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Tutto, o quasi, quello che c’è da sapere sui finanziamenti dei G7 al carbone

I governi dei paesi del G7 non operano concretamente nella direzione di un cambiamento del modello energetico, ma anzi continuano a spendere, non sempre in modo trasparente, cifre considerevoli nelle centrali a carbone e per la sua estrazione all’estero: oltre 2,5 mld di $ lo scorso anno (dato comunque in calo rispetto al passato) e 42 dal 2007.

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Domani partirà il G7 in Giappone e non si può dire che dai grandi del mondo arrivi una forte spinta alla decarbonizzazione dell’economia. Non c’era da sorprendersene dopo il comunicato finale dei ministri dell’ambiente, sempre del G7, alla fine dell’incontro di Toyama svoltosi il 15 e 16 maggio: 22 pagine di vuoto assoluto, dichiarazioni di intenti e senza alcuna reale operatività nella direzione indicata a Parigi. In tutto il documento non compare che per due volte la parola “rinnovabili“, peraltro genericamente collegata al concetto di risorse. Di cambiare il modello energetico neanche un accenno.

Una conferma di questo approccio titubante dei governi del G7 è ad esempio il recentissimo rapporto “Swept Under the Rug: How G7 Nations Conceal Public Financing for Coal Around the World“, curato dal Natural Resources Defense Council (NRDC), da Wwf e da Oil Change International (vedi sotto).

Nel lavoro si dimostra come i paesi del G7, Giappone e Germania in testa, continuino a finanziare con cifre importanti centrali a carbone e la sua estrazione all’estero, in contraddizione con l’impegno internazionale assunto per limitare inquinamento ed emissioni. E l’Italia non può chiamarsi fuori da questo trend visto che nel 2015 ha aumentato i propri crediti alle esportazioni per il carbone.

In testa a questa classifica c’è il Giappone, il paese con i finanziamenti più elevati: più di 22 miliardi di dollari per impianti a carbone all’estero nel periodo 2007-2015 (progetti per 1,4 miliardi di $ nel solo 2015), e in aggiunta dovrebbe investire più di 10 miliardi di dollari in progetti futuri.

La Germania con finanziamenti pari a 9 miliardi di dollari, gli Stati Uniti con circa 5 miliardi, la Francia con 2,5 miliardi di dollari, l’Italia con 2 miliardi di dollari, il Regno Unito con 1 miliardo e il Canada con meno di 1 miliardo, dimostrano che non c’è da cantar vittoria in fatto di lotta ai cambiamenti climatici e di transizione energetica.

Le emissioni delle centrali elettriche a carbone finanziate dai paesi del G7 dal 2007 al 2015 raggiungono in totale di 101 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

Nel report si spiega inoltre come dal 2007 al 2015 i paesi del G7 abbiano erogato più di 42 miliardi di dollari in forma di finanziamenti diretti, garanzie, assistenza tecnica e aiuti per centrali a carbone, estrazione e progetti correlati.

Lo scorso anno i G7 hanno, nel loro complesso, messo a disposizione 2,5 miliardi di dollari per la finanza del carbone, nonostante i nuovi impegni assunti per limitare i crediti all’esportazione di questo combustibile fossile. Tuttavia la cifra più bassa da diversi anni a questa parte. Nel grafico, tratto dal report, gli investimenti annuali dei G7 nel carbone dal 2007 al 2015 (clicca per ingrandire).

Nel rapporto si evidenzia che diverse banche multilaterali e agenzie di credito all’esportazione per i paesi dell’Ocse si sono impegnate a limitare il finanziamento per centrali a carbone e attività connesse, ma risultano ancora oggi nuovi progetti finanziati dal settore pubblico.

Per quanto riguarda l’Italia, il documento mette in luce come nel 2015 il nostro paese abbia aumentato la spesa sul carbone. Un esempio? La garanzia per il finanziamento di 632 milioni di dollari da parte dell’agenzia italiana di credito alle esportazioni Sace, a favore della centrale a carbone di Punta Catalina, nella Repubblica Dominicana.

Mariagrazia Midulla del Wwf Italia, alla luce dei dati mostrati da questo documento, ha detto che “i paesi del G7 e le istituzioni multilaterali dovrebbero fermare immediatamente i progetti di finanziamento di fonti di energia sporca e incoraggiare gli investimenti in energia pulita e rinnovabile. Sono questi i passi da intraprendere per proteggere le generazioni future”.

Gli autori del rapporto spiegano che i risultati citati potrebbero essere solo una sottostima delle reali dimensioni della finanza del carbone internazionale. I finanziamenti in questo comparto si muovono attraverso canali opachi e poco chiari come istituti di credito all’esportazione che tengono nascosto il loro sostegno allo sviluppo dei combustibili fossili.

Questi meccanismi di finanziamento favoriscono ingiustamente l’uso del carbone a discapito delle fonti di energia pulita e impediscono la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, con i conseguenti impatti su clima e salute.

Nrdc, Oil Change International e il Wwf chiedono la divulgazione dei dati relativi al finanziamento pubblico per il carbone e la destinazione del denaro pubblico verso progetti di energia pulita come l’energia eolica e solare.

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