In questi mesi è molto probabile che tantissimi amministratori di condominio debbano fare i conti con l’adeguamento degli impianti di riscaldamento. Entro la fine del 2016, infatti, la legge impone di aver installato sistemi di contabilizzazione e regolazione del calore negli edifici serviti da generatori centralizzati. Anche per gli appartamenti termoautonomi è bene considerare quali miglioramenti apportare al proprio impianto, nel caso di una ristrutturazione totale o parziale dell’immobile.

Vediamo allora, con l’aiuto di due esperti, quali sono le combinazioni di tecnologie disponibili per i sistemi di distribuzione del calore.

La variabilità dei carichi termici

Quando si confrontano le diverse soluzioni, cioè radiatori, termoconvettori o pannelli radianti, bisogna valutare con attenzione le caratteristiche dell’edificio. In campo domestico, l’ago della bilancia si sposta sicuramente verso i radiatori, spiega l’ingegner Francesco Paoletti.

Un’abitazione presenta un’alta variabilità dei carichi termici: nella maggior parte delle situazioni, infatti, non c’è alcuna necessità di riscaldare gli ambienti per più di qualche ora ogni giorno. Così è preferibile scegliere un sistema a bassa inerzia termica, in grado di funzionare in modalità on/off, cioè di raggiungere velocemente la temperatura desiderata e di raffreddarsi con altrettanta velocità.

L’impianto, aggiunge l’ingegner Gianluigi Arici, deve consentire una rapida e precisa regolazione della temperatura interna, secondo le circostanze che si possono verificare: presenza di persone nei locali, apporto di calore “gratuito” dagli elettrodomestici e dall’irraggiamento solare.

I caloriferi di alluminio rispondono proprio a queste necessità, al pari dei termoconvettori elettrici o a gas. Questi ultimi sono da preferire se si vuole utilizzare lo stesso impianto anche per la climatizzazione estiva.

Tuttavia, osserva Paoletti, i termoconvettori hanno qualche svantaggio rispetto ai caloriferi: costano circa il doppio a parità di potenza termica (in media 3/400 € contro 150/200 di un radiatore), producono rumore quando sono accesi e sollevano un po’ di polvere negli ambienti.

La soluzione ideale può essere “mista”, con radiatori e caldaia a condensazione per il riscaldamento più qualche unità split per il raffrescamento estivo.

Radiatori in acciaio o in alluminio?

Ci sono differenze particolari tra i radiatori di alluminio e acciaio? L’alluminio, precisa Arici, è più rapido a rispondere alle regolazioni di temperatura. L’acciaio, di contro, ha una maggiore inerzia termica e, quindi, è meno portato ad assecondare le variazioni impostate dall’utente. Il vantaggio è che la caldaia lavora con più regolarità, con minori accensioni/spegnimenti che abbassano il rendimento del generatore.

La cosa più importante, evidenzia però Arici, è che l’impianto sia correttamente dimensionato per operare a bassa temperatura, permettendo così alla caldaia di funzionare sempre in condensazione, al massimo della sua efficienza.

Le temperature di mandata dovrebbero attestarsi intorno a 40-50 gradi centigradi (anziché 70-80 come negli impianti tradizionali). Questo consente di avere un minore salto termico negli ambienti, garantendo un benessere maggiore e riducendo i consumi.

Caloriferi e pannelli radianti

Infine, un appunto sui pannelli radianti a pavimento. Secondo entrambi gli ingegneri, non sono la scelta ottimale nel residenziale, a causa della loro elevata inerzia termica: l’acqua nelle serpentine continua a trasmettere calore a lungo, anche dopo lo spegnimento dell’impianto.

Questa soluzione è molto più consigliata in edifici pubblici o commerciali come ospedali, piscine, asili, centri benessere, dove è importante garantire una temperatura costante per l’intera giornata e in certi casi anche di notte.

I pannelli radianti possono essere abbinati ai termoconvettori, per avere un carico termico di base molto uniforme con il vantaggio di regolare la temperatura con una precisione maggiore.

Cosa cambia per una casa a basso consumo energetico

Il discorso cambia moltissimo se spostiamo l’attenzione sugli edifici nuovi o sottoposti a una radicale riqualificazione energetica. Per progettare una cosiddetta “casa passiva”, secondo le più recenti disposizioni normative (NZEB, cioè near to zero energy buildings) innanzitutto bisogna raggiungere un’elevatissima efficienza energetica, realizzando strutture molto coibentate e quindi termicamente isolate.

L’obiettivo è ridurre al minimo il fabbisogno energetico; allora, spiega Paoletti, è indispensabile installare un sistema VMC (ventilazione meccanica controllata) con recupero di calore, abbinato a una pompa di calore con eventuale batteria integrativa, più qualche calorifero negli ambienti più “critici”, ad esempio nei bagni.

Per soddisfare i requisiti minimi di prestazione energetica nelle comuni ristrutturazioni, specificano i due ingegneri, è sufficiente installare caldaie a condensazione con radiatori/termoconvettori.

Uno sguardo ai generatori: biomasse e solare termico

I generatori a biomasse, sostiene Paoletti, sono un’ottima soluzione per le villette in campagna, abitazioni nei piccoli paesi di zone rurali, fattorie e aziende agricole. Le caldaie a legna/pellet offrono buoni rendimenti e costi di esercizio nettamente inferiori al gas, soprattutto nelle aree non metanizzate, dove quindi bisogna impiegare il combustibile dei bomboloni (gpl).

Più difficile, invece, pensare di utilizzare caldaie a pellet nei grandi centri urbani e nei palazzi con sistemi centralizzati di riscaldamento. Gli svantaggi sono molteplici: occorre un ampio spazio da destinare allo stoccaggio della biomassa, inoltre l’impianto va ricaricato regolarmente.

Un’altra possibilità è integrare il sistema caldaia a condensazione/caloriferi con un impianto solare termico. Quest’ultimo, avverte però Paoletti, serve soprattutto a produrre acqua calda sanitaria.

La sua incidenza sul riscaldamento invernale in genere arriva al massimo al 15-20% del fabbisogno energetico complessivo: sarebbe poco conveniente sovradimensionare il solare termico per coprire una percentuale maggiore di questo fabbisogno (riducendo così il carico di lavoro della caldaia a condensazione), perché il maggior costo dell’impianto avrebbe un ritorno economico molto lungo.

In altre parole, ci vorrebbero parecchi anni per ripagare l’investimento aggiuntivo con cui installare un impianto solare termico più potente; per una soluzione “standard” destinata prevalentemente alla produzione di acqua calda sanitaria bisogna preventivare una spesa di circa 2.500 euro, più ovviamente il costo della caldaia a condensazione che si aggira intorno ai 1.500 euro.

Altre soluzioni e integrazioni di tecnologie sono state analizzate nello Speciale di QualEnergia.it “Soluzioni per una casa a basso consumo energetico“.