La geotermia a bassa entalpia in Italia… questa sconosciuta

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Le notevoli potenzialità dell’uso delle pompe di calore geotermiche per climatizzare gli edifici. Una tecnologia largamente usata in Europa e anche in Turchia, ma quasi sconosciuta in Italia. Secondo i geologi consentirebbe di dimezzare la spesa energetica del paese. Sul tema il 28 giugno a Roma un convegno dei geologi italiani.

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Nel mondo dell’energia si è un po’ abituati alle sparate sulle fantasmagoriche quota dei consumi totali che quella o questa fonte “miracolosa” potrebbe riuscire a coprire.

In genere si tratta di estrapolazioni arbitrarie di casi particolari o di eccessive speranze risposte su tecnologie futuristiche, o di esercizi di marketing a beneficio di chi su quelle fonti ci campa.

Così, quando nell’annuncio del convegno nazionale “Geotermia a Bassa Entalpia”, organizzato dal Consiglio Nazionale dei Geologi, che si terrà a Roma il 28 giugno (ore 9-18,30), presso il Centro Congressi Frentani, si afferma che le pompe di calore (pdc) geotermiche potrebbero coprire ben il 50% dei consumi energetici italiani, il giornalista, che di queste uscite ne ha sentite tante nel corso dei decenni, alza automaticamente il sopracciglio e storce la bocca in una smorfia di scetticismo.

Così, per verificare quale miracolosa ricetta energetica propongano ora i geologi, abbiamo intervistato il geologo Tommaso Mascetti, Consigliere e Coordinatore della Commissione Geotermia del Consiglio Nazionale dei Geologi, scoprendo che la loro ipotesi, in realtà non ha nulla di fantascientifico, ma è basata su quanto accaduto in realtà comparabili alla nostra. Se non si realizza anche da noi è perché l’Italia spesso non spreca un’occasione di sprecare occasioni.

Dottor Mascetti, di quale tecnologia parlerete nel convegno?

Delle pompe di calore geotermiche, cioè di impianti che estraggono calore dal sottosuolo, tramite pozzi profondi 80-150 metri, sul cui fondo le temperature restano costanti tutto l’anno intorno ai 15°C, ottimali per riscaldare le case d’inverno e raffrescarle d’estate.

Non è certo una cosa nuova, perché c’è bisogno ora di un convegno?

Perché si tratta di tecnologie estremamente vantaggiose sotto tutti i punti di vista, efficienza, costi, semplicità e durata dell’impianto, riduzione di inquinamento e emissioni di CO2. Eppure in Italia sono largamente trascurate: sono stati censiti da noi solo 30mila impianti di riscaldamento di questo tipo, circa il 3% del totale, mentre in paesi come la Svezia ne sono state installate 350mila, e il 96% dei nuovi impianti è a pompa di calore o usa direttamente acqua geotermica con teleriscaldamento.

I soliti scandinavi primi della classe…

Ma neanche per sogno, anche in Turchia la situazione è simile, perché in quel paese il gas è poco diffuso e spesso è disponibile solo il costoso Gpl, così il 70% dei nuovi impianti turchi di climatizzazione usano pdc, spesso accoppiate al FV. Percentuali simili ci sono anche in altri paesi europei. L’Italia, con i suoi cinque mesi in cui richiede riscaldamento e i quattro o cinque in cui ha bisogno di raffrescamento, sarebbe il luogo climaticamente ideale per le pdc geotermiche, consentendo un perfetto equilibrio fra il calore sottratto e quello restituito al terreno, minimizzando i costi di impianto.

Forse lo scarso uso dipende dal fatto che le pompe di calore geotermiche non sono competitive in Italia?

No, non è questo il problema: un impianto di quel tipo costa sui 12mila euro per 100 mq di abitazione, ma se si tratta di una ristrutturazione circa il 65% lo restituisce subito il GSE, con il conto termico. Se invece si tratta di un impianto per una casa nuova, si gode comunque dello sconto fiscale del 50% in 10 anni. E una pdc geotermica fornisce riscaldamento, condizionamento e acqua calda sanitaria, più che dimezzando la spesa per l’energia rispetto ai sistemi tradizionali, ed eliminando ogni emissione. Le pdc non geotermiche, aria-acqua e simili, costano certo meno, ma durano anche meno, offrono risparmi energetici minori e la loro efficienza dipende molto dalla temperatura dell’aria a cui si va a sottrarre o aggiungere calore, mentre il rendimento delle geotermiche è costante tutto l’anno.

