Green Climate Fund: per Trump i finanziamenti dovrebbero andare al carbone

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Una fonte interna alla Casa Bianca ha rivelato che il presidenta Usa Donald Trump intenderebbe spingere verso l’utilizzo del fondo per il clima, destinato ad azioni di taglio delle emissioni e adattamento ai cambiamenti climatici, per finanziare nuovi centrali a carbone nei Pvs.

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Gli Stati Uniti cercheranno di utilizzare il Green Climate Fund (GCF), destinato ad aiutare le nazioni colpite dal cambiamento climatico, per promuovere la costruzione di centrali elettriche a carbone in tutto il mondo.

Questo è quanto emerge da una notizia rivelata da Bloomberg, che cita come fonte “un funzionario della Casa Bianca”.

Effettivamente le dichiarazioni sono verosimili, soprattutto considerata la dichiarazione finale del G20, che riporta:

Prendiamo nota della decisione degli Stati Uniti d’America di ritirarsi dall’Accordo di Parigi. Gli Stati Uniti d’America hanno annunciato che cesseranno immediatamente di implementare il “National Determined Contribution” [nell’Accordo di Parigi ogni Stato ha presentato un impegno in tema di mitigazione e/o adattamento ai cambiamenti climatici, ndr) e affermano il suo forte impegno verso un approccio che abbassa le emissioni, sostenendo la crescita economica e migliorando la sicurezza energetica. Gli Stati Uniti affermano che si impegneranno a lavorare in stretta collaborazione con altri paesi per aiutarli ad accedere e utilizzare i combustibili fossili in modo più pulito ed efficiente e contribuire allo sviluppo delle fonti rinnovabili e altre energie pulite, data l’importanza dell’accesso all’energia e della sicurezza energetica nei loro NDC”.

Gli Stati Uniti hanno già donato 1 miliardo di dollari al Green Climate Fund, per cui, sempre secondo la fonte interna, sarebbero adesso intenzionati a usare il loro posto nel consiglio direttivo del GCF per portare avanti gli interessi statunitensi a livello globale – e quindi anche la strategia sull’energia.

Il 2 giugno scorso, nel suo ormai famoso discorso di annuncio del ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, il presidente Donald Trump aveva anche comunicato che gli USA non intendevano tener fede all’impegno rispetto al contributo americano al GCF.

L’ex presidente Barack Obama si era a suo tempo impegnato a partecipare al Green Climate Fund con 3 miliardi di dollari, ma era riuscito a elargirne solo 1 prima della fine del suo mandato alla Casa Bianca (in due tranche da 500 milioni, di cui la seconda proprio pochi giorni prima del passaggio di consegne a Trump). Mancano quindi 2 miliardi di $

“Nessuno sa dove vanno quei soldi”, aveva falsamente accusato Trump nel suo discorso. In realtà, i dati e i 43 progetti approvati sono disponibili pubblicamente sul sito, tutti riguardanti le energie rinnovabili e l’adattamento: il fondo si pone come obiettivo di elargire circa la metà dei finanziamenti verso azioni di mitigazione del cambiamento climatico, ovvero verso il taglio delle emissioni, e l’altra metà verso misure per aumentare la resilienza e l’adattamento. Sono stati finanziati, ad esempio, progetti sulla gestione delle acque, sull’agricoltura, su impianti alimentati con energie rinnovabili.

Allo stesso tempo, Trump aveva dichiarato di essere aperto a nuovi negoziati, che potessero “meglio proteggere gli interessi americani”.

In più occasioni, i leader del mondo hanno dichiarato che non ci sono nuovi spazi di negoziazioni.

L’Accordo di Parigi è stato considerato da più parti come un capolavoro della diplomazia internazionale, proprio perché ogni Stato ha potuto presentare un proprio impegno, un “National Determined Contribution”, che rispecchia l’impegno dello Stato.

