Secondo gli ultimi dati Istat a marzo il fatturato nell’industria è calato del 3,6% su marzo 2015. Se consideriamo gli ordinativi la diminuzione, con dati destagionalizzati, è stata del 3,3%.

Se poi consideriamo i dati del periodo gennaio-marzo 2016, rispetto a quello del 2015, il calo del fatturato è dell’1,5%. Il trend è dunque particolarmente negativo come si può notare in alcuni grafici pubblicati da Termometro Politico.

Tornando al dato su ordinativi e fatturato del primo trimestre, si può constatare che se scorporiamo la componente energia, cioè il calo del prezzo del petrolio e, quindi, la conseguente diminuzione del fatturato delle raffinerie e di tutte le industrie legate al greggio, il fatturato mese su mese risulta, sempre negativo, ma un po’ più basso: -2%. Su base trimestrale è invece pari a zero.

Cala il fatturato sui beni intermedi e strumentali e sui beni non durevoli (ad esempio alimentari), mentre cresce quello sui beni durevoli, soprattutto rappresentato dalle automobili. In particolare nei primi quattro mesi del 2016 le nuove immatricolazioni sono cresciute del 18,6%, rispetto allo stesso periodo del 2015 (quelle diesel sono il 55,2% del totale, le auto ibride l’1,9%, le elettriche lo 0,1%).

Tuttavia si deve segnalare che, secondo il Centro Studi di Confindustria, la produzione industriale sta avendo da un anno a questa parte una leggera ma costante ripresa. Gli ordini in volume hanno registrato una crescita dello 0,2% a maggio su aprile, e di +4,8% su maggio 2015.

Vedremo come andrà nel corso dell’anno il fatturato, ma questo aumento del volume della produzione industriale e il contemporaneo calo del fatturato dimostrerebbe la diminuzione del valore dei prodotti, che dipende dalla deflazione che sta colpendo la nostra economia e che, secondo alcuni osservatori, è legata anche alla nostra bassa produttività, tra le peggiori nel mondo industrializzato.

Anche dal lato dei consumi energetici nazionali del primo quadrimestre 2016 cambi di rotta significativi non se ne vedono.

Quelli petroliferi sono stati pari a circa 19,2 milioni di tonnellate, con un incremento dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2015. Parlando dei soli carburanti, nei primi quattro mesi la somma di benzina + gasolio, ha avuto una diminuzione dello 0,6%.

In quanto ai consumi di gas naturale, il dato del quadrimestre parla di un calo dello 0,5% sul primo quadrimestre 2015 (anche se è di +8,7% circa maggiore del periodo gennaio-aprile 2014).

Sui consumi elettrici il dato dei primi quattro mesi dell’anno ci indica un decremento della richiesta pari all’1,7% (più o meno la stessa percentuale rispetto allo stesso periodo del 2014).

Senza prospettare facili e semplicistiche ricette va comunque detto che un approccio diverso nelle scelte e nelle modalità dei consumi energetici per l’industria renderebbe più competitivi i costi produzione delle nostre imprese, consentendole di giocarsi meglio la carta dell’export.

Si può fare di più sicuramente per migliorare la loro intensità energetica, cioè il rapporto energia/valore del prodotto. Il decremento nell’intensità energetica dell’industria negli anni recenti è stato determinato principalmente dalla sua sensibile riduzione nei settori della chimica e metallurgia, grazie ad interventi di efficientamento energetico e, a volte, anche per l’uso di fonti rinnovabili.

Oggi l’industria in Italia consuma circa 120-125 TWh all’anno di elettricità (su un totale di 310) e circa 260-270 TWh di consumi termici. Circa la metà di questi consumi – il 51% per gli elettrici e il 54% per i termici – è imputabile alle PMI.

In genere, poi, le piccole e medie imprese e industrie italiane hanno un costo della bolletta maggiore rispetto alle concorrenti del resto d’Europa: una media impresa italiana che consumi da 500 a 2000 MWh l’anno paga per ogni MWh di energia elettrica all’incirca 8 euro in più di una sua concorrente tedesca e ben 49 euro in più rispetto alla media europea (anche introno al 30% in più sulla media UE). Se è vero che per molte aziende la bolletta energetica non è determinante – soltanto per il 3,8% delle nostre imprese il costo dell’energia elettrica supera il 3% del fatturato – è però un aspetto essenziale per molte altre, in cui il costo dell’energia supera anche il 14% (tenendo conto anche dell’energia termica).

Oggi comunque esiste un ampio ventaglio di interventi e di tecnologie per l’efficienza energetica che si ripagano in tempi rapidissimi (entro i 2-5 anni) e che consentono di tagliare la bolletta di percentuali a due cifre, anche in settori importanti per il nostro paese come l’alimentare e il tessile.

Sebbene nei settori più energivori ci sia ancora molto da fare, Massimo Gallanti di RSE in una nostra recente intervista ha detto che in Italia i settori che avrebbero un notevole potenziale di taglio della bolletta energetica sono quelli con consumi sicuramente minori, ma con una diffusione maggiore delle aziende: ad esempio l’alimentare, che riguarda più di 50mila imprese. “È importante – ha spiegato – che un’azienda colga l’occasione quando si apre la finestra di opportunità per fare gli investimenti; quando, cioè, deve intervenire sui macchinari o fare una ristrutturazione deve prendere in considerazione anche interventi di efficienza energetica”.