La partita salva-clima europea si sta giocando su due fronti. Da un lato, la complessa riforma del mercato del carbonio (ETS, Emissions Trading Scheme) che nelle scorse settimane ha visto un altro passo avanti grazie all’intesa raggiunta dai ministri dell’Ambiente dei 28 Stati membri (vedi QualEnergia.it).

Dall’altro, le istituzioni comunitarie stanno discutendo la politica climatica che dovrà regolare le emissioni di CO2 per il periodo 2021-2030 nei settori esclusi dall’ETS: trasporti, edifici, agricoltura, gestione dei rifiuti, che complessivamente valgono il 60% circa dell’anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera in Europa.

Parliamo della proposta Effort Sharing Regulation (ESR) il cui obiettivo è ridurre le emissioni di CO2 del 30% per i settori non-ETS entro il 2030, rispetto ai livelli-base del 2005.

I punti principali delle nuove norme stanno passando al vaglio delle Commissioni competenti dell’Europarlamento, tra cui la parziale eliminazione di alcune flessibilità concesse dal meccanismo, in particolare la bancabilità dei crediti inutilizzati di CO2.

Il problema è che diverse scappatoie finora hanno permesso ai singoli paesi di “addolcire la pillola” dei tagli alle emissioni, previsti dall’Effort Sharing Decision per il periodo 2013-2020 e dal Protocollo di Kyoto.

L’argomento è stato appena rilanciato dal sito EurActiv, dopo aver ottenuto un documento riservato della Commissione UE.

L’analisi di Bruxelles è un campanello d’allarme per i negoziati in corso, perché le falle nel conteggio dei crediti di CO2, secondo il leaked-paper, potrebbero minare l’attendibilità dei traguardi climatici fissati dall’Unione Europea.

Una di queste falle riguarda l’utilizzo dei terreni e la gestione dei boschi, riassunta nell’acronimo inglese LULUCF (Land Use, Land Use Change and Forestry).

In sintesi, si tratta di determinare l’impatto delle attività agroforestali sulle emissioni di CO2. Bruxelles vorrebbe includere il fattore-LULUCF nelle regole post-2020, ma diversi Stati membri non sono d’accordo.

Va detto che ci sono elementi veramente difficili da calcolare, ad esempio l’assorbimento di CO2 assicurato dai “bacini naturali” rappresentati da boschi e foreste. Sono le stesse difficoltà che abbiamo incontrato parlando di biocombustibili di vecchia generazione, quelli ricavati dalle piantagioni alimentari, che richiedono ampi disboscamenti per liberare i terreni da destinare alle colture “energetiche” (ILUC, Indirect Land Use Change).

La scappatoia (definita loophole) segnalata dalla Commissione UE si riassume così: alcuni paesi negli anni passati hanno manipolato i dati nazionali sulla gestione forestale nell’ambito del Protocollo di Kyoto, riuscendo a ottenere migliaia di crediti di CO2 in più rispetto a quelli che sarebbero stati assegnati in condizioni “reali”.

Nel 2013-2014, osservava EurActiv citando il documento di Bruxelles, gli Stati membri hanno ricevuto almeno 120 milioni di tonnellate di crediti gratuiti che non avrebbero dovuto ricevere.

Se tale meccanismo dovesse passare nelle future regole che l’Europa sta negoziando, sostiene la Commissione UE, molte nazioni potrebbero sfruttare i crediti aggiuntivi per “sanare” le emissioni eccedenti in altri settori, come l’edilizia e i trasporti.

Secondo le stime, molti paesi potranno guadagnare svariate centinaia di milioni di euro, considerando il prezzo attuale del carbonio pari a 5 €/tonnellata di CO2, se continueranno a gonfiare i dati sulla gestione del patrimonio forestale, perché riceverebbero in regalo montagne di crediti a loro non spettanti.

E questo, con ogni probabilità, metterebbe a rischio l’obiettivo per il 2030, perché la riduzione netta complessiva della CO2 sarebbe inferiore ai dati ufficiali.