Continua a salire il numero delle aziende che vogliono impegnarsi a utilizzare più fonti energetiche pulite e ridurre le emissioni inquinanti.

Due colossi della finanza globale come Citi e JPMorgan Chase hanno appena aderito alla campagna RE100, promossa dall’organizzazione internazionale no-profit The Climate Group in collaborazione con Carbon Disclosure Project (CDP).

L’annuncio è stato fatto al Climate Week NYC, l’evento in corso nella Grande Mela che riunisce il mondo degli affari, della politica e della società civile per discutere su obiettivi e misure con cui favorire la transizione dai combustibili fossili alle tecnologie pulite.

Altre società hanno sottoscritto, proprio in questi giorni, l’iniziativa che intende raggiungere il 100% di energia rinnovabile entro il 2020, ad esempio Califia Farms, Kellogg, Clif Bar & Company, DBS Bank, Jupiter Asset Management.

Il gruppo RE100, che comprende 110 multinazionali tra le più influenti del mondo, evidenzia una nota del summit newyorkese, rappresenta una domanda complessiva di energia green pari a 150 TWh/anno, che sarebbe più che sufficiente a coprire i consumi dell’intero Stato di New York.

Al contrario di Donald Trump, che dal primo giorno da presidente USA ha iniziato a smontare la politica pro-rinnovabili di Barack Obama, fino a ritirare gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima, molti imprenditori stanno seguendo la via della green economy, per una serie di ragioni.

Diverse aziende si stanno accorgendo che rischieranno di perdere quote di mercato e relativi profitti, se non cambieranno almeno in parte le loro strategie di business, eliminando beni e servizi “sporchi”, legati alle fonti fossili, dirottando più investimenti sui settori a basso impatto ambientale, come la mobilità elettrica, i sistemi di accumulo energetico, le rinnovabili e così via (articolo di QualEnergia.it sugli impatti finanziari del surriscaldamento globale).

Queste imprese, quindi, stanno prendendo molto sul serio il cosiddetto climate-risk, il rischio climatico associato alle loro attività, schierandosi al capo opposto delle multinazionali, che sono ancora molte, che si ostinano a minimizzare o perfino negare le responsabilità umane dei cambiamenti climatici, tra cui spiccano le utility di petrolio e carbone e alcune case automobilistiche (Clima, chi sono i “buoni” e i “cattivi” tra le aziende più influenti del Pianeta?).

Difatti, al Climate Week dieci multinazionali – tra queste: Ikea, Unilever e Vattenfall – hanno lanciato l’iniziativa EV100 per accelerare la diffusione dei veicoli elettrici entro il 2030, attraverso vari progetti coordinati, soprattutto la sostituzione delle vetture a benzina/diesel delle flotte aziendali con mezzi a batteria e l’installazione di punti di ricarica.

L’obiettivo, precisa una nota, è sfruttare il potere d’acquisto delle compagnie coinvolte per “costruire” la domanda e contribuire così a ridurre i costi dei trasporti a zero emissioni.

In queste campagne stanno decollando i corporate PPA delle rinnovabili (Power Purchase Agreement), contratti siglati dai produttori di energia pulita con una o più aziende, sempre più popolari negli Stati Uniti, di cui si sta ragionando con interesse crescente anche in Italia.

In sintesi, un corporate PPA è un contratto a lungo termine, di solito 15 anni, stipulato tra un operatore di parchi eolici e solari utility-scale e un’impresa o consorzio d’imprese, che in sostanza permette al venditore di energia di trasferire sull’acquirente una parte del rischio finanziario, connesso alla variabilità dei prezzi elettrici all’ingrosso (QualEnergia.it, Rinnovabili e contratti PPA delle aziende, come e perché possono convenire).

Negli USA i giganti dell’informatica e del web, come Apple e Google, sono stati i primi a sottoscrivere accordi di questo tipo, che poi si sono estesi ad altri settori industriali e commerciali per oltre 7 GW di potenza rinnovabile “impegnata” dal 2012 in poi, secondo i dati del Rocky Mountain Institute.

Tra i punti di forza dei PPA ci sono i prezzi sempre più bassi dell’energia ricavata da sole e vento, perché molti di questi grandi impianti possono competere con le fonti convenzionali (carbone e gas) quanto a costi totali di generazione elettrica (vedi anche QualEnergia.it).

In Italia le intese green corporate di lungo termine restano ferme al palo, anche perché nel nostro paese c’è la possibilità di recesso annuale senza penali per qualsiasi tipo di contratto energetico con i privati.

Molti operatori però sono convinti che i PPA potrebbero sbloccare la realizzazione di nuovi parchi fotovoltaici in market-parity, in grado quindi di vendere energia a prezzi di mercato senza incentivi (QualEnergia.it, Le prospettive in Italia del fotovoltaico in market parity).