Che il ruolo delle città sia fondamentale, per dare uno sprint o una battuta d’arresto alla transizione energetica, è stato detto da diversi studi. Si veda ad esempio questo articolo di QualEnergia.it con un approfondimento della IEA (International Energy Agency).

I grandi centri urbani sono responsabili di una larghissima fetta delle emissioni globali di CO2 legate all’energia, a causa soprattutto dei consumi di combustibili fossili per i trasporti e il riscaldamento degli edifici. Tuttavia, non sempre la ricetta di progettare-costruire delle “città intelligenti” (smart city) si rivela vincente.

Un recente rapporto della Commissione europea, Analysing the potential for wide scale roll out of integrated Smart Cities and Communities solutions (allegato in basso), scritto da diverse organizzazioni tra cui PricewaterhouseCoopers e Danish Technological Institute, ha esaminato 300 esempi di soluzioni smart in città e comunità di tutto il mondo, soffermandosi sulle buone pratiche e identificando dieci casi in cui le strategie innovative non hanno funzionato.

Che cosa intendiamo di preciso per soluzioni smart? In sintesi, queste comprendono una o più tecnologie che possono integrare servizi energetici, reti digitali e mobilità sostenibile, con l’obiettivo di ridurre i consumi di fonti fossili, tagliare le emissioni inquinanti e migliorare la qualità della vita delle persone.

L’illuminazione stradale intelligente è un classico esempio, con luci led, telecamere di sorveglianza incorporate, sensori per la regolazione automatica dell’intensità luminosa e così via.

Nella sua mappa dei fallimenti, la Commissione europea ha spiegato quali sono gli elementi che accomunano le esperienze negative:

  • Esclusione della dimensione sociale-culturale. In altre parole, significa che per progettare una valida soluzione bisogna sempre partire dalle esigenze reali dei cittadini.
  • Incapacità di tradurre una visione quasi-utopica di lungo termine in un piano d’azione concreto.
  • Inefficace integrazione tra tecnologie esistenti-innovative, dovuta alla mancanza di pianificazione e alla scarsa comprensione delle abitudini delle persone.
  • Sottovalutare le interrelazioni tra gli utenti, cioè il loro modo di utilizzare e condividere una data tecnologia in ambito urbano.

Proprio questi aspetti, si legge nel documento europeo, hanno decretato l’insuccesso del progetto “Better Place” a Copenaghen. Facciamo un passo indietro: Better Place era l’azienda californiana-israeliana fondata nel 2007 da Shai Agassi – poi andata in bancarotta nel 2013 – per sviluppare un nuovo modello di business della mobilità elettrica privata.

L’idea, in sintesi, era creare una rete di stazioni di servizio per la sostituzione rapida delle batterie, eliminando così l’attesa del rifornimento plug-in alle colonnine. In pochi minuti, infatti, l’automobilista avrebbe avuto un dispositivo carico al 100% sul suo veicolo elettrico.

La Danimarca, soprattutto l’area metropolitana di Copenaghen, secondo i piani aziendali era il terreno ideale da cui partire con la sperimentazione, ma dopo aver investito diverse centinaia di milioni di dollari Better Place riuscì a mettere in strada solamente poche centinaia di Renault Fluence Z.E. nell’ambito del suo progetto danese.

L’iniziativa Better Place, evidenzia il rapporto di Bruxelles, è fallita anche perché la soluzione del battery swap non è stata capace d’integrarsi con le infrastrutture esistenti e, di conseguenza, non ha conquistato l’interesse e la fiducia degli automobilisti.

Ecco allora alcune delle raccomandazioni incluse nel rapporto della Commissione per aumentare le probabilità di successo delle soluzioni smart per le città:

  • Promuovere la collaborazione tra istituzioni pubbliche, investitori e cittadini, anche attraverso delle simulazioni dei progetti per approfondire le reazioni-esperienze d’uso (user experience).
  • Realizzare una piattaforma informatica cittadina aperta e flessibile (interoperabile).
  • Centralizzare il ruolo dell’Europa nella scelta e nel finanziamento dei progetti, con maggiore attenzione alla possibilità che questi possano generare o no dei profitti.
  • Potenziare il supporto alle iniziative sotto forma di assistenza tecnica-progettuale.
  • Favorire lo scambio delle informazioni sulle buone pratiche per replicare standard e modelli di successo in città diverse da quelle di partenza.
  • Coinvolgere i cittadini, ad esempio testando una soluzione su un piccolo gruppo di persone, per verificarne l’accettazione e il gradimento prima di estenderla su una scala più vasta.

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