Gas serra, emissioni stabili nel 2016. Siamo vicini al picco della CO2?

Con più rinnovabili e meno carbone, stanno diminuendo leggermente le emissioni di CO2, ma se guardiamo al metano e ad altri gas nocivi, la situazione è un po’ diversa. Economisti e climatologi cercano di capire se siamo sulla strada giusta per combattere il global warming.

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Stiamo assistendo a una momentanea frenata, o il picco delle emissioni inquinanti è stato quasi raggiunto?

Economisti e climatologi di tutto il mondo si stanno ponendo la domanda, nell’esaminare il rapporto pubblicato dalla Netherlands Environmental Assessment Agency sull’andamento delle emissioni globali dei gas a effetto serra (Trends in global CO2 and total greenhouse gas emissions, sintesi allegata in basso).

La buona notizia è che, per il terzo anno consecutivo, ci troviamo in una fase di stallo per quanto riguarda la CO2: l’economia mondiale cresce ma la quantità di anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera rimane sostanzialmente piatta, anziché continuare a salire a ritmi elevati, con circa 35 miliardi di tonnellate emesse nel 2016, +0,3% rispetto al 2015.

È il cosiddetto decoupling, disaccoppiamento, dovuto in massima parte alla diffusione delle fonti rinnovabili, soprattutto eolico e fotovoltaico, oltre che al minore utilizzo di carbone in molti paesi, sostituito dal gas naturale nel mix di generazione elettrica.

La notizia meno buona è che sta aumentando il rilascio degli altri gas a effetto serra, +1% in totale lo scorso anno; parliamo di metano, ossidi di azoto e gas fluorurati.

Il metano è la fonte inquinante diversa dalla CO2 che impatta maggiormente sul clima, perché vale il 19% circa di tutte le emissioni, a causa soprattutto degli allevamenti intensivi di bestiame, delle coltivazioni di riso e delle fughe di gas nei pozzi dove si estraggono gli idrocarburi.

Il grafico sotto mostra l’evoluzione delle emissioni GHG complessive dal 1990 al 2016. Lo scorso anno, sono appena aumentate (+0,5%) in confronto ai dodici mesi precedenti, arrivando a 49,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente.

Questi numeri escludono le emissioni che dipendono dall’uso di suoli e foreste (LULUCF, Land Use, Land-Use Change and Forestry): sono conteggiate a parte perché sono molto variabili e difficili da stimare con esattezza, anche se il contributo di terreni e alberi nel bilancio globale del “dare” e “assorbire” anidride carbonica può essere molto rilevante (articolo di QualEnergia.it sulla proposta legislativa UE).

Il prossimo grafico chiarisce le tendenze nei principali paesi per le emissioni di CO2, che sono in linea con quanto registrato nel 2015, quindi una sorta di appiattimento o rallentamento della crescita.

Ad esempio: Stati Uniti -2%, Cina -0,3%, Unione europea +0,2% ma con il ribasso record della Gran Bretagna (-6,4%), India in controtendenza (+4,7%).

Tornando alla domanda iniziale, il punto è che per onorare gli accordi di Parigi e limitare il surriscaldamento terrestre a 2 gradi, cercando così di circoscrivere gli effetti più dirompenti dei cambiamenti climatici, bisogna raggiungere il picco delle emissioni il prima possibile, per poi declinare rapidamente.

È l’opinione di Nicholas Stern, l’economista di fama mondiale che di recente, con Joseph Stiglitz, ha suggerito d’introdurre un carbon tax fino a 100 $ a tonnellata per velocizzare la transizione energetica dai combustibili fossili alle tecnologie pulite (vedi QualEnergia.it).

Rallentare la crescita delle emissioni inquinanti non è più sufficiente, quindi, senza contare che alcuni fattori potrebbero peggiorare nuovamente il quadro, ad esempio un rialzo dei prezzi del gas potrebbe favorire un maggiore consumo di carbone.

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