Cambiamento climatico, moltiplicatore di rischi e conflitti per energia, cibo e acqua

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Uno studio della Nato Parliamentary Assembly chiarisce i legami tra surriscaldamento globale e instabilità economica, politica e sociale di molte aree del mondo. Valutare e gestire il "carbon risk" per evitare conflitti e garantire un accesso più equo alle risorse idriche, energetiche e alimentari.

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I rischi dei cambiamenti climatici non interessano solo gli ambientalisti e le agenzie che studiano il mix energetico globale: l’aumento delle temperature, con le sue conseguenze economiche, ecologiche e sociali, è un tema molto seguito anche dalla Nato Parliamentary Assembly, l’assemblea parlamentare che fa da raccordo tra l’alleanza atlantica e i singoli parlamenti dei paesi membri.

Chiarissimo il messaggio contenuto nel rapporto pubblicato dal comitato scientifico-tecnologico dell’organizzazione internazionale (Food and water security in the Middle East and North Africa, allegato in basso): il cambiamento climatico è un potentissimo “threat multiplier”, moltiplicatore delle minacce che affliggono il nostro Pianeta su vasta scala.

Il documento si focalizza sulla sicurezza idrica e alimentare nell’area MENA, cioè Medio Oriente e Africa settentrionale, esaminando gli elementi che hanno contribuito a destabilizzare queste regioni con il loro corollario di guerre, povertà, lotte tribali, migrazioni di massa verso l’Europa.

A prescindere dalle considerazioni più strettamente militari e geopolitiche – e qui vale la pena ricordare che pure il Dipartimento USA per la Difesa da qualche tempo sta incorporando il global warming tra i possibili fattori di rischio – questo studio merita la nostra attenzione per vari motivi.

Innanzitutto, perché riconosce in modo chiaro che il surriscaldamento terrestre è la “forza” che può esacerbare l’instabilità politica in tante parti del mondo, accelerando lo sviluppo di conflitti per controllare le risorse disponibili.

Il rapporto, infatti, cita diverse macro-tendenze che esercitano una pressione enorme sull’evoluzione della società globale nel ventunesimo secolo, tra cui: degradazione degli ecosistemi, siccità, crescita della popolazione, cambiamenti climatici.

Questi ultimi, si legge nell’analisi, sono particolarmente pervasivi, perché in grado di amplificare una serie di conseguenze negative; ad esempio eventi naturali catastrofici, volatilità dei prezzi agricoli, innalzamento dei mari, erosione dei suoli e così via.

Lo studio, quindi, è interessante perché ci riporta al tema dell’accesso universale alle risorse, non solo acqua e cibo ma anche energia, come abbiamo approfondito in molte occasioni, parlando soprattutto delle opportunità per elettrificare le zone rurali dei paesi emergenti, in modo da garantire un livello minimo di servizi e migliorare la qualità della vita delle persone (articolo di QualEnergia.it sul mercato del solare FV off-grid e delle micro-reti rinnovabili).

L’accesso universale, in altre parole, sarebbe la soluzione per sconfiggere o almeno ridurre problemi che coinvolgono milioni di persone nel mondo, soprattutto la denutrizione, la sete e la sotto-elettrificazione di villaggi e periferie urbane degradate.

Come evidenzia il rapporto, cambiamenti climatici e sicurezza idrica-alimentare sono strettamente connessi, ma l’azione dell’uomo è altrettanto decisiva: non parliamo adesso delle emissioni antropogeniche di CO2, che come sappiamo sono ritenute responsabili del global warming dalla comunità scientifica internazionale, nonostante rimanga qualche corrente negazionista.

Parliamo piuttosto dell’incapacità di valutare e gestire i rischi (mismanagement) che si presentano o potrebbero presentarsi nel breve-medio termine. I rischi ambientali dovrebbero occupare i primi posti delle agende politiche, industriali e finanziarie, ma spesso avviene il contrario.

Ignorare gli impatti dei cambiamenti climatici può portare verso il baratro, con diverse conseguenze negative per usare un eufemismo.

Può scoppiare una guerra civile in un paese (in Siria, osserva la Nato Parliamentary Assembly, la siccità ha contribuito a generare conflitti e migrazioni), un fondo d’investimento può perdere profitti perché ha sovrastimato settori fossili non più remunerativi, un’azienda può fallire perché non ha saputo incorporare il carbon-risk nel piano industriale (Da “sporca” a verde, come la finanza impara a gestire i rischi climatici).

Tra le raccomandazioni finali del rapporto, troviamo anche un cenno agli accordi di Parigi 2015: i paesi che hanno firmato il patto, si legge, devono rispettare gli impegni presi, inclusi i finanziamenti pro-clima e pro-rinnovabili destinati alle nazioni più povere.

Il rapporto completo (pdf)

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