Bitcoin, energia, valore.

Sono i tre termini di un rapporto di simbiosi che li rende inscindibili l’uno dall’altro e che bisognerà sforzarsi di capire meglio se non si vuole prendere un grande abbaglio sia sulla questione energetica che su quella monetaria, di cui bitcoin è una sintesi.

L’energia richiesta da bitcoin aumenta all’aumentare del numero di “minatori” che provano a creare un nuovo blocco di transazioni da aggiungere alla blockchain, che è un libro mastro digitale, pubblico, trasparente, consultabile in qualunque momento da tutti e resistente alle manomissioni.

Di tutti i minatori che provano a creare un nuovo blocco ogni 10 minuti circa, uno solo ci riesce ad ogni turno.

I nuovi bitcoin che vengono creati all’aggiunta di ogni nuovo blocco rappresentano il compenso che i minatori ricevono per il loro servizio notarile di certificazione e allungamento della catena con la creazione di nuovi blocchi di transazioni, e per il loro dispendio di energia e potenza di calcolo, che funzionano come una muraglia energetica a protezione della blockchain da possibili tentativi di manipolazione.

I dati dell’Università di Cambridge

Prendiamo le mosse dagli ultimi dati sul consumo elettrico di bitcoin, pubblicati dal Cambridge Center for Alternative Finance (CCAF) dell’Università di Cambridge nel suo Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index (CBECI), per cercare di fare ancora una volta chiarezza sul tema dell’intensità energetica della principale criptovaluta mai creata.

Bitcoin assorbe attualmente 15,84 GW di potenza con un consumo annuale di 138,86 TWh, secondo le stime del CCAF. Tale stima media è compresa fra due valori teorici, minimo e massimo, che sono una soglia base di 5,94 GW e 52,03 TWh e un tetto massimo di 39,77 GW e 348,66 TWh.

Cina e resto del mondo

Un altro dato saliente diffuso dal CCAF è la quota di attività di “estrazione” di bitcoin e, quindi, di energia impiegata dai suoi “minatori” nei vari paesi.

Fino allo scorso maggio-giugno, la Cina era il paese dove si registrava la fetta maggiore di attività legate al cosiddetto “mining” di bitcoin, con quote del 30-40% circa e ancora maggiori nei mesi precedenti, alimentate soprattutto dal carbone nella stagione secca e dall’idroelettrico nella stagione delle piogge.

Poi, la Cina ha deciso di mettere al bando le attività di estrazione delle criptovalute. Le ragioni di tale decisione hanno avuto a che fare con la volontà del governo cinese di mantenere un controllo più stretto su moneta e credito, promuovere e tutelare la creazione a breve di una moneta digitale della propria banca centrale e alleviare almeno in parte il carico sulla propria rete elettrica, caratterizzata ultimamente da interruzioni del servizio dovute alla forte ripresa economica.

La messa al bando del mining da parte del governo cinese ha fatto praticamente scomparire dai radar le attività nel paese, tanto che per il CCAF ufficialmente la quota cinese è ora pari allo 0%.

In realtà, fonti di settore indicano che le attività in Cina non sono state interrotte completamente, ma che avvengono ora in maniera sotterranea. È impossibile quantificare la quota attuale cinese del mining, ma potrebbe essere ancora del 10% e fino al 20% circa. Quel che è certo è che il divieto cinese ha provocato la migrazione di molta capacità di calcolo dei chip usati nella creazione di bitcoin verso altri paesi, soprattutto gli Stati Uniti e il Kazakistan.

Fino a poche settimane fa, con dati aggiornati ad agosto, gli Usa ospitavano il 35,4% delle attività di mining, seguiti da Kazakistan (18,1%), Russia (11,2%) e Canada (9,55%). L’Italia, di cui parleremo più approfonditamente in un prossimo articolo, rappresentava solo lo 0,05% delle attività.

In realtà, anche questa classifica potrebbe aver subìto qualche scossone, almeno temporaneo.

Bitcoin in Kazakistan

Dopo che il Kazakistan a inizio gennaio è stato spazzato da una serie di proteste di piazza legate al rincaro dei carburanti, il governo ha risposto con una dura repressione, bloccando anche l’accesso a internet. Impossibilitati a collegarsi alla rete, molti minatori hanno interrotto le attività.

La correlazione che è stata proposta da alcuni fra i consumi elettrici di bitcoin, i rincari energetici e quindi le rivolte di piazza con la successiva repressione del governo kazako appare piuttosto spuria.

È certo che bitcoin consumi energia e che la migrazione di molti “minatori” dalla Cina al Kazakistan abbia aumentato la domanda di elettricità nel paese ex sovietico. Ma le proteste di piazza hanno molto più a che fare con l’eliminazione dei sussidi statali alle fonti fossili che un po’ tutti nel mondo chiedono a gran voce per consentire la transizione energetica verso le rinnovabili. E che nel breve termine, se gestita male, spesso in passato e un po’ a tutte le latitudini ha innescato proteste e rivolte.

In Kazakistan, le proteste sono iniziate nella città occidentale di Zhanaozen per un balzo nel prezzo del GPL, usato come alternativa più economica alla benzina. Ma come spesso succede, le dimostrazioni hanno presto attinto a sentimenti più profondi, come l’esasperazione contro la corruzione, le diseguaglianze, le scarse libertà politiche, eccetera.

Dire che i fatti del Kazakistan sono stati causati da bitcoin sembra miope rispetto alle grandi dinamiche in gioco.

Nei mesi successivi all’aumento in Kazakistan dei minatori provenienti dalla Cina, infatti, i loro consumi non avevano provocato problemi particolari, che non fossero eventualmente legati ad una rete elettrica notoriamente vetusta e inaffidabile – altra questione chiave da risolvere nella transizione verso le rinnovabili. E il governo kazako vedeva i minatori come un’interessante fonte di gettito, da regolamentare in una lista di operatori autorizzati.

E ora che, per i prossimi sei mesi, il governo kazako ha deciso di rimettere in vigore sussidi e prezzi calmierati, la presunta questione energetica legata a bitcoin sembra di nuovo passata in secondo piano.

La maggior parte dei minatori di bitcoin del paese, infatti, è ora di nuovo online, ha detto a Reuters Alan Dorjiyev, dell’Associazione nazionale Blockchain e Data Center del Kazakistan, che rappresenta l’80% degli operatori.

Nel prossimo articolo cercheremo di fare dei confronti per mettere in prospettiva il consumo energetico di bitcoin.