Mentre il governo regionale, appoggiato dai sindacati e dalla Confindustria locali, continua imperterrito a volere a ogni costo il gas trasportato da un metanodotto e da una dorsale che attraversi la Sardegna, sono diverse le proposte a breve e a medio termine che potrebbero portare a un’uscita dal carbone dell’isola prevista al 2025 senza intaccare la sua “indipendenza” energetica (oggi infatti la Sardegna è esportatrice netta di elettricità).

Se ne è parlato nel corso di un convegno organizzato da Legambiente ieri a Cagliari dal titolo Accelerare la transizione energetica. Le opportunità di un nuovo modello di sviluppo sostenibile per la Sardegna”.

Gli esponenti della giunta sarda, con l’assessora Anita Pili, si trincerano davanti al fatto che, riferisce, al ministero dello Sviluppo avrebbero detto che il phase out dal carbone non sarebbe fattibile al 2025. Una sorta di sostegno alla posizione dell’attuale giunta che vorrebbe procrastinare la chiusura delle due centrali per il 2030.

Oltre al fatto che questa posizione si discosta da quanto affermato di recente dal premier Conte, sappiamo, da fonti interne al MiSE, che non solo diversi tecnici del ministero ritengono l’uscita dal carbone possibile a quella data, ma pensano che sia doveroso iniziare a creare nella regione un vero e proprio laboratorio della transizione energetica.

Con la riduzione dei costi delle tecnologie rinnovabili abbinate agli accumuli elettrochimici che diventeranno competitivi con il gas già nei prossimi anni (e tra meno di dieci saranno comunque sempre più convenienti dei cicli combinati), anche la riforma del mercato elettrico, che consentirà alle rinnovabili di svolgere tutti i servizi di rete, renderà vantaggiosi quasi tutti gli impianti eolici e fotovoltaici che si doteranno di accumuli.

Lo ha spiegato nel corso del convegno GB Zorzoli in rappresentanza di Free, l’organizzazione che raggruppa le associazioni di categoria delle rinnovabili e dell’efficienza energetica.

Zorzoli ha spiegato che in sei anni, tra il 2020 e il 2025, in Sardegna si potrà puntare su alcuni interventi/installazioni come il repowering di un terzo degli impianti eolici esistenti, sul raddoppio dell’attuale potenza eolica e FV (metà del nuovo installato FV dovrà essere con impianti dotati di tracker monoassiali), sul biogas per la produzione elettrica con la valorizzazione di effluenti zootecnici, residui agricoli e sottoprodotti agro-industriali. Sul biogas il potenziale da sfruttare in Sardegna è importante: tra 35 e 37 milioni m3/anno secondo una ricerca dell’Università di Catania (vedi anche QualEnergia.it).

L’aumento della domanda elettrica potrà essere compensato, inoltre, dall’incremento dell’efficienza.

Per far capire che tutti questi ragionamenti e calcoli sono orientati sul breve periodo, cioè entro il 2025, Zorzoli propone due scenari, uno con gli obiettivi sopra indicati e un altro con gli stessi obiettivi realizzati al 60%.

Ebbene, grazie allo sviluppo degli accumuli e anche della digitalizzazione 5G, in entrambi gli scenari il phase out del carbone in Sardegna sarebbe gestibile, senza attendere la realizzazione del complicato collegamento elettrico triterminale con la Sicilia (lunghi i tempi autorizzativi). La creazione di posti di lavori nello “scenario pieno” sarebbe di 3.600 unità permanenti (e 5.400 temporanee).

Sempre nel breve termine, per le aree industriali come quello di Porto Torres, si potrebbe optare per la produzione di calore ad alta temperatura con un impianto solare termodinamico.

L’atteggiamento schizofrenico della Sardegna sulla questione energetica è, come detto, da un parte testimoniato da sindacati, dall’industria tradizionale e dalla politica, tutti legati ad una vecchia concezione della produzione energetica. Oltre a non smuoversi dall’idea di una metanizzazione capace di portare solo vantaggi alla popolazione, alcuni ritengono anche che ogni intervento o idea alternativa proveniente dal continente sia da cassare: “chi non è sardo non può capire”, ha detto ad esempio nel corso del convegno il presidente di Confindustria Sardegna, Maurizio De Pascale.

Dall’altra c’è chi dal basso combatte contro la dorsale gas in Sardegna, ci sono poi alcuni Comuni che si oppongono al gas e politici che lanciano nella regione piccoli barlumi di comunità energetiche.

È il caso, quest’ultimo, di una proposta di legge che intende favorire la produzione di energia da fonti rinnovabili da parte dei consumatori finali, realizzando delle comunità energetiche su base territoriale comunale dove i soggetti coinvolti, pubblici o privati, possano concorrere allo scambio dell’energia prodotta.

La proposta di legge, presentata lo scorso 4 settembre, ha come con primo firmatario Gian Franco Satta (Progressisti) e si affianca ad altre iniziative legislative in questa direzione che ci sono state in Piemonte e Puglia.

L’obiettivo della proposta di legge dei consiglieri sardi è anche quello di favorire l’installazione di impianti “ad isola” o “off grid” nelle numerose aree regionali non servite dalla rete elettrica.

Insieme ad altre iniziative di programmazione regionale si punterebbe a favore quelle comunità energetiche di aree interne e svantaggiate con problemi di spopolamento e invecchiamento della popolazione.

Alcuni esempi sperimentali di autoconsumo e condivisione dell’energia a livello locale stanno registrando un buon successo nei Comuni di Benetutti e di Berchidda, primi esempi di Smart community della Regione.

Con l’applicazione della proposta di legge i promotori si attendono risultati positivi come l’innalzamento del livello di concorrenza del mercato energetico, il crescere degli investimenti locali, il favorire la cooperazione locale e regionale, il coinvolgimento attivo e responsabile dei cittadini nella lotta ai cambiamenti climatici e il significativo abbattimento dei costi energetici per l’utente finale. Tuttavia, va detto, i fondi messi a disposizione per questi obiettivi sono molto ridotti.

Insomma, il dibattito sul futuro dell’energia in Sardegna è acceso, ma le posizioni sembrano piuttosto distanti.