Divest-Invest: la campagna per disinvestire dalle fossili supererebbe i 5mila mld di $

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In 5 anni la campagna ha coinvolto 785 organizzazioni. Sulla sua scia e sulla percezione del rischio legato agli investimenti nelle fossili, anche istituzioni finanziarie come Bnp Paribas decidono di disinvestire e puntare sulla transizione energetica. Ma le cifre in ballo non sono chiare.

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Un nuovo soggetto ha deciso di disinvestire dalle fonti fossili: è Bnp Paribas, che ha annunciato di voler escludere dall’accesso al credito bancario quelle aziende che concentrano il proprio business sui combustibili fossili.

In pratica, l’istituto bancario francese non entrerà più in affari con società che svolgono attività di esplorazione, produzione, distribuzione, commercializzazione o negoziazione di petrolio e gas di scisto, o di petrolio provenienti da sabbie bituminose.

Cesserà anche il finanziamento di progetti che sono prevalentemente coinvolti nel trasporto o nell’esportazione di questi combustibili. Inoltre, non finanzierà progetti di esplorazione o di produzione di petrolio e di gas nella regione artica.

“Una banca che finanzia l’economia del 21° secolo deve agire come acceleratore della transizione energetica”, ha dichiarato Jean-Laurent Bonnafé direttore e CEO di Bpn Paribas in un post su Linkedin.

Queste nuove misure integrano una politica aziendale di Corporate Social Responsability più estesa.

Infatti, Bnp si è già impegnata, da una parte, a ridurre il suo sostegno alle miniere di carbone e alla produzione di elettricità da carbone; dall’altra ad aumentare il finanziamento totale per le energie rinnovabili a 15 miliardi di euro entro il 2020.

Cento milioni di euro saranno invece dedicati a investimenti in start-up che lavorano su soluzioni innovative per la transizione energetica. Inoltre, Bnp sta incorporando la valutazione del “carbon risk” all’interno delle sue scelte di investimento, sia misurando e riducendo l’impronta ambientale del suo portfolio, in termini di gas serra, che sviluppando strumenti per finanziare investimenti in energie rinnovabili.

“Le banche hanno sempre agevolato, e anche fornito un impulso, alle varie rivoluzioni che sostengono la vita moderna: dalla meccanizzazione industriale ai trasporti, dall’energia al comfort delle famiglie”, spiega Bonnafè.

La politica di Bpn Paribas è in linea con la nuova strategia della campagna internazionale lanciata da 350.org, che, dal nome “Divestment” è stata rinominata “Divest-Invest”.

Se all’inizio della campagna si intendeva fiaccare l’industria dell’energia fossile togliendole giorno dopo giorno i finanziamenti, adesso si spinge anche a investire le risorse finanziarie così liberate, per convogliarle verso le energie rinnovabili e la transizione energetica.

Nella campagna Divest-Invest ci sono molte tipologie di adesioni.

Alcune sono istituzioni religiose: il 3 ottobre scorso, in occasione della festa di San Francesco, 40 istituti religiosi, tra cui la Caritas e GreenAccord, hanno deciso di disinvestire. Fanno seguito alla maggiore attenzione alle questioni climatiche spronata dall’enciclica Laudato Sì di Papa Francesco e, anche se in alcuni casi l’impatto in termini finanziari è limitato, hanno un valore simbolico molto importante.

Consistenti anche le adesioni di fondi di investimento e di assicurazioni che, oltre agli aspetti etici, considerano anche il rischio crescente connesso all’industria fossile e, in particolare, ad alcuni combustibili come il petrolio non convenzionale e il carbone. Il Fondo Pensioni Norvegese, del valore di 850 miliardi di dollari, ha dichiarato di aver disinvestito da 114 aziende proprio in seguito all’adesione alla campagna.

Sicuramente il movimento sul tema è esteso, ma andare a quantificare le cifre in ballo resta piuttosto complesso.

I promotori della campagna “Divest-Invest” affermano che finora hanno aderito 785 organizzazioni, tra cui anche governi e fondi pensioni, e circa 59.500 persone.

Il totale disinvestimento dichiarato ammonterebbe a 5.500 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra considerevole, ma che comprende in realtà l’intero asset finanziario dei soggetti coinvolti.

Un recente report di Arabella Advisor, commissionato dai promotori della campagna, è andato a indagare sui numeri.

Il report spiega che questo totale comprende ogni impegno pubblico di vendere azioni delle principali società di combustibili fossili e anche altri casi.

In origine, infatti, la campagna Divestment invitava a non finanziare le prime 200 aziende del mondo impegnate nell’industria della fossili (tra cui l’ENI, vedi l’articolo Global Divestment Day, perché il rischio da fossili fa sempre più paura).

Nel tempo si è assistito a una proliferazione di approcci: molte istituzioni hanno abbondonato tutte le società del fossile, impegnandosi ben oltre il ritiro dalle prime 200.

Altre hanno optato per un approccio basato sul settore, con la cessione delle azioni di società che ricavavano una quota significativa delle loro entrate dal carbone.

Altre ancora hanno scelto di cedere solo alcune delle proprie azioni di combustibili fossili, basandosi su una serie di criteri, tra cui la volontà delle aziende di impegnarsi in significativi sforzi per ridurre le emissioni nel futuro.

Il totale di 5,5 mila miliardi di dollari include quindi tutti questi differenti approcci. Le cifre che invece sono state sottratte all’industria delle fossili in modo diretto dalla campagna Divest-Invest sono però impossibili da calcolare.

“Posso comprendere l’approccio di 350.org”, spiega Mauro Meggiolaro, responsabile shareholder engagement di Fondazione Finanza Etica (Banca Etica). “All’inizio la campagna aveva bisogno di farsi conoscere e di far capire al mondo della finanza che si stava parlando di cifre e di investitori rilevanti. Ora però servirebbe uno sforzo in più, per uscire dal marketing e iniziare a parlare di dati in modo rigoroso. È indubbio, però, che già adesso il movimento Divest-Invest sta avendo un impatto insperato sulle grandi società di investimento e sulle istituzioni pubbliche che finalmente iniziano a chiedersi dove è realmente impiegato il loro denaro. E sempre più spesso agiscono di conseguenza”.

Come dimostra anche il caso Bpn Paribas, i combustibili fossili iniziano a collocarsi non solo dal lato sbagliato della storia, ma anche fuori dalle scelte finanziarie e di investimento.

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