Un chiaro segnale della rapidità e della profondità dei cambiamenti energetici viene dall’evoluzione delle strategie delle grandi multinazionali.

Le prime ad essere state investite dall’onda d’urto sono state le utility elettriche. Molti autorevoli rapporti avevano da tempo sollecitato un mutamento del modello di business per evitare una loro scomparsa di fronte al boom delle rinnovabili. Messaggi che venivano anche dal loro interno, come nel caso del rapporto dell’Edison Electric Institute “Disruptive challanges”.

E diverse società hanno iniziato la loro conversione. Forse l’Enel di Starace rappresenta l’esempio più significativo a livello internazionale, coma mostra sia il dispiegarsi della strategia green in giro per il mondo, sia la previsione italiana di un 60% di rinnovabili elettriche al 2030 accompagnata dalla decisone di chiudere 23 impianti termoelettrici.

Il secondo settore ad essere investito dal cambiamento, con una decina di anni di sfasamento, è quello dell’auto. La mobilità “elettrica, condivisa e connessa” sta rimettendo in discussione le strategie delle grandi case che intuiscono i rischi di rimanere tagliate fuori, anche perché si trovano sulla strada temibili rivali provenienti da altri settori. Pensiamo a Google, Apple, Tesla, Uber …

Marchione per anni ha marcato la continuità con le posizioni storiche della Fiat di netta avversione nei confronti della mobilità elettrica. Ma l’evoluzione tumultuosa di quest’opzione gli ha fatto cambiare idea ed ecco, la settimana scorsa, l’annuncio dell’accordo con Google.

Abbiamo infine un terzo comparto, quello delle multinazionali dei fossili che vengono attaccate su due fianchi. Oggi vedono una riduzione dei consumi di metano e carbone legata alla diffusione delle rinnovabili. Domani sarà la domanda di petrolio a venire erosa dal boom della mobilità elettrica.

La crisi si manifesterà nell’arco di 5-15 anni (nel caso del carbone è già in atto, come dimostra il fallimento negli ultimi mesi delle due più grandi società private proprietarie di miniere). Un recente rapporto del Royal Institute of international affairs emblematicamente titolato “The Death of the Old Business Model”, sottolinea i rischi che le multinazionali petrolifere stanno correndo: devono scegliere tra la gestione di un lento declino attraverso la riduzione dei propri investimenti e il rischio di un rapido collasso connesso con la continuazione dell’attuale modello.

Lo stesso Maugeri, già direttore delle strategie dell’Eni, adesso parla di un inevitabile prossimo picco della domanda di petrolio. In questo contesto, non sorprende che anche Descalzi scopra le rinnovabili. In un’intervista di ieri al Corriere della Sera, l’Amministratore dell’Eni ammette che non si può rimanere fuori da questo settore e annuncia investimenti sul fotovoltaico per 200 MW all’estero (Pakistan ed Egitto) e 220 MW in siti industriali abbandonati in Italia. Non si può non applaudire a questo annuncio, anche se parliamo di numeri piccoli (0,7% del mercato annuo mondiale). È prevedibile che l’impegno crescerà, anche se al momento non si intravvede una svolta strategica. Anzi.

Quello che non convince nelle dichiarazioni di FCA ed ENI è proprio la mancanza di visione di lungo periodo. Descalzi al giornalista che gli chiede cosa pensi degli scenari di decarbonizzazione al 2050, risponde citando gli scenari della IEA che continuano a ipotizzare una crescita dei fossili al 2030.

Peccato che la IEA, che aveva già clamorosamente sottostimato di 10 volte le previsioni sul solare, adesso viene smentita anche sul fronte della domanda di carbone, che sta calando a livello mondiale.

Insomma, l’Eni, sembra avere imboccato la strada delle rinnovabili, perché convengono anche senza incentivi, ma non ne fa un asse strategico. E la stessa cosa si può dire per l’impegno di FCA sulla mobilità elettrica.