La percezione sulle disponibilità future di greggio nel mondo è molto diversificata. C’è chi continua a ricordare le crescenti difficoltà a individuare nuovi giacimenti, e chi sostiene invece che avremo a nostra disposizione risorse di greggio per altri cento anni, mettendo in risalto il contributo degli idrocarburi non convenzionali, come il petrolio da scisti o dalle sabbie bituminose.

Nel mondo dei petrolieri si trovano gli ottimisti a ogni costo, mentre tra gli ambientalisti lo scetticismo viene stemperato dalla constatazione che l’attuale contesto di abbondanza mette fuori gioco produzioni rischiose come quelle dell’Artico o le sabbie bituminose del Canada.

In realtà le dinamiche future sono quanto mai incerte, dipendendo dall’evoluzione dei consumi, dai prezzi, dall’accesso a nuovi giacimenti.

È interessante seguire l’evoluzione altalenante delle riflessioni dell’Iea (International Energy Agency). Questa istituzione, creata dopo la prima crisi petrolifera del 1973, è il pensatoio ufficiale sulle tematiche energetiche dei paesi industrializzati.

Un primo, inaspettato segnale di allarme viene lanciato nel 2008 da Fatih Birol, capo economista della iea: la produzione mondiale di greggio rischia di raggiungere un tetto intorno al 2020.

Totalmente diverso è il messaggio del 2012. Preso dall’euforia per il successo della produzione non convenzionale di gas e petrolio negli Stati Uniti (shale gas e oil, di cui parleremo), Birol afferma che siamo di fronte alla più grande novità energetica dalla Seconda guerra mondiale, maggiore anche dello sviluppo del nucleare.

Nel 2013 si riaffaccia una maggiore cautela. Miglioramenti tecnologici e alti prezzi consentiranno di scoprire nuove risorse, ma il mondo non è alle soglie di un periodo di abbondanza petrolifera.

Un accanito fautore di questa ipotesi è invece Leonardo Maugeri, a lungo direttore delle strategie dell’Eni, che da tempo teorizza un’offerta molto superiore alla domanda. Le quotazioni del greggio, secondo le sue analisi di qualche anno fa, sarebbero crollate e la produzione nel 2020 sarebbe salita a 110 milioni di barili al giorno (mbg).

La recente evoluzione dei prezzi conferma la validità della prima parte della sua previsione. Un calo delle quotazioni (scese fino a 28 $/barile all’inizio del 2016, pari ad un quarto dei valori che si registravano alla metà del 2014) era stato previsto sulla base dei super-investimenti nella ricerca di nuovo petrolio tra il 2003 e il 2010 che, dati i tempi necessari per arrivare all’estrazione del greggio, avrebbero portato a un eccesso di produzione attorno al 2015.5 2Sulla possibilità di raggiungere una produzione di 110 mbg alla fine del decennio.

L’analisi di Maugeri sembra invece iper-ottimista e si scontra con le dinamiche che stanno interessando la domanda di energia (nel 2015 i consumi erano di 93,8 mbg, con una crescita di 1,4 mbg stimata per il 2016). Va peraltro sottolineato il fatto che la causa principale del calo dei prezzi attuali e futuri risiede proprio nella debolezza della domanda.

I consumi attuali sono inferiori di 5 milioni di barili/giorno (mbg) rispetto alle previsioni della IEA del 2007. La BP prevede un rallentamento della crescita del consumo di combustibili liquidi al 2035, con un incremento del 20% rispetto al 2013.

Cina, India e Medio Oriente sarebbero responsabili di quasi tutto l’incremento della domanda. Nei paesi industrializzati, che hanno visto il picco dei consumi nel 2005, la domanda di combustibili liquidi continuerà a calare. In realtà, diversi segnali fanno ritenere che si tratta di valutazioni ottimistiche e che il picco della domanda di greggio sia invece prossimo.

I dati sul calo dei consumi di petrolio negli Stati Uniti e in Europa degli ultimi anni evidenziano come, oltre agli effetti della crisi, stiano emergendo elementi di cambiamento più strutturali.

La riduzione della mobilità automobilistica in molti paesi è accompagnata dal miglioramento delle prestazioni del parco automobilistico, con una riduzione annua media mondiale dei consumi dei nuovi mezzi del 2,5%. Inoltre, tende a crescere la mobilità elettrica e a metano/gpl.

Per finire, le centrali elettriche e i dissalatori nei paesi arabi utilizzano sempre meno l’olio combustibile. E poi c’è il rallentamento di diverse economie, a iniziare da quella cinese.

La domanda di petrolio potrebbe dunque raggiungere un massimo entro un decennio. E l’accordo sul clima di Parigi rappresenta un’ulteriore spinta al contenimento dei consumi, in particolare se sul medio periodo venisse adottata una carbon tax.

Questo articolo è un estratto dalla nuova edizione del libro di Gianni Silvestrini, “2 °C. Innovazioni radicali per vincere la sfida del clima e trasformare l’economia”, Edizioni Ambiente, marzo 2016.

www.duegradi.it è il sito dedicato al libro. L’estratto è stato pubblicato con il consenso della casa editrice.