Fotovoltaico e controlli GSE, se una carta “sbagliata” manda in bancarotta un Comune

Per un errore formale fatto in buona fede, una piccola municipalità piemontese rischia il commissariamento: deve restituire 1,2 milioni di € al GSE. Un caso simbolo di come, nell'ambito dei controlli sugli incentivi, sanzioni non proporzionate siano controproducenti per l'interesse pubblico.

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Nessuna truffa, ma un mero errore formale fatto in buona fede.

Basta questo per spingere sull’orlo del commissariamento un piccolo Comune che aveva creduto nel fotovoltaico per migliorare il suo bilancio.

Parliamo di Avolasca, municipalità di montagna in provincia di Alessandria, che deve restituire al GSE oltre un milione di euro di incentivi. Ma gli enti locali nella stessa condizione potrebbero essere molti: il Gestore Servizi Energetici ci conferma che al momento è stata chiesta la restituzione degli incentivi anche ad altri 4 Comuni.

Un chiaro esempio di come la legge sui controlli agli impianti a rinnovabili incentivati – e la sua applicazione a dir poco rigorosa da parte del GSE – possa fare più male che bene, portando a fallire per una carta sbagliata anche enti pubblici, oltre ai numerosissimi privati che già ne hanno fatto le spese.

“Avevamo scelto di investire in rinnovabili proprio per tenere in equilibrio il bilancio del Comune, a seguito dei tagli ai fondi per i piccoli Comuni e dell’eliminazione dell’Imu sulla prima casa (allora ICI, ndr). Ora, con oltre un milione di euro di incentivi da restituire, possiamo portare le chiavi al Prefetto, dato che per un Comune di 280 abitanti come il nostro è impossibile restituire la somma e continuare a garantire i servizi essenziali”.

Il commento amaro rilasciato a QualEnergia.it è di Roberto Semino, assessore che aveva seguito l’iniziativa di Avolasca quando era stata realizzata, nel 2010, e ora consigliere comunale.

L’impianto in questione, 650 kW di potenza, realizzato senza nessun costo per il Comune grazie a una partnership pubblico-privato nell’ambito del programma “Comuni d’Italia”, portava nelle casse del municipio circa 30-35mila euro l’anno, “che ci hanno permesso di tenere aperto il Comune compensando i tagli”, spiega Semino.

Poi, dopo un primo controllo GSE superato senza problemi nel 2016, una seconda ispezione ha portato, nel 2017, alla sospensione degli incentivi e alla richiesta di restituire circa 1,2 milioni di euro.

Questo non perché il Comune o la ditta che ha realizzato l’impianto abbiano infranto le regole per ottenere maggiori guadagni, ma per un errore sulla titolarità dell’Autorizzazione Unica, che non era stato volturata al Comune.

Irregolarità che, come da legge, porta appunto alla sospensione totale degli incentivi, con relativa restituzione di quanto percepito.

La vicenda

La storia dell’impianto di Avolasca è un buon esempio di come, anche con il massimo della buona volontà, risulti spesso impossibile tutelarsi al 100% da quello che nel settore viene definito “rischio GSE”: cioè la possibilità che un controllo dell’ente revochi gli incentivi per qualche irregolarità di cui non ci si era accorti.

Rischio che inquieta gli operatori anche perché, secondo il cosiddetto DM Controlli del 31 gennaio 2014, il Gestore può fare sullo stesso impianto tutte le ispezioni che vuole e per tutto il periodo di incentivazione.

Il parco FV di Avolasca, infatti, era stato realizzato da FlyRen srl, tramite la propria controllata CP Contractpower srl, vincitrice della gara d’appalto comunale, in stretta collaborazione con i tecnici del GSE su ogni aspetto.

Una collaborazione, ci spiega l’azienda, che si era resa necessaria vista anche la relativa novità di questo tipo di configurazioni, in cui il Soggetto Responsabile è l’ente pubblico ma l’investimento è a carico dell’azienda, che resta proprietaria dell’impianto fino al riscatto da parte del Comune.

Sulla questione contestata nel 2017 dal GSE, cioè la mancata corrispondenza tra proprietà dell’impianto e, dunque, titolarità dell’Autorizzazione Unica e qualifica di Soggetto Responsabile, infatti, l’azienda aveva già ricevuto indicazioni e rassicurazioni dal Gestore nel 2010, emerge dalla documentazione girata da FlyRen a QualEnergia.it.

Anche un controllo documentale e con sopralluogo effettuato nel luglio 2016 dalla Società Esseri S.p.A. su incarico del GSE, come già detto, si è era concluso con esito è positivo “non avendo il GSE, allo stato, riscontrato violazioni o irregolarità”.

Ma poco dopo, a novembre 2016, ecco un secondo procedimento di verifica, con il GSE che invita la società a trasmettere la voltura dell’Autorizzazione Unica a favore del Comune.

La voltura non era stata fatta, e ad aprile, nonostante l’errore fosse stato corretto dopo la segnalazione di novembre, ecco la sanzione: decadenza dal diritto alle tariffe incentivanti e integrale recupero degli incentivi fino ad oggi percepiti dal ricorrente.

Ora, ci spiega l’ex-assessore Semino, il Comune spera nel ricorso al Tar, dato che l’alternativa è un commissariamento, mentre dalla ditta contestano l’interpretazione delle regole del GSE.

