicurezza degli operatori. Bisogna considerare che, nel corso degli anni, potrebbero essere necessarie lavorazioni del terreno fino a una profondità massima di 50-60 centimetri, in funzione delle esigenze dell’attività agricola attuale e delle possibili modifiche future previste dal piano agronomico.
C’è poi anche l’attività legata alla manutenzione dell’impianto agrivoltaico?
Infatti, questa deve essere organizzata tenendo conto delle coltivazioni. Se, per esempio, occorrono piattaforme per intervenire sui moduli, bisogna garantire l’accesso agli operatori senza danneggiare le piante e programmare i lavori in base al calendario agricolo. Lo stesso vale per gli interventi straordinari, che devono essere coordinati con le lavorazioni e con la documentazione aziendale, come il quaderno di campagna. Considerare questi aspetti già in fase di progettazione aiuta a prevenire problemi e a gestire meglio l’impianto.
Il contributo dell’agrivoltore continua anche quando l’impianto entra a regime?
Certo, questa figura professionale continua a seguire l’azienda anche durante la fase di esercizio e può occuparsi della gestione dell’azienda agricola, anche in forma di cogestione, oppure prestare attività di consulenza, seguendo la gestione coordinata delle componenti agricola ed elettrica.
Chi potrebbe avere bisogno di questa figura professionale?
Sicuramente gli studi tecnici che si occupano di progettazione agrivoltaica, soprattutto quelli multidisciplinari che vogliono approfondire gli aspetti specifici di questi impianti. AIAS riunisce competenze ambientali, paesaggistiche, sociali, agronomiche e tecniche, comprese quelle civili, elettriche e legate alla salute e alla sicurezza. Mettendo insieme queste professionalità, l’associazione ha sviluppato una certificazione per l’agrivoltaico sostenibile, rivolta ai progettisti che vogliono realizzare impianti secondo i criteri condivisi da AIAS, anche sulla base dell’esperienza diretta degli agrivoltori.
Come si traduce concretamente questa impostazione nella progettazione di un impianto agrivoltaico?
Al momento stiamo completando alcuni impianti agrivoltaici, seguendo un’impostazione coerente con la certificazione AIAS per la progettazione. Per esempio, stiamo realizzando impianti con pali di altezza elevata e con una finitura marrone smaltata anziché zincata, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale e visivo. Si tratta di impianti spesso inseriti in contesti agricoli vicini ai centri abitati e per questo motivo l’accettazione sociale è un fattore importante, al quale AIAS presta particolare attenzione e che deve essere considerato già nelle fasi di progettazione e realizzazione. Gli impianti saranno energizzati a breve e prevediamo di completare le attività entro marzo 2027.
State lavorando con università o enti di ricerca?
Stiamo collaborando con diverse università su temi specifici, come la fisiologia delle piante in ambiente agrivoltaico e l’irrigazione. AIAS partecipa inoltre al progetto europeo Symbiosyst, finanziato da Horizon, che mette in relazione impianti sperimentali agrivoltaici in Europa, coinvolgendo agrivoltori e università. I risultati vengono condivisi anche per sviluppare attività di informazione e formazione.
Ma come si può diventare un agrivoltore?
L’agrivoltore può provenire da diversi ambiti: agronomia, ingegneria, economia o scienze naturali. Deve però acquisire competenze trasversali, con una base agronomica e ambientale e la capacità di comprendere un business plan e il layout dell’impianto. Quest’ultimo non deve puntare solo a massimizzare la produzione elettrica, ma tenere conto anche di quella agricola.
Osservando i corsi di laurea in agraria delle principali università italiane, è difficile trovare insegnamenti dedicati all’agrivoltaico, se non qualche esame facoltativo. È un ambito nel quale si deve fare ancora molto…
Sì, siamo in una fase pionieristica e stiamo lavorando proprio per mettere insieme le esperienze e le competenze che si stanno sviluppando nel settore. Anche per questo motivo AIAS organizza corsi di formazione per diventare agrivoltori.
Come sono organizzati i vostri corsi?
Ci occupiamo della loro formazione attraverso una commissione appositamente designata, al fine di preparare la figura dell’agrivoltore e promuovere una maggiore conoscenza del settore agrivoltaico. I destinatari possono avere provenienze professionali differenti; non è necessario essere agronomi. Possono partecipare anche persone che operano già nel settore agricolo o in quello fotovoltaico e che intendono ampliare le proprie competenze. Al momento nel nostro Paese gli impianti agrivoltaici sono ancora relativamente pochi e quindi una parte importante del lavoro di AIAS consiste nel collegare le esperienze di chi ha già maturato competenze nella gestione di questi impianti e nel trasferirle attraverso i nostri percorsi formativi.
Preparate i corsisti alla gestione o anche alla realizzazione di un progetto agrivoltaico?
L’attività riguarda anche la progettazione. Si individuano professionisti con esperienza, tra cui agronomi, che contribuiscono alla costruzione dei percorsi formativi mettendo a disposizione le competenze del proprio settore di provenienza. La formazione può quindi assumere orientamenti diversi in funzione delle competenze dei docenti e degli argomenti affrontati, così da fornire una visione integrata delle esigenze agricole, energetiche e progettuali.






