È chiaro che, in un contesto che racchiude Paesi del mondo molto diversi tra loro come percorsi di sviluppo e anche di responsabilità rispetto alle emissioni di gas serra, anche l’impegno debba essere diverso: è il principio della “responsabilità comune ma differenziata”.

Proprio in base a questo principio, è previsto che gli Stati industrializzati aiutino i Paesi più poveri, aumentando gli aiuti fino ad arrivare a mobilitare annualmente 100 miliardi di dollari entro il 2020. Uno degli strumenti per far fluire questi finanziamenti verso le regioni del mondo maggiormente affette dai cambiamenti climatici è il Green Climate Fund: è quindi uno strumento cruciale, il “collante” tra Paesi industrializzati ed emergenti per tagliare le emissioni e, al tempo stesso, aiutare gli Stati più vulnerabili ad adattarsi a quella parte dei cambiamenti climatici che già sono in atto.

Il miliardo di dollari già elargito da Obama al GCF è abbastanza per far sì che gli Stati Uniti avessero a pieno titolo un posto nel Consiglio di Amministrazione del Green Climate Fund, che è adesso chiamato a decidere su quali progetti possono essere finanziati dal Fondo.

Il Consiglio di Amministrazione del GCF è composto di 24 membri, ciascuno con diritto di veto, in quanto In precedenza, i membri del consiglio avevano già rifiutato di imporre un divieto esplicito sui progetti di finanziamento che utilizzano combustibili fossili; ma finora nessuno aveva ipotizzato che proprio quei fondi raccolti per contrastare il riscaldamento globale potessero andare proprio a finanziare centrali a carbone, seppur un po’ “più efficienti”.

Secondo il funzionario della Casa Bianca, che avrebbe deciso di parlare solo dietro assicurazione dell’anonimato, gli Stati Uniti vorrebbero incoraggiare i paesi in via di sviluppo a costruire impianti ad alto rendimento che producono meno emissioni di gas a effetto serra rispetto alle strutture precedenti e che impiegano la tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) e per lo sviluppo di mercati per il gas.

Attività che si pongono in netto contrasto con la mission originaria del fondo, che dovrebbe invece promuovere un’accelerazione della transizione energetica verso emissioni zero e azioni di compensazioni a siccità, aumento del livello delle acque e altri fenomeni climatici legati all’aumento delle temperature.

Queste rilevazioni mettono in dubbio anche la posizione degli Stati Uniti in seno a un’altra organizzazione finanziaria: la Banca Mondiale. In realtà, il rinnovo del presidente della Banca Mondiale previsto per il 2017, che, per prassi consolidata, viene designato dagli Stati Uniti (in quanto rappresentano il maggior contribuente della Banca Mondiale) è stato “smarcato” dall’avvento di Trump: le elezioni sono state anticipate a settembre 2016 (proprio per evitare il “pericolo Trump”?) e avevano portato ad affidare un secondo mandato a Jim Yong Kim, il presidente designato da Obama.

Quindi, a Trump non toccherà di designare il capo della World Bank. Ciononostante sono gli Stati Uniti ad avere maggior peso nella direzione dell’organismo internazionale.

Intanto, Trump ha dichiarato nel suo discorso sull’energia (Remarks by President Trump at the Unleashing American Energy Event) che la sua amministrazione “cercherà non solo di raggiungere l’indipendenza energetica negli Stati Uniti, che è quello che abbiamo fatto così a lungo, ma di arrivare a un dominio energetico americano. Diventeremo degli esportatori. Saremo dominanti. Esporteremo l’energia Americana in tutto il mondo, in tutto il globo”.

Alla luce di tutto questo, le parole pronunciate da Trump dopo l’incontro con il presidente francese Macron a Parigi di giovedì scorso, più che come un’apertura suonano come una minaccia. “Qualcosa potrebbe accadere rispetto all’Accordo di Parigi. – aveva detto  Trump- Vedremo cosa succede”.

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