La comunità internazionale appare impreparata a fronteggiare l’aumento nel numero e nell’intensità degli eventi meteorologici estremi provocati dai cambiamenti climatici, con una stima di ben 1,3 miliardi di persone a rischio nel 2050. Lo afferma un rapporto realizzato dal Global Facility for Disaster Reduction and Recovery, un panel promosso dalla Banca Mondiale a cui partecipano 34 Paesi e 9 organizzazioni internazionali.

Senza azioni preventive sul fronte dell’adattamento ai cambiamenti climatici, le infrastrutture in pericolo entro il 2050 avrebbero un valore complessivo di 158.000 miliardi di dollari, il doppio rispetto al PIL dell’intera economia annua del pianeta.

Già negli scorsi decenni si sono viste le prime avvisaglie di quanto potrebbe accadere, ma in futuro gli impatti dei cambiamenti climatici potrebbero essere amplificati da altri fattori, come l’aumento della popolazione globale, la vulnerabilità delle zone più povere delle megalopoli e la rapida crescita di centri urbani sovraffollati: ogni settimana 1,4 milioni di persone si muovono verso le città dalle campagne, un esodo che si sta verificando soprattutto in Africa e in Asia. La Banca mondiale stima che i cambiamenti climatici potrebbero spingere 100 milioni di persone nella povertà entro il 2030.

Zone costiere più a rischio

Secondo il rapporto, quelle più a rischio sono le città costiere densamente popolate a causa di due fattori concomitanti: l’estrazione dell’acqua potabile dal sottosuolo, che provoca il fenomeno della subsidenza, e l’aumento del livello dei mari a causa dei cambiamenti climatici.

«Senza concrete politiche di adattamento rispetto all’aumento del livello dei mari e allo sprofondamento dei terreni, le perdite annue nelle 136 principali città costiere del pianeta passeranno dai 6 miliardi di dollari del 2010 a 1.000 miliardi di dollari nel 2070», si afferma il rapporto.

La subsidenza potrebbe avere addirittura un impatto anche superiore rispetto alla crescita del livello dei mari. Tanto per fare alcuni esempi, il rapporto stima un livello di subsidenza annuo attuale di 75-100 mm per Giacarta, 80 mm per Ho Chi Minh City e 20-30 mm per Bangkok. Nelle periferie di Giacarta nei pressi della baia di Giacarta, fra il 1974 e il 2010 il terreno è sprofondato tra 0,7 e 4,1 metri: per fare un confronto, il livello del mare nella stessa zona potrebbe aumentare fino a 0,6 metri nei prossimi 85 anni. Il rapporto invita quindi i decisori politici a porre attenzione non solo all’aumento del livello dei mari, ma anche a quello della subsidenza nelle zone costiere.

Valori di subsidenza fra il 1974 e il 2010 misurati a Giacarta

Intensità di uragani e cicloni

La Banca Mondiale spiega che esiste una relazione di carattere esponenziale tra la velocità del vento dei cicloni sulla terraferma e le perdite dell’economia a causa dell’evento stesso: per ogni incremento di 1 m/s della velocità del vento, le perdite in termini di produzione del PIL ammontano al 5%.

Poiché si stima che a causa dei cambiamenti climatici la velocità media dei venti dei cicloni crescerà di 0,1 m/s l’anno, nei prossimi dieci anni si arriverà a perdite complessive per le economie delle zone colpite, appunto, del 5%.

L’incremento dell’intensità dei cicloni è già stato misurato: nel Nord Atlantico dal 1980 a oggi, il numero dei cicloni tropicali di categoria 1 e 2 (le più basse) è diminuito, mentre è cresciuto in proporzione quello dei cicloni di categoria 4 e 5 (i più intensi).

Livello della CO2: stabile sopra 400 ppm

Brutte notizie anche sul fronte della concentrazione di CO2 in atmosfera. Presso la storica stazione di misurazione di Mauna Loa alle Hawaii, la soglia psicologica delle 400 ppm era stata superata per la prima volta nel maggio del 2013; nel 2014 per un intero mese la concentrazione è stata superiore a questo valore e nel 2015 lo è stata per tre mesi.

Dalla scorsa estate la situazione è cambiata a causa de El Nino, che favorisce il verificarsi di fenomeni di siccità nelle regioni tropicali e, quindi, aumenta la propobabilità che scoppino incendi nelle foreste, con il conseguente aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera. Ed è quello che è avvenuto nel corso del 2015, anno in cui la concentrazione di CO2 è cresciuta del valore record di 3,05 ppm rispetto all’anno precedente.

Se El Nino non si fosse verificato, ci sarebbero voluti ancora un paio di anni prima del superamento stabile di quota 400 ppm. Ma presso l’osservatorio di Mauna Loa dall’inizio dell’anno la concentrazione di CO2 è rimasta sopra tale soglia (il valore massimo misurato ad aprile è stato di circa 408 ppm). Andando verso l’estate e l’autunno la concentrazione di CO2 in atmosfera tenderà a diminuire in maniera naturale, ma gli scienziati sono scettici sul fatto che possa ancora scendere sotto i valore di 400 ppm.

Concentrazione di CO2 in atmosfera misurata dal 2011 all’aprile 2016 presso la stazione meteorologica di Mauna Loa nelle Hawaii.

La grave situazione dei ghiacci in Antartide

E nel frattempo, proprio oggi è arrivata la notizia secondo cui il tasso attuale di aumento della temperatura terrestre potrebbe innescare un meccanismo irreversibile di scioglimento di uno dei maggiori ghiacciai dell’Antartico (il Totten Glacier, vedi foto in alto) e provocare un innalzamento di oltre due metri del livello dei mari. Giunge a questa conclusione un nuovo studio condotto da scienziati dell’Imperial College di Londra pubblicato sulla rivista Nature.

Il Totten Glacier si trova sull’East Antarctic Ice Sheet (EIAS) e studiando la storia dei suoi avanzamenti e ritiri, i ricercatori hanno scoperto che se l’incremento della temperatura terrestre proseguisse ai ritmi attuali il ghiacciaio supererebbe nell’arco di un secolo la soglia che comporterebbe un successivo ritiro fino a 300 km nell’entroterra e il rilascio di enormi quantità di acqua, con un innalzamento del livello dei mari fino a 2,9 metri.

Lo scorso anno gli scienziati avevano scoperto che la circolazione di acqua calda al di sotto del ghiacciaio stava causando una fusione più consistente di quanto ipotizzato in precedenza. Il ritiro di 300 km dovrebbe avvenire in diversi secoli, ma secondo gli scienziati superata la soglia dei 100-150 km di ritiro, il fenomeno diventerebbe irreversibile.