La Germania dopo il voto: più forte o più debole su energia e ambiente?

Angela Merkel, vittoriosa alle urne ma indebolita rispetto al precedente mandato, dovrà formare una coalizione che presumibilmente vedrà alleati i verdi e i liberaldemocratici, con Schulz all’opposizione. Dal carbone ai tagli della CO2, i punti più critici da affrontare.

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Quale sarà il futuro della transizione energetica tedesca (Energiewende)?

La risposta arriverà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, quando la Germania avrà formato un nuovo governo di coalizione e si chiariranno i rapporti di forza tra i diversi partiti.

Alla luce dei risultati delle elezioni federali, l’ipotesi più accreditata è che il cancelliere uscente, Angela Merkel, riconfermata a capo dell’esecutivo con il quarto mandato di fila dal 2005, guiderà i negoziati con verdi e liberaldemocratici (FDP) per costituire una “coalizione Jamaica”, così chiamata perché i colori dei tre partiti che la compongono sono gli stessi della bandiera del paese caraibico (verde, giallo, nero).

Di certo non vedremo all’opera una “grande coalizione” CDU-SPD tra l’unione dei cristiano-democratici di Angela Merkel e i socialdemocratici di Martin Schulz.

Schulz, che ha ottenuto poco più del 20% dei voti, ha già dichiarato che starà all’opposizione. Il primo partito resta il CDU, ma assai ridimensionato rispetto alla tornata elettorale precedente: ha conquistato 246 seggi nel Bundestag, perdendone quindi 65, grazie al 33% dei voti popolari.

Per non venire a patti con la destra euroscettica e ultra-conservatrice dell’AfD, balzata al terzo posto con quasi il 13% delle preferenze, Merkel dovrà stringere un accordo di governo con FDP e verdi, rispettivamente la quarta e sesta forza in campo con il 10,7% e 8,9% dei voti complessivi.

La coalizione Jamaica non è una novità assoluta, perché da giugno 2017 sta operando nello stato di Schleswig-Holstein con un programma che sembra piuttosto compatto in tema di energia e ambiente, anche se le contraddizioni interne non mancano e rischiano di acuirsi nell’eventualità di un patto federale (Chi governerà in Germania quali politiche energetiche e climatiche adotterà?).

Tra le sfide principali dell’Energiewende c’è la progressiva eliminazione delle centrali a carbone, iniziando da quelle più vecchie e inquinanti. Questo è senza dubbio un cavallo di battaglia dei verdi, ma nella visione pro-libero mercato dei liberaldemocratici, l’eccessiva ingerenza statale per “forzare” la chiusura degli impianti non è vista di buon occhio.

I verdi, precisano gli analisti citati da diverse agenzie di stampa, vorrebbero introdurre delle iniziative per portare la Germania a tagliare le emissioni di CO2 dell’80-95% nel 2050, in confronto ai livelli del 1990.

Sulla carta, i tre partiti concordano sull’impegno a rispettare gli accordi di Parigi e sulla necessità di combattere i cambiamenti climatici con una strategia pro-tecnologie pulite.

Tuttavia, nell’ipotesi di un governo con CDU-FDP, i verdi si troverebbero in una posizione molto rischiosa: riusciranno a promuovere le loro idee e proposte per accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, della mobilità elettrica e dell’efficienza energetica nell’edilizia, o saranno chiusi in un angolo da chi, nei due partiti maggioritari, contrasta le politiche ambientali più ambiziose?

Una coalizione di questo tipo diventerebbe un test per la Germania e la sua transizione dalle fonti fossili alle risorse green.

Un punto critico, secondo i dati diffusi recentemente da Agora Energiewende, è la riduzione delle emissioni di CO2, che sta procedendo a un tasso ampiamente inferiore alle previsioni, con la possibilità più concreta che mai di mancare l’obiettivo fissato per il 2020 di un buon 10% (-30% di emissioni rispetto al 1990, anziché -40%).

La Germania, per il momento, continua a dipendere in buona parte dalla fonte fossile “sporca” per il 40% circa della produzione elettrica nazionale (Germania, quanto è difficile abbandonare il carbone).

Lo scorso giugno, alcune indiscrezioni parlavano di una futura alleanza franco-tedesca per fissare un prezzo europeo della CO2, almeno 30 €/tonnellata, in modo da penalizzare le centrali termoelettriche a vantaggio delle risorse rinnovabili (vedi QualEnergia.it).

Una carbon tax, è opinione di vari economisti, sarebbe indispensabile per velocizzare il passaggio dai combustibili convenzionali alle fonti a basso impatto ambientale, non solo per la generazione elettrica, ma anche nei trasporti e nel settore termico, riscaldamento degli edifici in primis.

Vedremo, una volta che avrà formato la sua variopinta coalizione, se Angela Merkel dimostrerà il coraggio necessario ad affrontare questi temi in modo risoluto, magari dialogando con la Francia di Macron, o se la sua azione sarà limitata da compromessi e contrasti troppo difficili da ricomporre.

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