La Cop23 (Conference of the Parties) inaugurata ieri a Bonn si annuncia combattuta e complicata, proprio come tutte le conferenze ONU sul clima che hanno preceduto l’appuntamento tedesco, la cui presidenza però è stata affidata alle Fiji, uno dei piccoli stati insulari maggiormente minacciati dagli eventi naturali “estremi” come i cicloni e dal probabile futuro innalzamento del livello dei mari.

Si riparte allora dagli accordi di Parigi, che gli Stati Uniti a trazione repubblicana hanno deciso di abbandonare per seguire la politica pro-fonti fossili di Donald Trump.

Due anni fa, nella capitale francese, quasi 200 nazioni hanno sottoscritto l’impegno a contenere l’aumento medio delle temperature terrestri a 1,5-2 gradi centigradi, rispetto all’età preindustriale. Il problema era ed è come tradurre l’obiettivo “virtuale” in misure efficaci, condivise, vincolanti.

Vediamo quali sono i punti principali dei negoziati che si chiuderanno il prossimo 17 novembre in Germania, precisando che il dialogo tra le parti proseguirà nella Cop24 in Polonia nel 2018, la conferenza che dovrebbe fissare una scaletta più precisa sui tempi e modi per ridurre le emissioni di gas-serra nel mondo.

  • I piani nazionali con i contributi volontari per abbattere le emissioni di CO2 (NDC, Nationally Determined Contributions), predisposti dopo Parigi 2015, sono del tutto insufficienti, perché la loro piena attuazione farebbe incrementare il surriscaldamento del Pianeta di circa 3 gradi, il doppio della soglia “critica” stabilita dalla scienza del clima. Quali politiche servono per rafforzare l’impegno dei singoli paesi?
  • Bisogna iniziare a definire i meccanismi operativi della lotta globale ai cambiamenti climatici. Quanta CO2 possiamo rilasciare nell’atmosfera, prima di arrivare a un punto di non ritorno e così evitare le conseguenze peggiori per gli ecosistemi? A quanto ammonta esattamente il carbon budget di ogni nazione?
  • Le economie avanzate hanno “promesso” a quelle emergenti di supportare la transizione energetica dai combustibili fossili alle tecnologie rinnovabili, con 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020, di cui però finora si sono viste solo le briciole (vedi anche QualEnergia.it con gli ultimi dati di Bloomberg). Il tema quindi è: quanto e come i paesi ricchi devono aiutare quelli più poveri?
  • D’altronde, molti paesi in via di sviluppo pensano di avere il diritto di crescere e inquinare al pari dell’Occidente industrializzato, quindi accettano malvolentieri l’imposizione di limiti al loro progresso e al loro benessere. La Cina, carbone-dipendente, primo inquinatore mondiale e anche primo investitore mondiale in fonti pulite, riassume bene tali contraddizioni.
  • I negoziati di Bonn dovranno stabilire eventuali meccanismi “loss and damage” (letteralmente: perdita e danno) per compensare le devastazioni ambientali provocate dal global warming.
  • Un altro nodo, difficilissimo da sciogliere, è se le nazioni occidentali dovranno “risarcire” in qualche modo i paesi emergenti, per aver sfruttato risorse fossili e aver inquinato nei decenni passati.
  • Infine, a prescindere dalle trattative dei governi, sarà fondamentale il ruolo degli altri attori coinvolti nell’economia verde internazionale: metropoli, istituzioni locali, banche, multinazionali. Quale sarà la lobby più influente, quella “verde” o quella dei negazionisti climatici?