“Il mero errore formale – ci scrive FlyRen – consiste nel fatto che, sussistendo una convenzione che lega società e Comune, l’Autorizzazione Unica venne rilasciata alla società –  e approvata a più riprese dal GSE –  che con il Comune aveva siglato, parafrasando, un matrimonio ventennale ‘in comunione dei beni’ e oggi il GSE contesta che l’autorizzazione doveva essere intestata, o immediatamente volturata, in capo al ‘coniuge’ Comune di Avolasca.”

Una svolta restrittiva nei controlli?

“Il provvedimento di decadenza adottato dal GSE non si presenta come l’esito di una legittima attività di controllo, ma come un mero revirement interpretativo, secondo cui la medesima condotta viene valutata in modo diametralmente opposto a distanza di cinque anni, senza che siano intervenuti elementi nuovi di fatto o di diritto”, denuncia a QualEnergia.it Carlo Garuzzo, amministratore unico di FlyRen.

E rincara la dose andando oltre al caso in questione: “il GSE sui controlli ha evidentemente cambiato politica, su indicazioni del suo azionista (cioè i ministeri delle Finanze e quello dello Sviluppo Economico, ndr), preoccupato per i costi in bolletta.”

“Sembra che le ditte che eseguono i controlli per conto del Gestore – accusa Garuzzo – ricevano mandato preciso dal GSE di essere estremamente rigide su ogni tipo di irregolarità”.

Una tesi, quella di Garuzzo sulla svolta restrittiva del GSE, che è sostenuta da vari operatori e trova conferma nei dati sui controlli pubblicati dallo stesso ente: nel 2016 si sono rilevate irregolarità per il 35% dei controlli effettuati, una quota più che tripla rispetto al 10% del 2015.

La riposta del GSE

Dal Gestore non rispondono a QualEnergia.it su come si spieghi l’andamento dei dati citati, ma escludono categoricamente che sia frutto di un approccio diventato più severo rispetto al passato.

“È importante ricordare – ci spiegano – come gli incentivi siano risorse pubbliche e come tali devono essere allocate in modo rigoroso e puntuale. Questi sono gli unici due criteri, oltre ovviamente al rispetto delle norme, che guidano l’attività di verifica. Il GSE non ha alcun mandato del Ministero, né ha un approccio teso a ricercare capziosamente irregolarità meramente formali.”

In quanto alle aziende cui l’ente appalta i controlli, selezionate tramite bandi europei, “operano rigorosamente nel rispetto delle regole ed è completamente falso che ci siano indicazioni da parte del GSE sul livello di rigidità da attuare.”

Sul caso di Avolasca in particolare, invece, il GSE sottolinea che “risulta mancare il titolo autorizzativo dell’impianto, quindi non si tratta di una mera irregolarità formale, ma dal punto di vista normativo si tratta di una grave irregolarità”, anche se ammette che nei 5 Comuni ai quali inora sono stati sospesi gli incentivi, Avolasca compreso, al momento “non ci sono casi specifici di truffe”.

Sanzioni non proporzionate

Insomma, come emerge anche dal rigetto da parte del Tar di diversi ricorsi degli operatori, il GSE, rigidità o meno, opera nel rispetto delle regole.

Regole che però possono avere effetti chiaramente controproducenti per l’interesse pubblico: nel caso di Avolasca è particolarmente evidente, visto che si rischia di mandare in bancarotta un Comune.

Ma anche il fallimento di un’azienda causato da una sanzione comminata per un irregolarità formale potrebbe avere costi per lo Stato ben superiori alla somma recuperata che va ad alleggerire la componente A3 della bolletta: pensiamo ad esempio anche solo alle mancate entrate fiscali o a un’eventuale cassa integrazione.

Il problema è che il decreto 28/2011 come attuato dal DM Controlli del 31 gennaio 2014, sulla base del quale si agisce, oltre a dare una certa discrezionalità al GSE nello stabilire le irregolarità da sanzionare, punisce sempre con la sanzione massima tutte le infrazioni.

Tanto la mera svista nel compilare un documento, quanto la truffa architettata per rubare i soldi degli incentivi sono sanzionate con la sospensione della tariffa e l’obbligo di restituire quanto ricevuto.

Proprio la non proporzionalità di alcune sanzioni erogate dal GSE, d’altra parte, è stata di recente dichiarata incostituzionale dalla Consulta, con la sentenza 51 del 2017, già applicata dal Tar in un ricorso.

“In quella sentenza – spiega a QualEnergia.it l’avvocato Andrea Sticchi Damiani, dell’omonimo studio legale – la Corte Costituzionale si riferisce in particolare all’interdizione decennale dagli incentivi, di cui all’articolo 43 del decreto 28/2011, ma lo stesso principio dovrebbe valere anche per la sospensione, di cui all’articolo 42, e stiamo già preparando alcuni ricorsi basandoci proprio su questo”.

Regole da cambiare

Intanto, sembra che il problema sia arrivato anche sul tavolo del Governo, che nella cosiddetta “Manovrina” in fase di approvazione ha inserito un emendamento che interviene sulla questione.

Analogamente a quanto previsto per gli impianti FV sotto ai 3 kW da un emendamento al ddl Concorrenza, cui ancora manca l’approvazione della Camera, il nuovo emendamento governativo alla Manovrina in corso di approvazione prevede infatti per gli impianti sopra ai 3 kW “con moduli non certificati o con certificazioni non rispondenti alla normativa” un taglio dell’incentivo anziché la revoca totale.

Il Governo dunque sembra aver percepito che c’è un problema, anche se l’intervento, che si limita al solo caso (peraltro molto frequente) delle certificazioni irregolari dei moduli e che prevede comunque un taglio del 20% della tariffa, è decisamente inadeguato per evitare che si verifichino ancora situazioni come quella di Avolasca.

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