I cambiamenti climatici potrebbero condizionare in modo consistente il rendimento futuro dei parchi eolici, perché farebbero aumentare la produzione energetica degli impianti in alcune regioni, al contrario di quanto accadrebbe in altre aree del mondo.

A questa conclusione è giunto un recente studio dell’università di Colorado Boulder, pubblicato su Nature Geoscience (vedi qui l’estratto). I ricercatori, per la prima volta, hanno cercato di stimare l’impatto del surriscaldamento globale sulle prestazioni delle pale eoliche in differenti zone del nostro Pianeta.

Che cosa succederebbe, si sono chiesti gli scienziati, se le emissioni di CO2 nell’atmosfera saranno sempre più elevate, con un incremento delle temperature medie terrestri di alcuni gradi? Ci sarebbero delle conseguenze per l’efficienza delle fonti rinnovabili, dell’eolico in particolare?

I ricercatori dell’università americana hanno ripreso i modelli climatici elaborati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), combinandoli con la “power curve” (curva di potenza) utilizzata dall’industria eolica per stimare il potenziale della risorsa-vento.

In sintesi, il gruppo di ricerca ha creato diversi scenari basati su molteplici dati: temperature, umidità, concentrazione della CO2, densità dell’aria, circolazione dei venti e così via.

Come spiega Kris Karnauskas, l’autore principale dello studio, il potenziale eolico potrebbe diminuire nell’emisfero settentrionale, aumentando invece nell’emisfero meridionale e nella fascia tropicale, come riassume la mappa sotto (le zone rosse identificano un incremento del potenziale, quelle blu una riduzione).

Quindi, in sostanza, negli Stati Uniti, in Giappone e nell’Asia centrale, ad esempio, tra il 2050 e il 2100 molto probabilmente il vento soffierà con minore intensità rispetto a oggi.

All’opposto, ci sarebbero paesi, tra cui l’Australia, il Brasile e il Sudafrica, dove le turbine eoliche potrebbero generare molta più energia in confronto ai decenni passati.

Questi cambiamenti, chiarisce Karnauskas in una nota diffusa dall’università USA, saranno causati da un mix di fattori, ad esempio il surriscaldamento del Polo Nord ridurrà la differenza tra le temperature dell’Artico e quelle delle zone più temperate, contribuendo così a rallentare la velocità dei venti alle medie latitudini settentrionali.

Nell’emisfero meridionale, invece, poiché la terraferma si scalderà molto più rapidamente degli oceani circostanti, i venti diventeranno più forti e costanti grazie alla maggiore diversità di temperature.

L’Europa, secondo Karnauskas, rimane un grande punto interrogativo. “Non abbiamo idea di cosa accadrà”, afferma il ricercatore. Il motivo di tanta incertezza dipende dai conflitti tra diversi modelli climatici: alcuni prevedono un incremento della potenza eolica, altri invece propendono per una riduzione.

Lo studio, in definitiva, è solo un primo passo, una prima mappa su cui intervenire con strumenti più precisi per approfondire le tendenze future.

D’altronde, evidenziano gli autori del documento, è fondamentale individuare le zone più promettenti in cui installare i parchi eolici, nell’ambito dei mutamenti climatici cui assisteremo nei decenni a venire.