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Nel sindacato si parla di economia al 100% rinnovabili

Nel corso di un convegno organizzato dalla Cgil, dal titolo “Verde è il futuro del lavoro”, esponenti della più grande confederazione sindacale ed esperti energetici e ambientali hanno spiegato perché, anche per il futuro dell'occupazione, il sindacato dovrà ricollocarsi definitivamente a favore delle rinnovabili.

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I tre quarti delle emissioni climalteranti sono dovuti all’energia. Per far fronte a questo problema è necessario arrivare al 2050 con uno scenario del 100% di energie rinnovabili. Ad esempio se investissimo al 100% sulle rinnovabili in Italia avremmo 367mila nuovi posti di lavoro creati e 510mila per la gestione, a fronte di una perdita di circa 133mila occupati.

Lo ha detto Alberto Bellini, docente di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione all’Università di Bologna nel corso di un convegno organizzato dalla Cgil lo scorso 31 maggio, dal titolo “Verde è il futuro del lavoro”.

Si è parlato di economie al 100% alimentate a fonti rinnovabili addirittura nel mondo sindacale. Un approccio del più grande sindacato italiano finalmente più deciso verso un nuovo modello energetico, democratico e decentrato, che sui temi energetici ha avuto in questi ultimi anni un atteggiamento ondivago, spesso rivolto al passato e poco all’innovazione.

Basti ricordare la posizione del segretario nazionale dei chimici della Cgil, Emilio Miceli, che si dichiarò contro il referendum sulle trivelle o alla posizione favorevole al carbone nel Sulcis della segretaria Camusso o anche a un atteggiamento un po’ troppo accondiscendente sulla, secondo noi modesta, Strategia Energetica Nazionale (documento CGIL sulla SEN – pdf).

Invece, in questo incontro alcuni esponenti del sindacato hanno parlato di accelerazione verso la transizione energetica e di modelli di sviluppo sostenibile, a partire dal lavoro. E’ anche vero che su questi temi la Cgil si espresse tre anni fa nel Piano del Lavoro (pdf).

Per Gianni Di Cesare, del dipartimento ambiente e territorio della Cgil, il Piano del Lavoro della Confederazione “è lo strumento giusto per affrontare l’emergenza climatica e quindi la transizione”. “Purtroppo però – spiega – questo strumento non è stato compreso dal governo che ha continuato ad affrontare i problemi attraverso politiche liberiste il cui fallimento è dimostrato non solo dall’aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze, ma anche dell’aumento delle emissioni di gas serra”.

Nel corso del convegno la Cgil ha proposto anche uno straordinario Piano del Lavoro per l’occupazione dei giovani, delle donne e del Mezzogiorno nei beni comuni, sociali, culturali e ambientali e un massiccio intervento pubblico che metta insieme le esigenze ambientali e occupazionali.

“Creare nuova occupazione nei settori verdi, anche alla luce dei cambiamenti climatici, è l’unico modo per rilanciare l’economia del Paese”, ha detto Simona Fabiani del dipartimento ambiente e territorio della Cgil. “La ripresa dell’economia – ha proseguito – può passare solo attraverso il lavoro. La Cgil crede ancora che il futuro passi attraverso energie rinnovabili, conoscenza, ricerca e servizi alla persona. Questi settori occupazionali possono avere sviluppi immensi”.

Sempre Gianni Di Cesare ha parlato di smart city e mobilità, con passaggio dal consumo privato a uno collettivo, e con un utilizzo intelligente delle reti. “Le città sostenibili possono diventare un valore aggiunto per l’Italia- ha detto Di Cesare- il binomio città-energia potrebbe essere una grande spinta e in alcuni Comuni come Isernia e L’Aquila si stanno facendo anche piccole sperimentazioni in questo senso, ma sono poche e vanno moltiplicate”. Per ottenere tutto questo “serve ovviamente un piano regolatore sui tempi, sulla gestione dei trasporti e sulla mobilità, altrimenti non se ne esce. Inoltre le città del futuro non avranno discariche grazie ad un ciclo di rifiuti totalmente ripensato”.

