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Usa, la mappa del rischio terremoti indotti dal fracking

I terremoti provocati dall’iniezione in profondità dell’acqua di scarto delle attività di fracking sono cresciuti in maniera esponenziale negli Stati Uniti. L’agenza governativa USGS ha realizzato una mappa del rischio potenziale di queste scosse "artificiali". Non sono esclusi terremoti con danni a persone e cose.

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Sette milioni di americani vivono in aree soggette a terremoti di origine “artificiale”, indotti soprattutto dalle attività di fracking per la produzione di petrolio e gas. Questa la conclusione di una ricerca condotta dall’USGS (US Geological Survey), l’Agenzia scientifica del Governo degli Stati Uniti che si occupa di scienze naturali, fra cui le Scienze della Terra.

Gli Stati a più alto rischio di terremoti artificiali sono, in ordine decrescente: Oklahoma, Kansas, Texas, Arkansas, Colorado, New Mexico, Ohio e Alabama. Fra di essi, Oklahoma e Texas sono gli Stati con il numero maggiore di popolazione a rischio.

L’iniezione di acque di scarto nel sottosuolo

Sotto accusa non è tanto l’attività di fracking, con cui le riserve sotterranee di gas e petrolio possono essere più facilmente estratte. Secondo gli scienziati la causa principale dei terremoti artificiali è la successiva iniezione nel sottosuolo dell’acqua di scarto proveniente dall’attività di fracking.

La maggior parte dei terremoti artificiali avvenuti negli ultimi decenni negli Stati Uniti sono stati di intensità relativamente piccola (magnitudo 3 o inferiore sulla scala Richter), ma alcuni sono stati più potenti, compreso un terremoto di magnitudo 5,6 nel 2011 in Oklahoma, che gli scienziati hanno collegato proprio all’iniezione delle acque reflue nel sottosuolo in seguito all’attività di fracking.

La crescita esponenziale dei terremoti antropici

Negli Stati Uniti centrali il numero dei terremoti è cresciuto drammaticamente negli ultimi anni. Se tra il 1973 e il 2008 avvenivano in media 24 terremoti di magnitudo superiore a 3, questo tasso è salito a una media annua di 318 nel periodo 2009-2015. E la media continua ad aumentare: solamente nel 2015 ci sono stati ben 1.010 terremoti di magnitudo superiore a 3.

La magnitudo della maggior parte di questi terremoti si posiziona nel range 3-4, abbastanza da essere avvertiti dalla popolazione ma non per provocare danni a persone e cose. Ci sono stati però alcuni terremoti di intensità maggiore che hanno creato dei danni, tra cui il terremoto da 5,6 a Praga (Oklahoma) nel 2011 e da 5,3 a Trinidad (Colorado), ed entrambi in siti sono prossimi a quelli di iniezione dell’acqua di scarto delle attività di fracking.

La mappa dell’USGS

L’USGS ha quindi deciso di analizzare il problema e ha pubblicato per la prima volta una mappa del rischio terremoti, considerando sia quelli indotti dalle attività umane che i terremoti naturali (vedi sotto).

I modelli informatici utilizzati per generare la mappa stimano i siti più probabili per i terremoti, ogni quanto si potrebbero verificare e la loro magnitudo massima potenziale. Forniscono quindi delle informazioni fondamentali per i decisori politici come per i residenti e i costruttori edili.

Per realizzare la mappa, i ricercatori dell’USGS hanno utilizzato i dati dei terremoti degli ultimi 50 anni in quanto questa è la vita media degli edifici. «I comitati incaricati dell’aggiornamento dei codici di costruzione dovranno decidere se sia opportuno o meno rivedere i codici per contemplare anche i terremoti indotti – spiegano i ricercatori dell’USGS -. Le evidenze scientifiche suggeriscono che il terremoto si può diffondere a diverse miglia di distanza dai siti di smaltimento originali e può persistere anche per più di un decennio dopo la fine delle perforazione».

Gli scienziati ritengono che è altamente probabile una magnitudo massima dei terremoti artificiali negli Stati Uniti pari a 6. Tuttavia si potrebbero verificare terremoti artificiali, benché improbabili, anche di magnitudo 7, sufficienti per causare morti e danni agli edifici in una vasta area.

Le 21 aree degli Stati Uniti in cui gli scienziati hanno verificato la crescita nel numero di terremoti indotti dall’iniezione dell’acqua di scarto del fracking. La mappa mostra anche i terremoti (naturali e artificiali) misurati tra il 1980 e il 2015 di magnitudo superiore a 2,5 sulla scala Richter (clicca per ingrandire).

La politica inizia a muoversi

Alcuni Stati degli USA stanno finalmente iniziando a regolare l’iniezione delle acque di scarico al fine di limitare i rischi potenziali di terremoto.

Dopo una serie di scosse avvertite dai residenti di Youngstown, in Ohio, nel 2011 lo Stato ha deciso di chiudere i pozzi di iniezione nelle vicinanze e ha installato nuove stazioni sismiche per rilevare terremoti troppo piccoli per farsi sentire. L’Ohio ha anche introdotto nuove regole che stabiliscono che terremoti anche di magnitudo 2 (dieci volte troppo deboli per essere percepiti dalla popolazione), faranno comunque scattare il fermo degli impianti di iniezione e procedere con analisi tecnico-scientifiche.

L’Oklahoma Geological Survey (OGS) ha formalmente dichiarato nell’aprile 2015 che i pozzi di smaltimento stavano innescando terremoti nello Stato: «L’OGS considera molto probabile che la maggioranza dei terremoti recenti, in particolare quelli avvenuti nel centro e nel centro-nord dell’Oklahoma, siano stati innescati dall’iniezione nei pozzi di smaltimento di acque di scarto», ha reso noto l’OGS in una dichiarazione ufficiale. A quel punto, lo Stato ha richiesto il taglio del 40% dei volumi d’acqua rispetto ai valori del 2014 per oltre 600 pozzi di smaltimento che operano in zone dove i terremoti sono più frequenti. E secondo il direttore dell’OGS si stanno già vedendo i primi risultati positivi.

Diverso l’atteggiamento del Texas, lo Stato più petroliero del Paese: benché in Texas il numero di terremoti negli anni più recenti sia cresciuto di sei volte rispetto a prima e il volume di acqua di scarto iniettata nel sottosuolo sia più che raddoppiata tra il 2007 e il 2014, per ora sono state introdotte solamente delle nuove misure per il monitoraggio dei terremoti.

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