Dall’ostracismo alla rassegnazione, fino alla scelta (obbligata) di mettersi in gioco: si può riassumere in queste tre fasi l’atteggiamento di molte grandi utility nei confronti della transizione energetica verso le rinnovabili, ormai avviata e inarrestabile.

L’ultima notizia in questo senso arriva dal nuovo piano di investimenti del gigante svedese Vattenfall.

Dopo aver dismesso, nell’autunno 2016, i suoi asset tedeschi in lignite, la compagnia energetica ora annuncia una puntata sostanziosa su eolico in mare, ma anche su una fonte più costosa e staccata dal modello centralizzato come il fotovoltaico, anche abbinato a batterie e a infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici.

Intanto un altro report, presentato oggi e riguardante l’Italia, mostra come le utility si stiamo preparando a svolgere un ruolo importante in un altro settore fondamentale per la transizione, quello dell’efficienza energetica.

I nuovi investienti di Vattenfall

Nel piano 2017–2018 della compagnia energetica svedese (allegato in basso) per quel che riguarda i nuovi investimenti non c’è posto per le fossili (vedi grafici sotto, torta a destra).

Come si vede, dei 28 miliardi di corone (circa 2,8 miliardi di euro) di nuovi investimenti previsti per quest’anno e il prossimo, ben 17 (1,7 mdl di euro) saranno destinati all’eolico, sia a terra che in mare, mentre 2 miliardi di corono (circa 200 milioni di euro) andranno a fotovoltaico e storage. Una grossa fetta poi andrà alle reti (circa 6 mdl di corone), anche di teleriscaldamento (1 mdl di corone).

Nel 2016, la compagnia ha installato 297 MW di nuova potenza da rinnovabili: 216 MW nel parco eolico offshore tedesco di Sandbank, 38 MW per ciascuno dei due parchi eolici a terra di Högabjär e Höge Väg, in patria, e circa 5 MW di fotovoltaico a finaco del parco eolico che l’azienda ha a Cynog  in Galles.

Per il periodo 2016 – 2020 l’obiettivo è aggiungere almeno 2.300 MW di nuova potenza da fonti pulite.

Il disimpegno dalla fossili

Per le fossili, Vattenfall, spenderà solo per una strategia di mantenimento (vedi grafico sopra a sinistra), con investimenti peraltro quasi dimezzati: dagli 11 miliardi di corone (1,1 miliardi di euro) previsti, si è passati a 6.

Un grosso passo avanti nel disimpegno dalle fossili è stato compiuto dalla compagnia nell’ottobre 2016, con la vendita dei suoi asset in lignite in Germania: una mossa che ha portato Vattenfall a dimezzare la quota di fossili n el suo mix prouttivo, passata dal 50 al 25% (vedi grafico).

Vattenfall possiede ancora centrali a carbone e nucleari in Danimarca, Germania, Finlandia, Olanda, Polonia e Regno Unito. Qui sotto il confronto (per il 2015, dunque prima dell’abbandono della lignite tedesca) con il mix produttivo delle altre principali utility europee.

L’Orange Book sulle utility italiane e l’efficienza

Di utility e transizione energetica, come anticipato, parla anche un nuovo report italiano, presentato questa mattina al MiSE, la terza edizione dell’Orange Book, realizzato dalla Fondazione Utilitatis, Utilitalia ed EKN – EfficiencyKnow (summary in allegato in basso).

Le utility, vi si legge “sono attori chiave e imprescindibili nel progetto del nostro Paese per lo sviluppo dell’efficienza energetica, grazie al loro ruolo di prossimità al cliente e di interlocutori alle amministrazioni locali nel superamento degli ostacoli culturali ed economici.”

Il nuovo corso delle aziende di servizi, si spiega, va costruito attorno a una nuova idea di consumatore, che “in veste di cittadino attivo, possa avere la possibilità di una facile interazione” con l’utility e presuppone “che esista un’infrastruttura sensoristica, ICT e modellistica in grado di raccogliere in tempo reale il bisogno e predire le sue richieste” e che “esista la possibilità di riarticolare i servizi in modo dinamico per far fronte alla richiesta.”

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