Emissioni globali di CO2 vicine alla crescita zero. Ma quando inizierà il calo?

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Per il terzo anno consecutivo, prevede il Global Carbon Project, l’anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera dai combustibili fossili sarà sullo stesso livello dei 12 mesi precedenti. Buona notizia, ma restano molte incognite sulle possibilità concrete di limitare il surriscaldamento terrestre.

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Per il terzo anno consecutivo, le emissioni globali di CO2 rimarranno sostanzialmente piatte, con una modestissima crescita del +0,2% in confronto ai dodici mesi precedenti.

Le nuove previsioni sono contenute nel rapporto Carbon Budget 2016 (presentazione completa allegata in basso) elaborato dagli scienziati del Global Carbon Project, l’organizzazione fondata nel 2001 per approfondire il ciclo del carbonio e le sue implicazioni sul surriscaldamento terrestre.

Secondo le stime preliminari, il 2016 si chiuderà confermando la tendenza già osservata nel 2014-2015, vale a dire con un disaccoppiamento (decoupling) tra crescita economica internazionale (+3% circa) e andamento delle emissioni di gas serra.

Buona parte di questo risultato è attribuibile alla riduzione dell’inquinamento atmosferico in Cina e Stati Uniti, grazie soprattutto al minore utilizzo di carbone. Questi due paesi, lo ricordiamo, sono i principali responsabili delle emissioni antropogeniche di CO2: insieme rappresentano il 45% circa del totale mondiale.

In Cina il rilascio di anidride carbonica è calato dello 0,7% nel 2015 e dovrebbe scendere ancora leggermente (-0,5%) entro la fine dell’anno. Le indicazioni del Global Carbon Project per gli Stati Uniti, invece, sono rispettivamente -2,6%/-1,7% nel 2015 e 2016.

Al contrario sta crescendo il peso “fossile” dell’India: +5,2% di emissioni di CO2 nel 2015 con una tendenza all’incremento.

Come evidenzia il grafico, l’anidride carbonica rilasciata complessivamente nell’atmosfera nel 2016 dall’utilizzo dei combustibili fossili, si attesterà a poco più di 36 miliardi di tonnellate, in linea con il livello registrato un anno fa. Si vede, inoltre, che tale livello è del 63% più elevato rispetto al 1990.

Il secondo grafico che proponiamo, invece, mostra il contributo relativo di carbone, petrolio, gas e industria del cemento nella torta globale delle emissioni. Al primo posto c’è il carbone con una quota del 41% e 15 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2015, davanti al petrolio (34% e 12,2 miliardi di tonnellate).

Interessante anche osservare il grafico che riassume l’andamento delle emissioni cumulative di CO2 dal 1870 a oggi.

Si nota, in particolare, la responsabilità “storica” di Europa e Stati Uniti nella crescita dell’inquinamento, mentre la Cina e, più in generale l’Asia, sta assumendo un ruolo sempre più centrale a fronte del rallentamento delle economie occidentali.

Tutti questi dati vanno letti in chiaroscuro perché si prestano a essere variamente interpretati. Da un lato, è una buona notizia che ci sia sviluppo economico senza una contemporanea crescita esponenziale della CO2.

Dall’altro, va detto che la concentrazione di anidride carbonica è stabilmente sopra 400 parti per milione, un livello mai riscontrato dall’epoca preindustriale.

La prima domanda che tutti i climatologi si pongono, allora, è se le emissioni di CO2 abbiano raggiunto il picco e siano destinate a diminuire. Gli scienziati del Global Carbon Project però invitano alla prudenza: è presto per trarre conclusioni, perché uno stop alla crescita è molto diverso da un vero declino.

Tra l’altro, gli stessi scienziati sono incerti sull’impatto che può avere avuto la crisi finanziaria mondiale degli anni duemila sulla tendenza al ribasso delle emissioni.

Il grafico sotto evidenzia che il rilascio di CO2 è sempre tornato a salire velocemente dopo le precedenti crisi internazionali. Sarà così anche stavolta?

La seconda domanda è se riusciremo a limitare il surriscaldamento terrestre entro due gradi centigradi, evitando così gli effetti più disastrosi del cambiamento climatico.

È bene precisare che le stime fin qui citate escludono le emissioni di altri gas a effetto serra, tra cui il metano, così come le emissioni addizionali dovute alla perdita di assorbimento naturale della CO2, ad esempio a causa della deforestazione.

Secondo le stime più recenti, abbiamo ancora a disposizione un carbon budget di 800 miliardi di tonnellate da emettere nell’atmosfera, prima di arrivare al punto di non ritorno, cioè un global warming superiore a due gradi centigradi.

Al ritmo attuale di circa 36 miliardi di tonnellate ogni dodici mesi, il nostro salvadanaio ambientale sarà esaurito in una ventina d’anni. Ciò significa, tra le altre cose, che molto probabilmente dovremo riuscire verso la metà del secolo ad assorbire più gas serra di quelli emessi.

Si parla, infatti, di emissioni negative che in futuro potrebbero essere conseguite anche attraverso tecnologie sperimentali come la BECCS, bioenergy with carbon capture and storage, anche se al momento è molto difficile capire se potranno assicurare vantaggi reali di sostenibilità ambientale.

Carbon Budget 2016 (presentazione pdf)

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