Per ogni kWh di energia elettrica generata con il carbone l’emissione di CO2 è pari a 870 grammi contro i 370 grammi del gas naturale e le “zero emissioni” delle fonti rinnovabili.

Per questo l’utilizzo del carbone non è compatibile con gli obiettivi di contenimento del surriscaldamento globale. Serve allora una uscita a breve da questa fonte a partire dai paesi industrializzati.

È quanto viene affermato in un rapporto presentato nel corso della Cop22 a Marrakech da WWF Italia, dal titolo “Politiche e misure per accelerare la transazione energetica e l’uscita dall’uso del carbone nel settore elettrico”. A dicembre inoltre, sempre a cura di WWF Italia, è stato aggiornato il dossier “Carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso” (entrambi i documenti a fondo pagina).

In particolare il primo studio citato evidenzia come l’utilizzo del carbone in Italia e in Europa sia ancora principalmente determinato dall’andamento dei prezzi dei combustibili fossili e non dalle politiche ambientali europee: il meccanismo dell’Emission Trading non garantisce continuità nella riforma dei sistemi energetici.

A livello continentale oggi si discutono alcuni provvedimenti nazionali da affiancare alla normativa europea per garantire un progressivo abbandono del carbone. Il dibattito ruota intorno a tre possibili strumenti tra loro non alternativi, ma complementari:

  1. L’introduzione di strumenti fiscali per garantire il principio del “chi inquina paga” almeno fino a quando la direttiva ETS non tornerà a dare segnali di prezzo significativi sui mercati.
  2. La programmazione della chiusura delle centrali, il phase out, con le diverse parti sociali, in maniera tale da porre tempi certi per l’uscita dalla generazione a carbone, comunque inevitabile, e garantire un’equa transizione anche per i lavoratori impiegati nelle centrali.
  3. L’introduzione di nuove regole per la finanza.

Lo studio del WWF ha calcolato l’impatto di questi strumenti nel mercato italiano, riservando una particolare attenzione all’introduzione del meccanismo fiscale con un livello minimo di costo delle emissioni di CO2 per gli operatori termoelettrici ed un programma di uscita dalla generazione di energia a carbone entro il 2025.

Analizzando il primo strumento, secondo il rapporto dell’associazione ambientalista, l’introduzione di un meccanismo fiscale con un costo minimo delle emissioni di CO2 (carbon floor price – CFP) di 20 euro a tonnellata di CO2, fino a 30 euro nel 2022, permetterebbe di contenere le emissioni del settore termoelettrico al 2020 dell’8% rispetto ad uno scenario di business as usual e di assicurare maggiori entrate per lo Stato pari in media a 800 milioni di euro l’anno, bilanciando le mancate entrate previste dalla vendita dei diritti di emissioni nell’ambito del meccanismo europeo di Emission Trading.

L’adozione di un meccanismo di tipo carbon floor price, indipendentemente dall’andamento dei valori delle EUA sul mercato europeo, permetterebbe di internalizzare un costo minimo delle emissioni. Inoltre garantirebbe di recuperare risorse economiche nell’ordine dei 6,3 miliardi di euro nello scenario centrale da indirizzare a finanziare la ripresa economica nel settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e a sostenere interventi a salvaguardia dei lavoratori nei settori esposti a chiusura per incompatibilità con le politiche ambientali.

Il CFP ha dunque il vantaggio di accumulare le risorse nel breve periodo compensando la perdita di entrate dovuto al crollo del valore delle EUA nel mercato ETS. Nei primi anni il provvedimento avrebbe un impatto paragonabile a circa lo 0,25% delle entrate tributarie nazionali.

Programmare un phase-out dal carbone al 2025 permetterebbe inoltre di consolidare gli obiettivi ambientali nel lungo periodo garantendo un maggiore taglio delle emissioni del 9% al 2030 rispetto allo scenario di business as usual, pur non assicurando da solo i tagli alle emissioni richieste dagli accordi internazionali.

Ci sarebbe così il vantaggio di poter impostare un’equa transizione per i 2500 lavoratori oggi impegnati nelle centrali.

La legislazione nazionale dovrebbe comunque adottare , sul modello della proposta inglese e francese, un provvedimento legislativo per scongiurare l’apertura di nuove centrali. La legislazione italiana permette ancora di richiedere la concessione per la realizzazione di nuove centrali a carbone nonostante l’incompatibilità con gli impegni di mantenere i cambiamenti climatici. L’adozione di un EPS di 450 g CO2/kWh come suggerito in UK, rappresenta la soluzione più efficace e di facile adozione.

Ricordiamo che in Italia, malgrado la crescita nell’ultimo decennio, il carbone ha un peso marginale nella generazione elettrica (poco meno del 14%, dato 2015) e questo è un motivo in più – secondo WWF – per chiudere al più presto questo capitolo e porre con forza la questione della decarbonizzazione in Europa.

Peraltro va sottolineato ancora una volta che in Italia abbiamo una potenza elettrica installata di quasi 117 GW (dato Terna – 2015), ma la punta massima storica della domanda è stata di 60,5 GW (ore 15 del 22 luglio 2015).

Infine, l’ultima proposta inserita nel documento: servirebbe una legislazione al passo con gli impegni di Parigi nella previsione che negli anni prossimi il settore della finanza dovrà affiancare i settori produttivi negli impegni a ridurre le emissioni. L’accordo di Parigi chiede di “rendere i flussi finanziari consistenti con il percorso di riduzione dei gas serra e uno sviluppo resiliente ai cambiamenti climatici”.

Il primo passo è quindi l’adozione di una legislazione per la trasparenza nella comunicazione dei dati degli investitori pubblici e privati in merito agli investimenti nei settori maggiormente esposti alle responsabilità di cambiamenti climatici.

Report WWF Italia su carbone: