Petrolio in oversupply fino a metà 2017. Le ragioni dello squilibrio

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L’ultimo "Oil Market Report" dell'International Energy Agency ha dovuto correggere le stime sui consumi mondiali di oro nero. Il mercato internazionale resta incerto e molto sbilanciato sul lato delle forniture, nonostante la crisi dello shale oil americano. Vediamo le possibili tendenze per il 2017.

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I consumi petroliferi mondiali stanno crescendo a un ritmo inferiore del previsto, mentre le forniture di oro nero continuano ad attestarsi su livelli molto elevati.

Si spiega così lo squilibrio permanente tra domanda e offerta che ha fatto rivedere i propri calcoli all’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA, International Energy Agency). Il nuovo Oil Market Report (sintesi allegata in basso), infatti, ha tagliato di 100.000 barili giornalieri la stima sull’incremento dei consumi.

Nel 2016 la domanda petrolifera, con ogni probabilità, si fermerà a +1,3 milioni di barili quotidiani rispetto ai dodici mesi precedenti, mentre i calcoli effettuati qualche mese fa avevano indicato +1,4 milioni (vedi grafico sotto).

Nel 2017 la situazione dovrebbe perfino peggiorare, con un aumento atteso dei consumi pari a 1,2 milioni di barili giornalieri.

Quali sono i fattori che stanno determinando questo quadro? Innanzitutto, osserva la IEA, c’è stato un rallentamento della richiesta petrolifera in Europa e Asia, soprattutto in Cina e India che finora hanno rappresentato due autentici pilastri di crescita, resi però traballanti dalle incertezze sullo sviluppo economico dei prossimi anni.

Inoltre, evidenzia l’agenzia basata a Parigi, sta svanendo l’effetto traino sui consumi che era partito grazie ai bassi prezzi del petrolio, rimasti sempre intorno all’orbita dei 50 dollari per barile.

Ci troviamo allora nel pieno di un “waiting game”, un gioco dell’attesa, con la sovrapproduzione petrolifera destinata a durare almeno per tutta la prima metà del 2017. Le forniture globali hanno perso circa 300.000 barili giornalieri ad agosto, con un output totale pari a 96,9 milioni di barili.

Il crollo della produzione dei paesi non-OPEC, causata dalla crisi che sta investendo i costosi giacimenti di shale oil negli Stati Uniti, è stato quasi completamente bilanciato dalle trivellazioni record dei paesi OPEC, guidati da Arabia Saudita, Kuwait, Iraq e Iran.

La produzione del cartello petrolifero ha toccato 33,47 milioni di barili quotidiani lo scorso agosto, circa 930.000 in più in confronto all’anno precedente (vedi grafico sotto).

Il risultato è che le scorte complessive dei paesi OPEC avevano già sfondato il muro dei 3 miliardi di barili a luglio.

La logica di queste dinamiche, ricorda la IEA (vedi anche QualEnergia.it) è stata dettata dall’Arabia Saudita, che dalla fine del 2014 ha iniziato a incrementare l’output giornaliero di circa un milione di barili, poi seguita dalle altre nazioni del cartello mediorientale.

L’obiettivo dei sauditi è sempre stato chiaro: difendere le proprie quote di mercato, a costo di perdere profitti, dall’invasione di petrolio made in USA, estratto dai cosiddetti giacimenti “non convenzionali”, cioè gli scisti, grazie alla tecnologia del fracking.

Dopo il boom visto nei primi anni duemila, verso la fine del 2014 i produttori americani di shale oil hanno però tagliato gli investimenti, chiudendo molti pozzi e cessando le esplorazioni di nuove risorse.

La produzione dei paesi non-OPEC è quindi calata di circa 1,4 milioni di barili giornalieri, di cui almeno la metà imputabile agli Stati Uniti, sempre più in difficoltà a mantenere attivi i giacimenti negli scisti, i cui costi di estrazione sono certamente più alti rispetto ai pozzi tradizionali.

Così alla domanda “quando il mercato tornerà in equilibrio?” la stessa IEA non sa rispondere. In teoria, i prezzi bassi del greggio dovrebbero favorire la crescita dei consumi e una contrazione delle forniture globali. In realtà sta succedendo il contrario.

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