Il 2017 si annuncia come un anno particolarmente difficile per le piccole imprese italiane.

La loro già fragile ripresa verrà messa a dura prova da bollette dell’energia più pesanti, a causa della riforma degli oneri generali di sistema per i non domestici definita dall’Autorità che sarà approvata entro la fine dell’anno.

Anche se al momento c’è ancora qualche incertezza su quella che sarà la versione definitiva della delibera, il rischio che le piccole imprese italiane vedano lievitare ancora di più la voce “oneri generali di sistema” in bolletta si sta trasformando in concreta realtà.

Se pensiamo che già quest’anno nella bolletta elettrica di una piccola impresa il costo per gli oneri (37,9%) è pari a quello della materia energia (38%), capiamo bene quanto sia fondato questo allarme (vedi grafico).

L’attuale distribuzione degli oneri è già sfavorevole alle imprese in bassa tensione che generano un terzo (33,8%) della domanda elettrica e pagano quasi la metà (46,3%) del totale degli oneri non domestici. Ma questo squilibrio, che danneggia chi consuma meno e favorisce gli energivori, potrebbe addirittura peggiorare facendo pagare un conto ancora più salato alle piccole imprese.

Confartigianato (vedi analisi) è tornata a denunciare questo pericolo, sottolineando come già oggi una piccola impresa in bassa tensione paghi una tariffa al kWh per oneri generali di sistema che è il triplo di quella pagata da una grande impresa in alta tensione.

Per non parlare del divario di prezzo con i competitor europei, già oggi poco sostenibile per le nostre micro e piccole imprese (MPI): nel primo semestre 2016 il costo medio per la MPI tipo dell’Indice Confartigianato è stato di 18,50 centesimi di €/kWh, superiore del 22,3% (+3,37 c€/kWh) rispetto al prezzo europeo di 15,13 c€/kWh.

La MPI tipo italiana paga un costo dell’energia elettrica di 2.023 euro superiore a quello di un competitor europeo di analogo profilo. Lo svantaggio maggiore è con le aziende francesi, che pagano il 54,7% in meno per l’elettricità, mentre gli spagnoli hanno un vantaggio del 26,1% e i tedeschi del 6%. La preoccupazione di perdere competitività sui mercati internazionali e di veder compromessa la fragile ripresa in corso riguarda oltre 7 milioni di piccoli imprenditori.

Il rischio è così concreto che ad ottobre scorso il Presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti, ha inviato una lettera al Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, spiegando le ragioni dell’insostenibilità di un rincaro degli oneri a carico delle piccole imprese, auspicando “che non si voglia invertire la direzione intrapresa con una riforma che guardi ai settori produttivi e agli sgravi per gli energivori e non al riequilibrio della forte sperequazione tra categorie di partecipanti al gettito”.

Sembra infatti che il MiSE abbia fatto un passo indietro rispetto a quando il Governo aveva riconosciuto lo squilibrio degli oneri a carico delle piccole imprese, e la prospettiva è che basteranno tre anni per invertire il trend di riduzione del 10% del costo dell’energia elettrica, dichiarato due anni fa dal Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Non servirà a molto neanche la Tutela Simile che dal 1° gennaio 2017 dovrebbe incentivare le piccole imprese ancora in Tutela ad andare sul mercato libero grazie ad uno sconto praticato dagli operatori una tantum rispetto alle tariffe di Maggior Tutela: uno scenario più che realistico potrebbe vedere i benefici dello sconto più che compensati dall’aggravio degli oneri.

In questo modo si va a minare la fiducia nei confronti del mercato libero, proprio nel momento in cui piccole imprese e famiglie dovrebbero invece essere accompagnate verso questo mercato. C’è già chi si sta organizzando in gruppi d’acquisto per individuare i fornitori migliori e ottenere i prezzi più convenienti, come il consorzio C.En.P.I. (Confartigianato Energia Per le Imprese) che ad oggi offre i suoi servizi a più di 10.000 aziende e 5.000 famiglie, per oltre 400 milioni di kWh e 30 milioni di metri cubi di gas metano.

Ma il problema non può certo essere risolto così: stiamo parlando di una riforma cruciale per il sistema energetico italiano e per il Paese intero.

Se da una parte sono state scongiurate le ipotesi di riforma più radicali (QualEnergia.it) che avrebbero azzerato il mercato della cogenerazione, del fotovoltaico e dell’efficienza elettrica, settori strategici della transizione energetica in atto (l’Autorità si sta concentrando sulle ipotesi B3 e C, meno penalizzanti per autoproduzione e risparmio energetico), dall’altra non si può pensare di far pagare il conto alle piccole imprese che sono il cuore del tessuto produttivo italiano.

Dall’Autorità per l’Energia precisano che “nel momento in cui c’è un riallineamento delle tariffe, chiesto dalla legge, c’è qualcuno che ci guadagna e qualcun’altro che ci rimette”. “Ma – aggiungono – non è detto che sia la piccola impresa ad essere danneggiata perché il fattore discriminante non è la dimensione dell’industria, ma la potenza richiesta. L’industria che ha una potenza ben calibrata rispetto ai propri consumi di energia potrà avere addirittura degli sgravi e la riforma potrà rappresentare un’opportunità per rivedere la richiesta di potenza”.

Rispetto agli oneri di sistema, affermano dall’Autorità: “sappiamo benissimo che negli anni questa voce in bolletta è cresciuta talmente tanto che oggettivamente è diventata poco sostenibile”.

Per questo il Presidente dell’Aeegsi Guido Bortoni, nella relazione annuale presentata a giugno al Parlamento, ha invitato il legislatore a scaricare una parte degli oneri sul bilancio dello Stato, ricordando che è “competenza del Decisore politico affrontare la riforma complessiva della ridistribuzione degli oneri generali di sistema, componenti parafiscali delle forniture di famiglie e imprese, prendendo in considerazione il trasferimento, anche parziale, del fabbisogno annuale su voci di fiscalità generale, a garanzia della maggiore sostenibilità economica della bolletta elettrica”.