E allora perché da noi non sfondano?

Questo è il tema di cui dibatteremo nel convegno, ma secondo noi geologi il punto centrale è che in Italia la normativa su queste tecnologie è confusa. Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna hanno norme ad hoc, e lì il mercato è partito; il Lazio le ha emesse nel 2016, ma mancano i regolamenti attuativi, mentre nel resto d’Italia è il far west, ogni Comune decide come gli pare, anche facendo scavare pozzi a non esperti.

Come bisognerebbe muoversi allora?

Fare un impianto geotermico richiede competenze geologiche precise, sia per evitare che l’impianto funzioni male, sia per evitare inquinamenti o altri danni alle falde: servono quindi regole nazionali uguali ovunque che specifichino chi ha la competenza di progettare, costruire e prendersi la responsabilità di questi impianti. L’assenza di queste norme, con il relativo rischio di contenziosi e rifiuto degli incentivi, dissuade molti privati dallo scegliere le pdc geotermiche e le ESCo dal proporle, così come per le amministrazioni pubbliche. Il risultato è che, ad esempio, scuole e comuni hanno ancora in gran parte impianti di climatizzazione obsoleti, spreconi e inquinanti: dei 400 milioni di euro di incentivi che il GSE ha destinato al rinnovamento di questi impianti nel settore pubblico, non è stato usato neanche un euro, contro i 200, su 600 milioni, destinati al settore privato.

Le norme sono importanti, ma ci saranno anche altre limitazioni…

Certo, e sono essenzialmente due. La prima è che le pdc geotermiche producono acqua per il riscaldamento a 40 °C, quindi bisogna eliminare i termosifoni e sostituirli con fancoil o pannelli radianti, con un costo aggiuntivo che comunque è anch’esso rimborsato al 65%, fino a 100mila euro di spesa. Secondo aspetto, serve lo spazio per fare il pozzo per la sonda, almeno 25 mq di terreno o pavimento a contatto con il suolo, per ogni sonda. Il patrimonio edilizio italiano è vecchio e spesso si vive in condomini, quindi questo limita l’appeal della tecnologia.

Ma nonostante ciò voi dite che le pdc geotermiche potrebbero far risparmiare il 50% delle spese energetiche in Italia. Non starete esagerando un po’?

No. L’80% della spesa per l’energia da noi è legata alla climatizzazione di case e luoghi di lavoro, sotto forma di elettricità e combustibili. Una diffusione capillare, ma ragionevole, delle pdc, sia geotermiche che aria-acqua, potrebbe tagliare drasticamente queste spese, fino al loro dimezzamento. E una grossa mano potrebbe darla anche la geotermia diretta, cioè il teleriscaldamento con acque calde sotterranee, nei tanti luoghi italiani, dove queste sono presenti.

Già, c’è anche quella possibilità: perché, a parte Larderello e Ferrara, è così poco usata?

In quel caso si tratta di scavare pozzi più grandi e profondi che richiedono milioni di euro per essere realizzati. Fatto il pozzo, servono poi altri ingenti capitali per la rete di distribuzione, e anche in questo campo norme e burocrazia ostacolano molto. Esemplare è il caso di Grado, in Veneto: con 2 milioni di euro europei hanno scavato un pozzo di 1500 metri da cui estrarre acqua calda per servire centinaia di abitazioni in un raggio teorico fino a 100 km. Il pozzo è stato fatto, ma al momento serve solo il Comune e una palestra, usando una frazione minima del potenziale: non si è trovato nessuno che avesse i capitali, la capacità e le autorizzazioni per fare la rete di distribuzione.

Considerate le potenzialità italiane nella geotermia, sarebbe un vero peccato sprecare così questa risorsa…

Già, ed io che mi occupo da 20 anni di questo settore, di peccati simili in Italia ne ho visti anche troppi. Speriamo che questo convegno romano svegli politici e amministratori.

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