Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha firmato ieri il decreto presidenziale di ripartizione dei fondi di investimento che sarà trasmesso alle Camere per un parere.

Si tratta di un piano di investimenti pubblici per 47 miliardi di euro da realizzarsi comunque in 15 anni, di cui una parte andrà in investimenti per le regioni nell’anno corrente e nel prossimo anno.

Il Fondo era stato istituito dalla Legge di Bilancio 2017 (comma 140) per assicurare lo sviluppo infrastrutturale con una dotazione di 1,9 miliardi di euro per l’anno 2017, 3,15 miliardi per il 2018, 3,5 per l’anno 2019 e 3 miliardi di euro per ciascuno degli anni dal 2020 al 2032.

Positivo che oltre 20 miliardi saranno destinati a opere infrastrutturali, soprattutto (speriamo) in ferrovie e trasporto pubblico locale, ma poi anche strade, porti, ecc. Circa 8 miliardi andranno alla messa in sicurezza degli edifici pubblici, in particolare scuole e musei. Ci sono poi acqua, ambiente e sanità, risanamento delle periferie

In questa prima fase di ripartizione dei fondi la Presidenza del Consiglio ha considerato tre elementi:

  • l’immediato avvio degli interventi e la relativa erogazione delle risorse al sistema economico;
  • le ricadute sul mercato interno (con una preferenza per gli interventi che coinvolgono imprese nazionali o acquisti sul mercato interno);
  • la pluriennalità dell’intervento e la capacità di programmazione degli interventi su un orizzonte di più lungo periodo.

La proposta di ripartizione del Fondo è stata definita anche tenendo conto delle richieste formulate dai Ministeri, dei successivi approfondimenti condotti con ciascuna Amministrazione, in coerenza con i vincoli finanziari del Fondo e con la prevedibile effettiva spendibilità degli interventi proposti.

Gli interventi muovono su sei linee, le prime tre riconducibili alla competitività, le altre tre alla qualità della vita e alla sicurezza.

  1. Infrastrutture di comunicazione per il rafforzamento della competitività (20,4 mld) a) Infrastrutture ferroviarie. b) Infrastrutture stradali rete ANAS. c) Trasporto pubblico locale e ferrovie non interconnesse. d) Infrastrutture portuali e Mose. e) Fondo progettazione opere e interventi.
  2. Investimenti per il sostegno della competitività e delle esportazioni (1,7 mld) a) Informatizzazione giustizia. b) Potenziamento del credito all’esportazione.
  3. Investimenti nella ricerca (2 mld): a) Ricerca spaziale (Min. Difesa e Min. Istruzione), di cui una quota affidata ad Asi. b) Ricerca scientifica, tecnologica e sanitaria.
  4. Infrastrutture per il miglioramento della qualità della vita (1,7 mld + 0,8 mld per riqualificazione periferie con separato DPCM) a) Rete idrica. b) Risanamento ambiente e difesa suolo. c) Strutture sportive. d) Barriere architettoniche. e) Edilizia sanitaria. f) Musei. g) Edilizia residenziale pubblica.
  5. Infrastrutture per la sicurezza dei cittadini (7,7 mld) a) Casa Italia. b) Prevenzione rischio sismico. c) Messa in sicurezza edifici pubblici. d) Messa in sicurezza scuole. e) Polizia e vigili del fuoco e sicurezza pubblica. f) Messa in sicurezza musei.
  6. Investimenti per la sicurezza nazionale e l’alta tecnologia (12,8 mld) a) Programmi ad alta tecnologia MiSE – Difesa. b) Investimenti Difesa.

Bisognerà ovviamente entrare meglio nel dettaglio degli investimenti proposti, ma salta all’occhio lo scarno budget di alcune voci che dovrebbero essere secondo noi ben più ingenti. Anche a livello qualitativo sembra che queste non siano affatto orientate a un vero cambiamento proprio di un sistema infrastrutturale che dovrebbe essere sempre più low carbon.

Si tratta infatti di investimenti pubblici spalmati su un arco temporale molto ampio e per questo motivo dovrebbero essere decisivi per il futuro del paese.

Bene la messa in sicurezza e la manutenzione di alcune strutture e parti del territorio, un piccolo tentativo di superare quei maledetti vincoli dettati dal patto di stabilità, tuttavia va rimarcato che in settori chiave come la ricerca nei settori innovativi delle tecnologie low carbon (microgrid, accumuli, ecc.), nei trasporti su ferro (e anche su nave), nelle infrastrutture per la mobilità elettrica e sulla riqualificazione dell’edilizia pubblica c’è ancora molto poco.

Insomma la parola d’ordine degli investimenti dei prossimi anni dovrebbe essere stata decarbonizzazione, ma qui non se ne vede il peso specifico di una visione di questo tipo, se non marginalmente in alcune voci.

Gli investimenti mondiali in tecnologie energetiche low carbon ad esempio sono cresciuti in modo esponenziale nel corso degli ultimi anni: dai 62 miliardi di $ del 2004 fino ai quasi 330 milioni del 2015. E questo dovrebbe essere il trend anche per il nostro paese che, peraltro, ha bisogno di recuperare un divario importante con altre economie industrializzate ed emergenti proprio su questo terreno.

Sicuramente un settore che sembra trascurato è quello dell’edilizia pubblica, inclusa quella residenziale. Qui si potrebbero adottare molte soluzioni tecnologiche (ottimizzazione dei processi produttivi) e finanziarie innovative in grado di consentire interventi e finanziamenti a costi minori rispetto al passato e molto più diffusi.

Se la priorità deve essere anche la riqualificazione degli edifici pubblici, solo per fare un esempio, il meccanismo dell’internal contracting permetterebbe ad un Comune di realizzare molti investimenti per il risparmio energetico, ma senza essere legato a un singolo appaltatore esterno con contratti di prestazione energetica (external contracting di una ESCo). Servirebbe a questo scopo un fondo di rotazione, per continuare a ripagare le spese effettuate grazie ai risparmi generati dalle misure di efficienza, consentendo così di sbloccare nuovi investimenti appena le risorse del fondo lo consentono nuovamente.

Questo e altri schemi di financing richiedono non solo fondi, ma anche una regia nazionale che favorisca la replicabilità degli interventi (così da renderli meno costosi) e l’erogazione di denaro da parte degli istituti finanziari dedicati in esclusiva a questi progetti. Dunque standard tecnici elevati dei progetti per poter essere finanziati con fondi pubblici, magari tramite la Cassa Depositi e Prestiti.

Altro esempio, la mobilità elettrica. In Italia esiste un piano (PNIRE) per lo sviluppo dei punti di ricarica per le auto elettriche elaborato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che risale al luglio 2013. Riguardava prevalentemente ricariche di tipo normale (30 minuti-1h) e non veloce. Il piano parlava di un investimento di appena 50 milioni di euro per realizzare 130mila punti di ricarica fino al 2020. Poco si è fatto, tanto che oggi l’infrastruttura di ricarica in Italia, con un indice di 0,66 veicoli elettrici/punti di ricarica, dimostra quanto il nostro paese sia indietro.

Su questi comparti, come in altri sopra citati, che dovrebbero segnare una svolta ambientale, economica ed occupazionale per il nostro paese, ogni approccio attendista che accumuli ritardi di anni o svicoli da questo percorso, non potrà che essere deleterio per un’economia già troppo segnata dalla crisi e dalla deindustralizzazione.