Maggiore consapevolezza anche sui collegamenti tra il fenomeno della migrazione e quello dei cambiamenti climatici, un altro aspetto necessario per capire le dinamiche globali. “Tra il 2008 e il 2013 nel mondo si sono spostate 166 milioni di persone, il 90% per questioni legate al clima. Se non si prenderanno le giuste misure nei prossimi decenni si sposteranno 250 milioni di persone”, ha detto Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro e portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), di cui fa parte anche la Cgil, e intervenuto al dibattito che, oltre a Bellini ha visto la partecipazione anche di altri esperti e tecnici come Alex Sorokin, presidente di InterEnergy, che nella sua relazione ha affermato che abbiamo i mezzi e le tecnologie per affrontare le sfide mondiali, ma non li usiamo in misura adeguata.

“Ad esempio in Italia – ha spiegato – abbiamo 1500 kmq di superficie di tetti, se applicassimo il fotovoltaico al solo 10% potremmo produrre energia per coprire in questo modo il 7% dei consumi elettrici del Paese e nulla vieta di raddoppiare questa quota di superficie (includendo gli impianti a terra il FV produce già ora circa il 7,8% dei consumi elettrici nazionali, ndr). Nel 2012 l’Italia è stata prima al mondo per copertura del fabbisogno elettrico nazionale con la fonte solare fotovoltaica con 190mila posti di addetti nel settore delle rinnovabili; purtroppo da allora la tendenza si è arrestata. Una vera rivoluzione industriale è tale se punta sul lavoro verde”.

Lorenzo Ciccarese, tecnologo dell’Ispra ha parlato di messa in sicurezza e manutenzione del territorio, sostenendo come “le attività legate alla protezione ambientale e quelle legate all’agricoltura bio possono creare nuovi posti di lavoro di qualità ed essere stimolo per le economie dei Paesi”. “Bisogna mantenere alto il benessere delle comunità – ha aggiunto – proteggendo la natura e favorendo la resilienza”.

Anche Giovannini è tornato sul modello di sviluppo degli ultimi 50 anni. “Un modello inadeguato – ha detto – studiato esclusivamente per accrescere il Pil, pensando però che questo soddisfi anche i bisogni umani. Bisogna andare oltre il Pil. Occorre considerare l’indicatore della felicità e del benessere delle persone, investire nella riduzione della vulnerabilità e nella resilienza, economica e ambientale, riattivando il capitale umano. Significa permettere alle persone di proteggersi dagli shock”.

Tornando sugli aspetti energetici globali, il professor Bellini ha spiegato come in uno scenario al 100% di energie rinnovabili, si avrebbe un incremento a livello mondiale di 50 milioni di posti di lavoro, anche se ne perderebbero 28,5 milioni, ma si avrebbe con una riduzione di 4,6 milioni di morti per inquinamento dell’aria. “La piena occupazione – avverte Bellini – deve essere l’obiettivo principale; quindi bisogna capire come effettuare la transizione economica, sociale e occupazionale, altrimenti i lavoratori rischiano di essere i primi a subirne le conseguenze”.

Sugli aspetti della ricerca e dell’innovazione per un nuovo modello di sviluppo è intervenuto Angelo Viola del Cnr: “se la ricerca e lo sviluppo tecnologico sono scollegati tra loro si crea un buco occupazionale. Per questo va creata occupazione nel mondo della ricerca che studia i processi e nella tecnologia che applica l’insieme delle idee per produrre i beni. Qui è la politica a dover intervenire”.

Per il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi “occorre un chiaro progetto politico che abbia il controllo sociale della trasformazione ambientale ed energetica che non deve autogovernarsi né essere governata dal mercato”. Ha aggiunto che “i rischi climatici irreversibili che corre la comunità mondiale spingono il sindacato a ricollocarsi definitivamente a favore delle rinnovabili: sono il futuro perché diminuiscono i costi fissi, non concentrano capitale e distribuiscono lavoro”.

In definitiva per il sindacato si può pensare in Italia a una accelerazione sulle politiche ambientali e verso la transizione energetica e acquisire una leadership in questi ambiti. La Cgil resta tuttavia consapevole che, come ha detto lo stesso Barbi, interessi e potere rendano difficile tale transizione. E a volte, aggiungiamo noi, anche il rischio di conservatorismo presente all’interno della stessa confederazione.

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